L’afasia come crisi del possibile

Revisione critica dell’approccio esistenziale e fenomenologico

L’afasia viene spesso descritta come perdita o alterazione del linguaggio. La definizione è corretta, ma clinicamente insufficiente. Chi lavora con persone afasiche sa che il problema non si esaurisce nella parola che manca, nella frase che non si costruisce, nel nome che non arriva. L’afasia modifica il rapporto con l’iniziativa, con il tempo dell’altro, con la vergogna, con la possibilità di essere creduti, attesi, non sostituiti.

Tuttavia, anche la lettura opposta può diventare fragile. Dire che l’afasia è una trasformazione globale dell’essere-nel-mondo è suggestivo, ma rischia di diventare una formula troppo larga, buona per ogni paziente e quindi incapace di distinguere. Il rischio della teoria esistenziale dell’afasia è questo: vedere troppo, fino a non vedere più con precisione.

La questione interessante sta nel mezzo. L’afasia non è soltanto un deficit da misurare, ma nemmeno una metafora generale dell’esistenza ferita. È una lesione del linguaggio che può diventare crisi dell’azione, della relazione, dell’identità e del possibile.

Contro due riduzionismi

Il primo riduzionismo è quello più noto: ridurre l’afasia a un disturbo tecnico della produzione o della comprensione verbale. In questa prospettiva, il paziente viene descritto attraverso prove, punteggi, errori, parafasie, anomie, difficoltà di ripetizione, comprensione, lettura o scrittura. Tutto questo è necessario. Senza questa precisione, la clinica diventa nebbia. Ma non basta.

Il secondo riduzionismo, meno evidente ma altrettanto pericoloso, è quello opposto: trasformare l’afasia in un grande evento filosofico, in una specie di crollo totale del mondo. Qui il paziente rischia di diventare un simbolo: l’uomo ferito nel linguaggio, l’esistenza spezzata, il corpo che non abita più il mondo.

Una revisione critica dell’approccio esistenziale all’afasia deve evitare entrambe le scorciatoie. Non deve cancellare il cervello in nome dell’esperienza vissuta. Ma non deve nemmeno cancellare l’esperienza vissuta in nome della lesione.

Goldstein: l’organismo, non il modulo

Il riferimento inevitabile è Kurt Goldstein. Neurologo e psichiatra, Goldstein non pensa il sintomo come semplice effetto locale di una lesione, ma come riorganizzazione dell’intero organismo. In Language and Language Disturbances, pubblicato nel 1948, l’afasia viene letta non solo come disturbo del linguaggio, ma come trasformazione del modo in cui il soggetto affronta il mondo.

Questo punto è decisivo. Goldstein non nega la lesione. La lesione conta. Ma il sintomo, per lui, non è mai soltanto il prodotto meccanico di un danno cerebrale localizzato. È il modo in cui l’organismo, ferito, tenta di ristabilire una forma di equilibrio. Qui nasce la sua idea più nota: il passaggio dall’atteggiamento astratto all’atteggiamento concreto.

L’atteggiamento astratto non significa semplicemente “intelligenza” o “ragionamento alto”. Significa capacità di distanziarsi dall’immediato, di trattare un oggetto come parte di una categoria, di passare dal caso singolo al possibile, dal presente alla progettazione, dalla cosa davanti agli occhi alla sua funzione simbolica.

L’atteggiamento concreto, invece, indica una maggiore dipendenza dalla situazione immediata. Il soggetto fatica a staccarsi dal qui e ora, dallo stimolo presente, dalla configurazione concreta in cui si trova.

In questa prospettiva, alcune forme di afasia non sarebbero solo perdita di parole, ma perdita parziale della possibilità di muoversi liberamente tra concreto e possibile. Il problema non è solo dire “penna”. È poterla pensare come strumento, oggetto, esempio, categoria, ricordo, promessa, segno.

Ma qui serve una cautela. Non tutte le afasie possono essere lette automaticamente come perdita dell’atteggiamento astratto. Goldstein e Scheerer studiano il rapporto tra comportamento astratto e concreto, ma non autorizzano a usare questa opposizione come chiave universale per ogni quadro afasico.

La reazione catastrofica

Un altro concetto centrale in Goldstein è la reazione catastrofica. Quando il paziente viene posto davanti a un compito che non riesce più a sostenere, può comparire una risposta intensa: disorganizzazione, angoscia, rifiuto, irritazione, blocco, ritiro.

Questo punto è clinicamente prezioso, perché impedisce una lettura moralistica del comportamento del paziente. Il paziente non è “poco collaborante” solo perché si sottrae. Non è “oppositivo” solo perché si irrita. Non è “fragile” solo perché crolla davanti a un compito apparentemente semplice. Può trovarsi davanti a qualcosa di molto più radicale: il contatto improvviso con il limite del proprio nuovo funzionamento.

