L’identità non è qualcosa che una persona possiede in modo stabile. È qualcosa che accade. Si costruisce nel tempo, attraverso il corpo, il linguaggio, gli altri.
Dopo una grave lesione cerebrale, questa costruzione si incrina. Il corpo cambia, le capacità cambiano, il linguaggio può scomparire o trasformarsi. Questo non produce solo disabilità. Produce una frattura nella continuità del sé.
Una persona che non parla più, infatti, non perde solo parole. Perde strumenti per dirsi. Una persona che non risponde più non perde solo interazione. Perde la possibilità di essere riconosciuta attraverso ciò che fa.
Nell’ afasia questa frattura è visibile. La persona fatica a raccontarsi, non riesce a sostenere una narrazione di sé, può essere progressivamente ridefinita dagli altri. L’identità si sposta. Non è più solo qualcosa che viene dall’interno. Si gioca tra dentro e fuori, tra ciò che la persona tenta di esprimere e ciò che gli altri interpretano.
Nei disturbi della coscienza il problema diventa più radicale. La persona non può partecipare attivamente alla costruzione della propria identità. Non può raccontarsi, non può correggere ciò che viene detto di lei, non può opporsi. L’identità viene sostenuta, interpretata, talvolta sostituita dagli altri: familiari, clinici, istituzioni.
Qui emerge una domanda difficile da evitare.
Chi è una persona quando non può parlare, decidere, raccontarsi?L’identità è ancora sua, o diventa una costruzione degli altri?
A questo punto, anche il modo in cui pensiamo l’identità cambia. Siamo abituati a considerarla come qualcosa di continuo, coerente, riconoscibile nel tempo. Ma questa continuità non è sempre data. Può frammentarsi, interrompersi, diventare intermittente.
Una persona può non riuscire più a sostenere una narrazione di sé, ma questo non significa necessariamente che non abbia più alcuna esperienza di sé. Significa che quella esperienza non è più accessibile nel modo in cui siamo abituati a riconoscerla. Il senso di sé, se presente, può non essere organizzato in una storia. Può essere fatto di frammenti, di momenti non collegati, di presenze senza continuità.
Una persona può non riuscire più a raccontarsi. E a quel punto non è più chiaro se siamo ancora in grado di riconoscerla come qualcuno.
E questo rende difficile anche il riconoscimento. Non sappiamo più se stiamo incontrando la stessa persona, o una sua versione che non riusciamo a ricondurre a ciò che era prima.
La clinica non è esterna a questo problema. Ogni scelta lo attraversa. Come si parla del paziente, cosa si chiede, cosa si registra, cosa si considera rilevante. Sono questi dettagli a sostenere o a erodere la continuità di una persona.
La riabilitazione dunque può fare due cose opposte. Può ridurre la persona a un insieme di funzioni, oppure può mantenere aperta una continuità identitaria anche dentro la discontinuità.
L’identità non si perde tutta in una volta, ma può essere lentamente erosa. Non per un evento singolo, ma per una serie di piccoli atti ripetuti.
La domanda non è se la persona è ancora quella di prima. La domanda è come continuiamo a riconoscerla come qualcuno.