Quando il clinico diventa il paraurti morale del sistema

Appunti etici su un ruolo tacito, logorante, e troppo spesso scambiato per dedizione

Ci sono contesti di cura in cui il lavoro clinico non consiste soltanto nell’osservare, valutare, proporre, accompagnare. Consiste anche nel ricevere impatti. Impatti emotivi, interpretativi, istituzionali, relazionali. Il professionista non è più soltanto colui che svolge una funzione. Diventa il punto su cui convergono tensioni che hanno origini diverse e che spesso non dipendono da lui.

Il familiare scarica sul singolo curante l’angoscia che non riesce a collocare altrove. La consulenza esterna entra con la forza di un sapere astratto che non conosce la continuità del caso ma pretende di orientarne il senso.
L’istituzione resta vaga o silenziosa e lascia che i confini vengano negoziati sul corpo vivo degli operatori. Il paziente, soprattutto quando non può parlare o opporsi chiaramente, diventa il centro di una lotta di interpretazioni che nessuno riesce davvero a governare.

In mezzo a tutto questo c’è spesso una figura che regge, media, filtra, contiene, traduce, assorbe. Non perché sia formalmente incaricata di farlo, ma perché è lì, perché pensa, perché risponde, perché non si tira subito indietro. È allora che il clinico rischia di diventare il paraurti morale del sistema. La parola è brutta, ma giusta. Il paraurti non guida il veicolo, non decide la direzione, non sceglie la strada, non governa il motore. Però prende gli urti. Li prende perché è esposto. Li prende perché sta davanti. Li prende perché qualcuno deve pur assorbire l’impatto tra una macchina complessa e ciò che incontra.

In molti luoghi di cura succede qualcosa di simile. I conflitti di mandato, le ambiguità organizzative, i vuoti decisionali, le discrepanze tra sapere continuo e sapere episodico, tra realtà del reparto e idealizzazione esterna, non vengono pensati davvero a livello strutturale. Vengono scaricati. E chi li riceve più facilmente è il professionista che ha più contatto, più parola, più esposizione. Questa posizione viene spesso nobilitata con parole come disponibilità, capacità relazionale, centralità dell’alleanza, umanità. Ma c’è un punto oltre il quale non si tratta più di qualità professionali. Si tratta di sovraccarico morale.

Perché il clinico-paraurti non deve soltanto fare bene il proprio lavoro. Deve anche assorbire la rabbia per ciò che non funziona, la diffidenza per ciò che non si capisce, l’aspettativa che qualcuno si assuma la responsabilità totale della scena. Deve spiegare ciò che altri non spiegano, giustificare ciò che non ha deciso, rispondere di limiti che non dipendono da lui, reggere proiezioni che nascono altrove. Il risultato è molto pericoloso. Non solo perché stanca. Ma perché altera il pensiero clinico.

Un professionista sotto impatto costante rischia di diventare difensivo.
Comincia a parlare per prevenire accuse. Comincia a documentare per pararsi più che per comprendere. Comincia a trattenersi, o al contrario a irrigidirsi. Comincia a sentire che ogni parola può ritorcersi contro di lui.
Comincia, soprattutto, a pensare meno liberamente. E quando il pensiero si irrigidisce per eccesso di pressione, la clinica si impoverisce.

Il punto non è negare che nei contesti complessi servano figure capaci di reggere molto. Il punto è smettere di scambiare la capacità di reggere con l’obbligo di assorbire tutto. Un sistema che funziona male ama molto i professionisti-paraurti. Sono utilissimi. Assorbono contraddizioni, tamponano fratture, evitano escalation immediate, mantengono un minimo di continuità. Ma il prezzo che pagano è alto e spesso invisibile. Perché il logoramento morale non arriva con il fragore degli eventi eccezionali. Arriva per accumulo. Arriva quando ogni giornata aggiunge un piccolo spostamento di ruolo. Un pezzetto in più di mediazione. Un pezzetto in più di spiegazione. Un pezzetto in più di colpa implicita. Un pezzetto in più di funzione impropria.

Finché un giorno il professionista non sta più facendo solo il suo lavoro. Sta portando addosso il disordine del contesto. C’è poi un ulteriore rischio, più sottile. Quando il clinico diventa paraurti morale del sistema, gli altri finiscono per considerarlo naturalmente adatto a quel posto. Siccome regge, allora può continuare a reggere. Siccome capisce, allora può continuare a capire. Siccome finora ha assorbito, allora può assorbire ancora. La sua stessa competenza relazionale viene usata contro di lui, come se fosse una risorsa inesauribile e non un lavoro costoso. Questa è una forma di sfruttamento simbolico che raramente viene nominata.

Nessuno la dichiara apertamente. Nessuno dice: useremo la tua lucidità per non chiarire i mandati, la tua disponibilità per evitare assunzioni di responsabilità, la tua capacità di parola per compensare la povertà delle cornici istituzionali. Eppure spesso è esattamente ciò che accade. Mettere a fuoco questo fenomeno non serve a costruire una lamentazione professionale. Serve a un compito più serio: restituire dignità teorica a un disagio che altrimenti viene trattato come fragilità individuale. Non sempre il curante è stanco perché regge male. A volte è stanco perché regge troppo, e regge anche ciò che non dovrebbe passare da lui.

Qui l’etica incontra l’organizzazione. Perché non basta invitare i professionisti ad avere più confini, più autocura, più assertività, come se il problema fosse solo nella loro capacità di proteggersi. Certo, i confini servono. Ma i confini individuali, in un sistema che scarica strutturalmente, sono una diga di cartone sotto la pioggia. Serve anche nominare il livello istituzionale: chi decide, chi risponde, chi media, chi tutela la continuità, chi protegge gli operatori dalla colonizzazione morale dei casi più saturi. Dove questo non è pensato, il sistema produce inevitabilmente figure-para urti. E poi, con una certa ipocrisia, ne celebra la dedizione.

Il punto etico decisivo è che un professionista costretto troppo a lungo in quel ruolo rischia di ammalarsi clinicamente, non solo emotivamente. Diventa più suggestionabile, più reattivo, più tentato dall’onnipotenza o dal ritiro. In alcuni casi comincia a identificarsi con quella funzione e non riesce più a sottrarsi. In altri, all’opposto, sviluppa un rifiuto generalizzato verso tutto ciò che arriva dalla famiglia, dall’esterno, dall’istituzione. Entrambe le derive riducono la qualità della cura. Per questo il problema non è soltanto proteggere l’operatore. È proteggere anche il pensiero clinico dall’essere continuamente usato come ammortizzatore morale del contesto.

Un buon sistema non è quello in cui gli urti scompaiono. Sarebbe fantascienza. È quello in cui gli urti non vengono fatti pagare interamente al singolo professionista esposto. Quello in cui le tensioni vengono riconosciute come strutturali, nominate, distribuite, pensate. Quello in cui la capacità di reggere non diventa la condanna a reggere tutto. Perché un clinico non dovrebbe essere il punto in cui il sistema parcheggia le proprie omissioni. Dovrebbe essere, molto più semplicemente, qualcuno che può ancora lavorare con lucidità senza diventare il sacco di sabbia morale dell’intera scena.

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