Dialogo sull’animazione geriatrica nel 2026. Contro l’alibi di chiamare desiderio ciò che spesso è solo abitudine
Nelle RSA la tombola non è il nemico. Il problema nasce quando diventa la prova che “agli ospiti piace così”, senza chiederci se stiamo davvero offrendo una possibilità o solo ripetendo ciò che l’istituzione sa già fare.

Non si tratta di decidere se la tombola sia buona o cattiva. Si tratta di capire quando un’attività smette di essere una proposta e diventa l’unico orizzonte disponibile. Il dialogo parte da qui.
Cosa resta aperto
La richiesta degli ospiti va ascoltata. Se una persona anziana chiede la tombola, quella richiesta non va trattata con superiorità, come se fosse un desiderio minore, povero o infantile. Sarebbe un errore etico prima ancora che professionale.
Ma va anche evitato l’errore opposto: prendere ciò che viene chiesto come prova definitiva di ciò che una persona può ancora desiderare. In istituzione, spesso si chiede ciò che si conosce, ciò che è disponibile, ciò che è stato sempre proposto. Il desiderio, se non viene nutrito, si restringe. E quando il repertorio si restringe, anche la domanda diventa più povera.
Il problema, allora, non è abolire la tombola. Sarebbe una posa intelligente solo in apparenza. Il problema è impedire che la tombola diventi il simbolo massimo dell’immaginazione istituzionale: l’attività che rassicura gli operatori, occupa il tempo, produce movimento visibile e permette di dire che qualcosa è stato fatto.
L’animazione geriatrica, se vuole avere ancora senso nel 2026, non può limitarsi a riempire il pomeriggio. Deve provare ad allargare il campo dell’esperienza possibile: parola, memoria, scelta, gesto, relazione, racconto, presenza. Anche quando la risposta è fragile. Anche quando non produce spettacolo. Anche quando non si vede subito.
La domanda quindi non è: tombola sì o tombola no. La domanda più seria è: quale idea di persona anziana stiamo confermando ogni volta che decidiamo cosa proporre?
E, ancora più scomodamente: stiamo offrendo un’attività, o stiamo solo ripetendo l’unica forma di vita che l’istituzione sa immaginare?
Per approfondire la questione in forma visiva
Ho provato a riprendere lo stesso nodo in forma di breve video con slide: non per spiegare “meglio” il dialogo, ma per rendere più visibile il passaggio dal semplice fare attività al costruire esperienza.