Una denominazione fallita può sembrare, dall’esterno, un piccolo errore. Dall’interno può diventare una crepa nella continuità dell’agire: non riesco a dire, dunque non riesco a prendere posto nella scena, non riesco a farmi riconoscere, non riesco a sostenere il mio ruolo davanti all’altro.

È qui che nasce la tentazione di leggere la reazione catastrofica in chiave esistenziale: non come semplice frustrazione tecnica, ma come esperienza di crollo momentaneo del proprio rapporto con il mondo. Questa lettura può essere utile, purché non venga gonfiata. Goldstein non sta descrivendo una tragedia metafisica, ma una risposta dell’organismo ferito davanti a una richiesta che supera le sue possibilità attuali.

La reazione catastrofica non va né banalizzata né teatralizzata. Non è un capriccio o semplice ansia prestazionale. Ma non è nemmeno, automaticamente, “terrore esistenziale”. È il punto in cui un compito linguistico smette di essere solo un esercizio e diventa minaccia alla possibilità di stare nella relazione. Il paziente non fallisce soltanto un esercizio. Può sentire che si interrompe il proprio potere di stare nel mondo.

Merleau-Ponty: il linguaggio come gesto del corpo

Maurice Merleau-Ponty riprende anche materiali clinici e neurologici, tra cui quelli discussi da Goldstein, per pensare il rapporto tra corpo, linguaggio e mondo. Nella Fenomenologia della percezione, il corpo non è un oggetto comandato da una mente, ma il centro vivente delle possibilità d’azione. Il corpo è un “io posso” prima ancora che un “io penso”.

Questa idea è decisiva per pensare l’afasia.

Il linguaggio non è solo un codice applicato a pensieri già formati. Parlare significa prendere posizione nel mondo. Significa iniziare un gesto, rivolgersi a qualcuno, esporsi, attendere risposta, modificare una situazione. La parola non è soltanto veicolo di contenuti. È un modo di esserci.

Quando il linguaggio si altera, dunque, non si altera solo una funzione. Si modifica una forma di accesso al mondo comune. La persona afasica può sapere ciò che vuole dire e non poterlo dire. Può intuire il senso e non raggiungere la forma. Può conservare intenzione, emozione, giudizio, desiderio, ma perdere la via pubblica attraverso cui questi diventano riconoscibili agli altri.

E qui si apre il problema più delicato: l’altro rischia di scambiare la difficoltà espressiva per povertà del pensiero. Oppure, all’opposto, rischia di attribuire significati non verificati, riempiendo il silenzio del paziente con le proprie proiezioni. L’afasia abita esattamente questo confine: tra ciò che resta presente e ciò che non riesce più ad apparire.

L’afasia non è solo perdita: è esposizione

Una teoria esistenziale dell’afasia diventa utile quando ci costringe a guardare non solo ciò che il paziente non sa più fare, ma ciò che gli accade quando non riesce più a farlo. Non trovare una parola non è mai solo non trovare una parola. Può voler dire perdere il turno conversazionale. Essere anticipati. Essere corretti. Essere infantilizzati. Essere esclusi da decisioni che riguardano il proprio corpo, la propria casa, la propria terapia, il proprio futuro. L’afasia espone. Espone allo sguardo dell’altro, alla fretta dell’altro,
all’interpretazione dell’altro, alla sostituzione da parte dell’altro.

In questo senso, la disabilità afasica non è contenuta solo nella lesione. È prodotta anche dalla scena comunicativa. Un ambiente impaziente, rumoroso, infantilizzante o iperprotettivo può aggravare enormemente la disabilità. Un ambiente capace di attesa, facilitazione e riconoscimento può invece restituire possibilità. Non restituisce magicamente il linguaggio perduto. Ma può restituire spazio di agency, cioè possibilità di incidere ancora sulla scena.

Il rischio della teoria esistenziale

La lettura esistenziale dell’afasia è potente, ma va maneggiata con sospetto.

Il primo rischio è romanticizzare l’afasia. Il paziente diventa figura del crollo, emblema della fragilità umana, simbolo della parola perduta. Ma il paziente non è materiale letterario. È una persona con un disturbo preciso, una storia precisa, risorse precise, irritazioni precise, desideri precisi.

Il secondo rischio è svalutare il lavoro tecnico. Denominazione, comprensione, ripetizione, accesso lessicale, sintassi, pragmatica, lettura, scrittura, comunicazione aumentativa, training dei partner comunicativi: tutto questo non è povero perché è tecnico. È povero solo quando dimentica il soggetto.

Il terzo rischio è confondere linguaggio e persona. Se diciamo troppo facilmente che l’afasia è perdita di mondo, possiamo scivolare verso un’implicazione eticamente pericolosa: chi parla meno avrebbe meno mondo. Chi comunica peggio sarebbe meno soggetto. Questa è una trappola.

