Quello che resta, quello che manca, quello che viene preteso

C’è una signora che non parla quasi mai. Non interviene, non commenta, non chiede, non racconta. Se si compilasse una scheda in fretta, verrebbe facile scrivere: scarsa partecipazione. Produzione verbale assente. Iniziativa ridotta.

Poi però la si guarda meglio. Controlla tutto. Segue chi entra, chi esce, chi sposta una sedia, chi alza troppo la voce, chi si avvicina senza misura. Non dice nulla, ma il suo sguardo non è vuoto. Non è neppure, banalmente, “presenza”. È qualcosa di più preciso e più scomodo da nominare: una forma di governo silenzioso del campo.

Non posso sapere esattamente che cosa pensi. Sarebbe troppo facile, e anche un po’ arrogante, tradurre ogni movimento degli occhi in un pensiero. Ma sarebbe altrettanto falso considerarla assente solo perché non produce parole.

In RSA succede spesso così. Le cose più importanti non si presentano nella forma in cui le aspettiamo.

Un paziente non ricorda. Non ricorda il nome o il giorno, non ricorda quello che è stato detto poco prima. La memoria si sbriciola, la sequenza si interrompe, il racconto non tiene. Poi però corregge il tono.

Si accorge se gli si parla come a un bambino. Sente la voce finta, la frase detta per chiudere, la gentilezza di cartone, quella specie di zucchero professionale che a volte cola sulle persone fragili. Non ricorda, ma sente.

E questa cosa dovrebbe bastare a demolire una delle frasi più miserabili che circolano nei luoghi di cura: tanto non capisce, tanto non ricorda, tanto dopo cinque minuti non lo sa più. Magari non lo sa più. Ma intanto lo attraversa.

Il punto è qui: una persona può perdere una funzione e conservarne un’altra. Può non ricordare e tuttavia riconoscere il modo in cui viene trattata. Può non parlare e tuttavia orientare lo spazio. Può non partecipare all’attività e tuttavia restare pienamente coinvolta nel clima che quell’attività produce.

Il problema è che noi cerchiamo spesso le funzioni dove siamo abituati a trovarle. Nel linguaggio. Nella memoria. Nella risposta adeguata. Nella partecipazione visibile. Nella collaborazione. E così rischiamo di non vedere ciò che resta, solo perché non ha più la forma ordinata della prestazione.

Poi c’è la persona che dice: “Non voglio fare niente”. Frase fastidiosa.

Fastidiosa per l’operatore, perché interrompe il progetto. Fastidiosa per la struttura, perché non produce partecipazione. Fastidiosa per chi vorrebbe poter dire che l’attività funziona, che il gruppo risponde, che gli ospiti sono stimolati, coinvolti, contenti. Ma a volte quel “non voglio fare niente” è una delle frasi più vive della giornata.

Non sempre, certo. Non bisogna trasformare ogni rifiuto in un monumento all’autodeterminazione.

A volte dietro un no ci sono dolore, depressione, paura, stanchezza, confusione. A volte c’è solo un corpo che non ne può più e non ha trovato parole migliori.

Però in un luogo in cui la persona viene continuamente alzata, lavata, vestita, spostata, accompagnata, imboccata, sollecitata, invitata, corretta, richiamata, portata da qualche parte, riportata da qualche altra, quel no può essere una delle poche forme rimaste di confine.

Non voglio. Non adesso. Non così. Non con voi. Non per forza.

Non è detto che il nostro compito sia sempre superare questo NO. A volte il compito è reggerlo senza viverlo come un affronto personale o come il fallimento dell’attività. Anche perché una cura che non tollera il rifiuto rischia di assomigliare troppo a un’occupazione educata.

E poi c’è l’ospite cupo. Quello che sembra non avere voglia di nulla. Quello che non ama il gruppo, non si entusiasma, non aderisce, non offre all’operatore la soddisfazione di una risposta luminosa. Non diventa improvvisamente narrativo solo perché qualcuno ha preparato una bella proposta.

Però sa del vento. Sa dove è meglio sedersi in terrazza. Sa se l’aria gira male. Sa se il caffè è accettabile o se è soltanto acqua scura con pretese sociali. Sa quale sedia è troppo esposta, quale posto consente di vedere senza essere visto troppo, quale angolo permette di stare nel gruppo senza esserne divorato.

È poco? Dipende dallo sguardo. Se cerchiamo una prestazione, è poco. Se cerchiamo il modo in cui una persona abita ancora il mondo, è moltissimo.

