Guerriglia silenziosa

Restare nel luogo della cura senza farsi requisire

Ho chiesto a un modello linguistico generativo di trasformare in immagine una postura professionale difficile da rappresentare: restare in un luogo di cura senza più offrirsi spontaneamente al sacrificio.

Un corridoio clinico. Faldoni. Cartelle. Carte accumulate. Responsabilità che non vengono dette, ma circolano nell’aria. Sullo sfondo, un’organizzazione che procede per frammenti, omissioni, gesti impliciti, mezze decisioni.

Appoggiata al muro c’è una donna di cinquantanove anni. Non cura, non consola, non corre, non sorride. Decisamente non è un’eroina sanitaria.Non offre la solita immagine rassicurante della professionista devota, instancabile, sorridente, sempre pronta a sostenere tutto e tutti. Sta, tiene un libro. Guarda. Il libro si intitola Filosofia della medicina. Non appare come un ornamento colto, né come segno di superiorità intellettuale. Sembra piuttosto un oggetto clandestino, un attrezzo portato in un luogo in cui ufficialmente non dovrebbe servire, ma in realtà serve eccome.

La cattura della competenza

In molti contesti di cura, la competenza non protegge. Espone a vedere prima degli altri ciò che non funziona, a nominare ciò che resta confuso. A sentire il peso di decisioni ambigue, procedure fragili, responsabilità mal distribuite. Espone, soprattutto, a diventare il punto di raccolta di ciò che altri non vedono, non vogliono vedere o preferiscono lasciare nel vago. Accade così una cosa paradossale: chi sa formulare meglio il problema rischia di ereditarlo. Non perché abbia più potere. Spesso, proprio perché non ne ha abbastanza. La persona competente viene usata come superficie di compensazione del disordine istituzionale. Traduce, chiarisce, media, scrive, contiene, ripara. Rende meno visibile il caos. Rende meno esplicita la mancanza di decisione. Rende presentabile ciò che, lasciato a se stesso, apparirebbe per quello che è: una cattiva organizzazione della responsabilità.

Finché la competenza resta servile, è apprezzata. Quando smette di esserlo, diventa fastidiosa. Quando non si limita più a riparare, ma comincia a mostrare la struttura del guasto, diventa pericolosa.

Il silenzio come tecnica

È qui che nasce quella che chiamo guerriglia silenziosa. Non nel senso di sabotaggio, aggressività o vendetta. Non una forma di passività ostile. Non il risentimento travestito da professionalità. La guerriglia silenziosa è una postura minima di sopravvivenza epistemica. È ciò che resta possibile quando parlare sempre significa esporsi, spiegare sempre significa farsi caricare, intervenire sempre significa confermare che, alla fine, qualcuno ci penserà.

Il silenzio, allora, non è necessariamente fuga. Può essere tecnica.

Non ogni verità va detta subito.
Non ogni errore va corretto immediatamente.
Non ogni vuoto organizzativo deve essere riempito dalla persona più responsabile della stanza.

C’è una parola che chiarisce, e c’è una parola che consegna il collo. C’è un intervento che protegge il paziente, e c’è un intervento che protegge soprattutto l’istituzione dal dover riconoscere il proprio fallimento. C’è una responsabilità clinica reale, e c’è una responsabilità che cola verso chi è più capace di darle un nome. La difficoltà sta nel distinguere.

Perché il rischio opposto esiste: il silenzio può diventare complicità, il ritiro può diventare cinismo, la distanza può diventare diserzione. La guerriglia silenziosa non è una posa elegante. È una pratica sporca, faticosa, continuamente da ricalibrare.

Richiede di chiedersi ogni volta: sto tacendo per proteggermi o per non vedere? Sto intervenendo perché è necessario o perché non sopporto il vuoto? Sto assumendo una responsabilità reale o sto raccogliendo quella che altri hanno lasciato cadere?

Filosofia della medicina come attrezzo da corridoio

La filosofia della medicina viene spesso immaginata come un sapere alto, da convegno. Una disciplina che arriva dopo, quando la clinica è già stata ordinata e si può finalmente riflettere con calma. Io la vedo diversamente.

La filosofia della medicina serve quando il carrello è pieno di cartelle, le decisioni sono sporche, i pazienti non entrano bene nelle categorie, il linguaggio istituzionale copre invece di chiarire e chi sa vedere diventa scomodo. Non serve a “elevare” la clinica. Serve a non lasciarsi ipnotizzare dalla sua cattiva organizzazione. Entra in reparto non quando tutto è ordinato, ma quando il linguaggio clinico non basta più a dire che cosa sta accadendo.