Il quarto rischio è usare “identità” come parola decorativa. L’identità non si ricostruisce con frasi belle. Si ricostruisce creando condizioni in cui una persona possa ancora scegliere, rifiutare, raccontare, partecipare, essere riconosciuta. La letteratura recente sull’identità dopo afasia mostra che il tema è reale e complesso, proprio perché il linguaggio, che normalmente sostiene il racconto di sé, è compromesso. La teoria esistenziale serve solo se aumenta la precisione clinica. Se la diminuisce, diventa ornamento.

Dalla parola alla partecipazione

Gli approcci contemporanei centrati sulla partecipazione, come il Life Participation Approach to Aphasia, hanno il merito di spostare la domanda: non solo “quali funzioni linguistiche sono compromesse?”, ma “quali vite, relazioni, attività e ruoli sono stati interrotti o resi più difficili dall’afasia?”. Il LPAA viene presentato come un approccio orientato a massimizzare il reinserimento nella vita per le persone con afasia e per chi è coinvolto nella loro rete. Questo passaggio è importante perché corregge sia il tecnicismo cieco sia l’esistenzialismo vago.

Non basta lavorare sulla parola “tavolo” se quella persona non può più ordinare un caffè, telefonare a un figlio, partecipare a una visita medica, dire no a una proposta, raccontare una paura, fare una battuta, mantenere un ruolo familiare. Ma non basta nemmeno dire che il paziente deve “ricostruire la propria identità”. Bisogna chiedersi dove, con chi, facendo cosa, con quali strumenti, con quali facilitazioni, con quali rischi di sostituzione.

La partecipazione non è un concetto gentile. È una domanda concreta posta all’ambiente: quanto spazio sei disposto a lasciare a una persona che comunica in modo meno efficiente?

Una teoria impura dell’afasia

Una teoria filosofica dell’afasia è utile solo se accetta di essere impura. Deve essere neurologica, perché l’afasia nasce da una lesione e produce alterazioni specifiche. Deve essere linguistica, perché non ogni difficoltà comunicativa è la stessa cosa. Deve essere fenomenologica, perché il sintomo non vive nei test ma nella vita del paziente. Deve essere sociale, perché la comunicazione non appartiene mai a un individuo isolato.
Deve essere etica, perché ogni interpretazione dell’altro può riconoscerlo o cancellarlo.

Questa impurità non è un difetto. È la sua forza.

L’afasia non è soltanto perdita di parole. Ma neppure va trasformata in una nebulosa dell’esistenza. È una frattura tra competenza residua, possibilità d’azione, riconoscimento sociale e continuità biografica. La riabilitazione comincia quando questa frattura viene osservata senza ridurla e senza mitizzarla. Perché il paziente non è il suo punteggio, non è una metafora.
Facilitare non significa parlare al suo posto. Rispettare la fatica non significa rinunciare alla possibilità.

Forse il contributo più attuale di Goldstein e Merleau-Ponty sta nel ricordarci che il linguaggio non è un accessorio dell’umano. È uno dei modi in cui il corpo entra nel mondo comune. Quando il linguaggio si rompe, non si rompe tutto. Ma qualcosa del mondo deve essere ricostruito.

Non al posto del paziente. Con il paziente. E, quando necessario, intorno al paziente: modificando la scena, il tempo, lo sguardo, le attese, il modo in cui gli altri stanno davanti alla sua parola ferita. Perché l’afasia non chiede soltanto di recuperare parole. Chiede di ricostruire condizioni in cui una parola difficile possa ancora contare.

Riferimenti

  • Kurt Goldstein, Language and Language Disturbances: Aphasic Symptom Complexes and Their Significance for Medicine and Theory of Language, Grune & Stratton, 1948.
  • Kurt Goldstein, Martin Scheerer, Abstract and Concrete Behavior: An Experimental Study with Special Tests, Psychological Monographs, 1941.
  • Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, 1945.
  • Ines Adornetti, “Le afasie di Broca e di Wernicke alla luce delle moderne neuroscienze cognitive”, Rivista Internazionale di Filosofia e Psicologia, 2019.
  • Roberta Chapey, Judith F. Duchan, Roberta J. Elman, Linda J. Garcia, Aura Kagan, Jon G. Lyon, Nina Simmons-Mackie, “Life Participation Approach to Aphasia: A Statement of Values for the Future”, 2000.
  • Kyla Brown, Linda Worrall, Bronwyn Davidson, Tami Howe, “Living successfully with aphasia: A qualitative meta-analysis of the perspectives of individuals with aphasia, family members, and speech-language pathologists”, International Journal of Speech-Language Pathology, 2012.
  • Rianne Brinkman et al., “Who am I now? A scoping review on identity changes in post-stroke aphasia”, Disability and Rehabilitation, 2024/2025.