La vecchiaia fragile costringe a questa domanda: che cosa chiamiamo funzione?

Una funzione è solo camminare, ricordare, parlare, eseguire, rispondere, collaborare? O è funzione anche correggere un tono? Scegliere una distanza? Difendere un rifiuto? Sapere dove passa il vento? Accorgersi che una voce è falsa? Trovare la sedia giusta? Restare in silenzio, ma non farsi cancellare?

Questa domanda non è poetica. È clinica, organizzativa, etica.

Perché in RSA non osserviamo mai soltanto ciò che una persona sa ancora fare. Osserviamo sempre tre cose intrecciate: quello che resta, quello che manca, quello che viene preteso.

Quello che resta, spesso, è fragile e laterale. Non fa scena. Non riempie una scheda. Non produce risultati comodi da raccontare. Ha bisogno di tempo, attenzione, operatori capaci di non chiudere subito il significato.

Quello che manca va riconosciuto senza imbarazzo. Alcune funzioni sono perdute davvero. Non tutto si riattiva. Non tutto si recupera. Non tutto può essere stimolato senza diventare accanimento travestito da buona volontà. Fingere che una funzione ci sia ancora, quando non c’è più, significa esporre la persona a una richiesta impossibile. Ma quello che viene preteso è forse la parte meno visibile.

La persona deve collaborare. Deve partecipare. Deve gradire. Deve adattarsi. Deve stare nel gruppo. Deve accettare i tempi. Deve non disturbare. Deve essere abbastanza attiva da mostrare che il servizio funziona, ma non così libera da complicarne l’organizzazione. Deve avere preferenze, purché compatibili con ciò che è già stato deciso. Deve essere stimolata, ma nei modi previsti. Deve esprimersi, ma senza mettere troppo in crisi il contesto.

Queste sono funzioni imposte. Non sempre vengono dichiarate. Anzi, quasi mai. Passano sotto parole più nobili: partecipazione, socializzazione, attivazione, benessere, collaborazione. Parole utili, a volte necessarie. Ma anche parole che possono coprire una pretesa: che la persona fragile continui a funzionare in una forma leggibile per l’istituzione.

Anche l’animazione può cadere qui. Può diventare un altro dispositivo che chiede alla persona di esserci nel modo giusto: rispondere, sorridere, fare, ricordare, scegliere, raccontare, stare seduta, stare nel gruppo, non rovinare il clima.

Oppure può diventare un osservatorio.

Non il momento leggero della giornata, non il riempitivo, non la parte carina della cura. Un osservatorio serio, in cui si vede come una persona si dispone ancora nel mondo.

Chi guarda senza parlare. Chi non ricorda ma riconosce un tono. Chi rifiuta e, rifiutando, si riprende un bordo. Chi sembra cupo ma sa tutto del vento. Chi non partecipa all’attività, ma partecipa al campo. Chi non produce nulla, ma modifica la qualità della stanza.

Forse il valore di un’attività non sta solo in quello che fa fare. Sta in quello che permette di vedere.

E quello che permette di vedere, a volte, è impietoso. Non solo verso la persona fragile, ma verso di noi. Verso le nostre aspettative, le nostre schede, le nostre parole professionali, la nostra fretta di chiamare partecipazione ciò che ci rassicura e opposizione ciò che ci intralcia.

La persona anziana fragile non coincide con l’elenco delle funzioni perdute. Ma non coincide nemmeno con l’immagine consolatoria di una soggettività intatta, nascosta da qualche parte, che basterebbe evocare con l’attività giusta.

A volte resta poco. A volte quel poco è decisivo. A volte manca molto. A volte siamo noi a pretendere troppo.

La cura comincia forse quando riusciamo a distinguere queste tre cose senza confonderle: ciò che resta, ciò che manca, ciò che stiamo imponendo.

Perché una persona può essere ferita due volte. La prima dalla malattia, dalla vecchiaia, dalla perdita, dal corpo che non risponde più. La seconda dallo sguardo di chi pretende che continui a funzionare secondo forme che non le appartengono più.

E può essere riconosciuta, almeno in parte, quando qualcuno smette di cercare soltanto la prestazione evidente e comincia a osservare il punto esatto in cui resta una relazione con il mondo: uno sguardo che tiene la stanza, un tono che viene respinto, un no che difende un confine, una sedia scelta con precisione, un caffè giudicato senza indulgenza, il vento sentito prima degli altri.

Non è poco. È poco solo per chi confonde la vita con la sua efficienza.