Quando il paziente adulto scompare dietro il bolo

Sono diventata logopedista nel 1993. Avevo scelto questa professione per il mio interesse verso l’afasia, cioè verso quel punto in cui il linguaggio non funziona più come prima e una persona rischia di non riuscire più a dire, a farsi capire, a restare nel circuito degli scambi umani. A Genova, allora, la formazione del logopedista che lavorava con l’adulto era essenzialmente neuropsicologica. La disfagia quasi non si nominava.

Non sto dicendo che fosse un’età dell’oro. Sto dicendo una cosa più precisa: il baricentro della logopedia dell’adulto stava allora, almeno per come l’ho incontrata io, nel rapporto tra lesione cerebrale, linguaggio, comportamento, comunicazione, riconoscimento del soggetto. Era una clinica imperfetta, certo, ma non ancora completamente assorbita dal paradigma del rischio biologico.

Il mio percorso, a guardarlo da fuori, potrebbe sembrare laterale: una formazione neuropsicologica, poi l’approfondimento degli aspetti psicosociali in Canada, e poi, dopo decenni di lavoro, lo studio della filosofia. In realtà non mi sono allontanata dal mio campo, ma ho continuato a inseguire la stessa domanda lungo strade diverse. Ho continuato a interrogare linguaggio, soggettività, coscienza, identità: che cosa accade a una persona quando non riesce più a entrare nel linguaggio come prima? Che cosa ne è della sua presenza, della sua identità, della sua possibilità di essere ascoltata? E che cosa accade alla clinica quando questi problemi non sono facilmente misurabili, protocollabili, riducibili a un algoritmo decisionale? Solo che intorno a me il campo si è ristretto.

Oggi, in molte strutture, la logopedia dell’adulto viene richiesta prevalentemente per la disfagia. Si chiedono sempre più spesso consistenze, posture, prove, sicurezza, gestione del rischio. Non sempre, non ovunque, ma abbastanza da segnare un clima, un orientamento, una gerarchia. Il paziente adulto arriva al logopedista soprattutto come paziente che mangia male, tossisce, rischia, aspira, va protetto. Tutto questo è reale, è importante. Ma proprio per questo bisogna dire con chiarezza dove sta il problema: non nel fatto che la disfagia faccia parte della logopedia dell’adulto, bensì nel fatto che in molti contesti tenda a occupare quasi tutto lo spazio simbolico e operativo del nostro lavoro.

Quando accade, si produce uno slittamento silenzioso. La persona non è più innanzitutto qualcuno che fatica a parlare, comprendere, esprimersi, tenere insieme il proprio sé dopo una lesione neurologica. Diventa soprattutto qualcuno da mettere in sicurezza. Il lessico cambia. Cambiano le priorità. Cambia persino ciò che appare clinicamente degno di attenzione. Il rischio è che il soggetto scompaia dietro il corpo a rischio.

Questo slittamento non è neutro. Dice molto del modello di medicina che continua a prevalere in Italia, soprattutto nelle strutture. Un modello che valorizza ciò che è osservabile, difendibile, quantificabile, immediatamente traducibile in procedura. La disfagia risponde perfettamente a questa logica: è urgente, concreta, documentabile, interseca responsabilità medico-legali, produce decisioni chiare, si presta a protocolli, posture, consistenze, scale, restrizioni, indicazioni operative. È una clinica che rassicura l’istituzione perché consente di governare il pericolo.

Molto meno rassicurante è invece il lavoro su linguaggio, comunicazione, identità, coscienza, relazione. Non perché sia secondario, ma perché chiede un’altra postura clinica. Chiede tempo, continuità, capacità di osservare senza precipitarsi in interpretazioni facili, tolleranza dell’ambiguità, attenzione a segni minimi, disponibilità a non ridurre subito ciò che appare a ciò che è misurabile. Chiede di restare presso il margine, dove non tutto è ancora deciso. E questo, in un sistema sanitario organizzato sempre più intorno alla gestione del rischio e alla visibilità dell’atto tecnico, pesa come un lusso o come una vaghezza. Ma non è né un lusso né una vaghezza: è una parte decisiva della clinica dell’adulto neurologico.

L’afasia, in questo senso, è sempre stata per me una scuola durissima. Perché costringe a vedere quanto una lesione non interrompa solo funzioni, ma modifichi il modo in cui una persona può comparire nel mondo comune. Non riguarda solo la denominazione, la fluenza, la comprensione, la ripetizione. Riguarda il fatto che un soggetto possa ancora essere ascoltato come soggetto e non semplicemente gestito come portatore di deficit. Riguarda la tenuta della sua presenza. Riguarda la possibilità che la sua parola, anche frammentaria, venga trattata non come rumore di fondo ma come tentativo di esistenza.

Se oggi, in molti contesti, la logopedia dell’adulto viene convocata quasi solo quando c’è da valutare una deglutizione, scegliere una consistenza, contenere un rischio inalatorio, non è solo cambiato il contenuto del lavoro. Si è ristretto il campo di ciò che viene considerato clinicamente rilevante. È questo che mi colpisce e mi allontana. Non la disfagia in sé, ma la sua egemonia come forma dominante di intelligibilità del paziente adulto.

L’orrore che provo di fronte a questa riduzione non nasce dal disprezzo per una competenza. Nasce dal vedere come una competenza necessaria possa diventare, nelle organizzazioni, una griglia totalizzante. Come se il paziente adulto fosse davvero riconoscibile soprattutto nel momento in cui deglutisce male. Come se il compito della logopedia fosse ormai soprattutto quello di sorvegliare il transito del bolo e sempre meno quello di interrogare il destino del linguaggio, della comunicazione, della soggettività lesionata.

Eppure è proprio nei contesti più compromessi che questa domanda dovrebbe diventare più radicale, non meno. Quando il linguaggio è povero, frammentario o quasi assente. Quando la coscienza è incerta, la risposta non è lineare. Quando il comportamento è ambiguo e il rischio di proiettare è alto, ma anche il rischio di non vedere nulla è altissimo. È lì che comincia, per come la intendo io, una clinica del confine.

Non una clinica contro la medicina, e neppure contro la sicurezza. Una clinica che rifiuta però di scambiare il monitoraggio del rischio con l’intero volto della cura. Una clinica che sa che il corpo conta, ma sa anche che non esaurisce la persona. Una clinica che non accetta che l’adulto neurologico venga restituito al logopedista solo come corpo che aspira, mentre tutto il resto (il linguaggio, la relazione, l’identità, il modo di esserci) scivola sullo sfondo come qualcosa di accessorio, facoltativo, quasi ornamentale.

Per questo la mia disaffezione non riguarda semplicemente il mio lavoro. Riguarda la forma che il lavoro ha preso in molte istituzioni. Riguarda la distanza tra ciò che mi aveva chiamata a questa professione e ciò per cui oggi, troppo spesso, viene richiesta. Riguarda il fatto che io continui a pensare che la logopedia dell’adulto non nasca dove passa un bolo in sicurezza, ma dove una persona rischia di non poter più essere ascoltata.

Se oggi questa idea appare marginale, forse non è perché sia diventata meno vera. Forse è perché è diventata meno compatibile con il modello di clinica che abbiamo costruito. Questo, per me, è il problema.