Vedere, attendere, dubitare

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Il lavoro logopedico viene spesso pensato come lavoro sulla parola, sulla comprensione, sullo scambio. Ma ci sono situazioni cliniche in cui questi riferimenti si incrinano. Di fronte a un paziente che non parla, che risponde in modo minimo, ambiguo o assente, non viene meno soltanto una funzione. Si altera una parte delle coordinate con cui abitualmente riconosciamo l’altro come interlocutore.

In questi casi il problema non è solo ciò che il paziente comprende, sente o può esprimere. Il problema è anche ciò che accade al terapeuta mentre prova a leggerlo. La posizione clinica diventa più esposta, meno sostenuta dalla reciprocità, più dipendente da segni deboli, da tempi lenti, da variazioni minime che non possono essere interpretate in modo automatico.

Il terapeuta non osserva semplicemente un dato. Seleziona, confronta, attende, dubita, trattiene inferenze troppo rapide. Lavora dentro un equilibrio difficile: non proiettare soggettività dove non ci sono elementi sufficienti, ma nemmeno ridurre troppo in fretta il paziente a un insieme di automatismi, deficit o assenze. In questa oscillazione si gioca una parte decisiva della responsabilità clinica.

Anche l’identità professionale viene toccata. Quando il linguaggio non è pienamente disponibile, il logopedista non può pensarsi soltanto come tecnico della performance comunicativa. Deve ridefinire il proprio ruolo: presenza che osserva con rigore, ascolto che non coincide con la sola parola, competenza capace di sostare nell’incertezza senza riempirla di fantasie né svuotarla di possibilità.

Questo non significa abbandonare il piano di realtà clinico. Al contrario. Significa restarvi dentro con maggiore precisione. Vuol dire riconoscere che, in certe condizioni neurologiche estreme, il problema non riguarda solo ciò che il paziente mostra, ma anche il modo in cui noi leggiamo ciò che mostra. Lo sguardo clinico non è neutro: è coinvolto, orientato, esposto al rischio dell’eccesso e del difetto interpretativo.

Per questo, davanti ai pazienti più opachi, non è in questione solo la loro condizione. È in questione anche la forma della nostra presenza clinica. Che cosa vediamo, che cosa crediamo di vedere, quanto sappiamo aspettare, quanto sappiamo dubitare, quanto sappiamo restare.

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