  • Che cosa significa decidere?
  • Chi porta davvero la responsabilità di una scelta?
  • Che differenza c’è tra vedere un problema e doverlo risolvere?
  • Quando una procedura protegge il paziente e quando protegge soprattutto chi la invoca?
  • Dove finisce la prudenza e dove comincia la viltà istituzionale?
  • Chi ha il diritto, e il costo, di nominare ciò che accade?

Sono domande filosofiche solo in apparenza. In realtà sono domande da corridoio.

Il corridoio come luogo filosofico

La clinica non accade solo nelle stanze. Accade nei corridoi, dove ciò che non è stato deciso assume comunque conseguenze. Il corridoio non è la stanza della cura, lo studio medico, l’aula universitaria. È il luogo del passaggio, dell’attesa, delle mezze frasi, delle informazioni dette male, delle cartelle lasciate lì, delle decisioni prese male o non prese affatto.

È il luogo in cui i familiari intercettano, gli operatori si scansano (scusi, ora non posso), le responsabilità cambiano mano senza verbale. È il luogo in cui l’istituzione si rivela non per ciò che dichiara, ma per ciò che lascia circolare informalmente.

Il corridoio è uno spazio filosofico non perché sia nobile, ma perché lì si vede la frizione tra teoria e pratica. Lì si capisce che la cura non è fatta solo di atti formalizzati, protocolli e decisioni tracciabili. È fatta anche di passaggi laterali, parole trattenute, intuizioni non riconosciute, omissioni, paure, gesti di supplenza. Ed è lì che chi lavora nei luoghi della cura può essere catturato.

Non dal paziente, o dalla fragilità in sé. Ma dalla continua richiesta implicita di compensare ciò che l’organizzazione non regge.

La clinica del confine come non-appartenenza

Non mi riconosco nella professionista integrata in senso docile. Ma non mi riconosco nemmeno nella contestatrice esterna, che guarda da fuori e giudica senza sporcarsi le mani. Mi riconosco piuttosto in una posizione di confine. Dentro abbastanza da sapere. Fuori abbastanza da vedere.

Per capire un’istituzione bisogna appartenerle o bisogna mantenere una quota di estraneità? Forse entrambe le cose. L’appartenenza permette di conoscere i dettagli, le abitudini, le finzioni, le microfisiche del potere. L’estraneità permette di non scambiarle per normalità.

Se fossi completamente adattata al contesto, non vedrei più il raffazzonamento, la violenza epistemica, la confusione tra autorità e competenza, tra decisione e scarico di responsabilità. Se fossi completamente fuori, non ne sentirei il peso concreto. La clinica del confine nasce anche da questa tensione.

Non riguarda solo i pazienti che abitano zone difficili da nominare: tra linguaggio e silenzio, coscienza e opacità, intenzione e automatismo, presenza e assenza. Riguarda anche il clinico. Anche il clinico sta al confine: tra partecipazione e difesa, responsabilità e cattura, parola necessaria e parola pericolosa, presenza e sparizione.

Contro la brava professionista

La “brava professionista” è una figura molto più ambigua di quanto sembri. La brava professionista anticipa, sistema, traduce, media, protegge, scrive, spiega, contiene, evita il conflitto, rende presentabili i pasticci altrui. È stimata finché resta funzionale.

Diventa fastidiosa quando comincia a dire: questo non è mio.

A cinquantanove anni, dopo trentasei anni di lavoro, non cerco più di essere gradita. Non chiedo approvazione. Non dico: guardate quanto sono competente. Dico qualcosa di più semplice, e forse più pericoloso: vedo, ma non sono più automaticamente disponibile.

Questo non significa smettere di lavorare bene, o rinunciare alla responsabilità clinica. Non significa abbandonare il paziente al disordine dell’istituzione. Significa distinguere: tra cura e supplenza, tra responsabilità e cattura. Tra competenza e servitù. Tra esserci e farsi requisire.

La guerriglia silenziosa non è fuga. È il tentativo di restare senza essere sequestrati dal ruolo di chi, siccome vede, deve anche sempre riparare. Non consiste nel non vedere. Consiste nel non trasformare ogni cosa vista in un debito personale.

In certi contesti, continuare a pensare è già una forma di insubordinazione. Una forma povera, laterale, quasi invisibile.

Una donna in un corridoio, con un libro stretto al petto, non sta necessariamente aspettando istruzioni. Forse sta solo evitando, per una volta, di offrirle agli altri. E questa, in alcuni luoghi, è già una rivoluzione.