La senzienza non basta. Animali, umani non coscienti e casi-limite della bioetica

La senzienza apre la bioetica, ma non la fonda da sola

Ci sono concetti che sembrano risolvere tutto perché arrivano con l’aria pulita delle cose finalmente dette bene.

La senzienza è uno di questi. Nel dibattito bioetico sugli animali ha avuto una funzione decisiva: ha costretto a smettere di pensare l’animale come cosa, macchina, risorsa, corpo muto a disposizione dell’umano. Se un animale può provare dolore, paura, piacere, stress, attaccamento, allora non è più eticamente irrilevante. Fin qui il ragionamento è forte, quasi inattaccabile.

Ma proprio qui comincia il problema. Perché ogni criterio morale, quando viene assolutizzato, prima o poi incontra il suo caso-limite. Se diciamo che ciò che fonda il valore morale di un vivente è la senzienza, che cosa accade agli esseri umani nei quali la senzienza è assente, sospesa, non dimostrabile o gravemente compromessa? Che cosa accade ai pazienti in stato di incoscienza permanente, ai soggetti in stato vegetativo, ai neonati estremamente immaturi, alle persone nelle quali non possiamo più rilevare una coscienza attuale?

La questione, allora, non riguarda solo gli animali. Riguarda il modo in cui costruiamo i confini della comunità morale. Riguarda il rischio di usare un criterio efficace per includere alcuni viventi e, nello stesso movimento, produrre nuove esclusioni.La domanda non è: “gli animali valgono quanto gli esseri umani?”. Formulata così, è una trappola da talk show.

La domanda seria è un’altra: la senzienza basta davvero a fondare una bioetica? Oppure è una soglia necessaria, ma non sufficiente, che va integrata con altri concetti,vulnerabilità, relazione, cura, dignità, continuità biografica, non disponibilità del corpo vivente?

Da qui nasce il problema.

Fondare la bioetica animale sulla senzienza sembra, a prima vista, la mossa più pulita. Gli animali contano moralmente perché sentono. Provano dolore, paura, piacere, disagio, frustrazione, forse forme elementari di attesa, memoria, attaccamento. Dunque non sono cose.

Non sono macchine biologiche. Non sono semplici materiali a disposizione dell’umano.Questa intuizione è oggi sostenuta anche sul piano giuridico e scientifico. L’Unione Europea riconosce gli animali come “esseri senzienti” nell’articolo 13 del TFUE, imponendo attenzione alle loro esigenze di benessere nelle politiche europee. La Dichiarazione di Cambridge sulla coscienza del 2012 ha affermato che molti animali non umani possiedono substrati neurobiologici compatibili con stati coscienti. Più recentemente, la New York Declaration on Animal Consciousness del 2024 ha ribadito che esiste forte supporto scientifico per attribuire esperienza cosciente a mammiferi e uccelli, e possibilità realistiche anche per altri gruppi animali.

Fin qui, bene. Anzi: necessario. Il concetto di sentienza ha avuto una funzione demolitrice importante. Ha incrinato l’antico privilegio umano fondato su una separazione troppo comoda: da una parte l’uomo, cosciente, morale, degno; dall’altra l’animale, corpo disponibile, materia vivente, organismo da usare.

La sentienza obbliga a cambiare domanda: non più “che cosa è?”, ma “può patire?”. In questa svolta c’è Bentham, c’è Singer, c’è gran parte dell’etica animale contemporanea.Il problema nasce quando la sentienza, da criterio importante, diventa criterio unico.

Se diciamo che un essere ha rilevanza morale solo perché è senziente, allora dobbiamo affrontare una conseguenza scomoda: che cosa accade agli esseri umani in condizioni di non-sentienza, o di sentienza gravemente compromessa? Neonati estremamente prematuri, pazienti in stato di incoscienza permanente, soggetti con gravi disturbi della coscienza, persone in stato vegetativo o sindrome di veglia non responsiva: restano titolari di piena considerazione morale oppure no?

La sindrome di veglia non responsiva viene descritta come una condizione in cui vi è veglia senza evidenza di consapevolezza: occhi aperti, cicli sonno-veglia, funzioni vitali conservate, ma nessuna prova comportamentale di coscienza di sé o dell’ambiente.

Qui la bioetica animale incontra la sua lama più tagliente. Se la senzienza è il fondamento esclusivo della dignità morale, gli umani non senzienti rischiano di uscire dalla comunità morale. Se invece continuiamo a proteggerli pienamente, allora dobbiamo ammettere che, almeno per l’umano, usiamo anche altri criteri: appartenenza, vulnerabilità, storia biografica, relazioni, corporeità, continuità dell’identità, dignità, dovere di cura.È qui che il ragionamento si complica. E deve complicarsi.

Una teoria morale che funziona solo finché evita i casi difficili non è una teoria: è un arredamento concettuale.Il cosiddetto “argomento dei casi marginali” mette esattamente il dito nella ferita. Se neghiamo agli animali uno statuto morale diretto perché non possiedono certe capacità superiori, razionalità, linguaggio, autocoscienza riflessiva, allora dovremmo negarlo anche agli esseri umani che non possiedono, temporaneamente o stabilmente, quelle stesse capacità.

L’Internet Encyclopedia of Philosophy formula il problema in questi termini: se gli animali non hanno status morale diretto, allora nemmeno alcuni esseri umani come neonati, persone con grave decadimento cognitivo o disabilità cognitive profonde dovrebbero averlo; ma poiché riteniamo che questi esseri umani abbiano status morale, qualcosa non regge nella teoria che esclude gli animali.

La sentienza, dunque, è potente contro lo specismo rozzo. Ma è insufficiente contro la complessità della bioetica.Il primo limite è epistemico. Come misuriamo la sentienza? Negli animali non possiamo accedere direttamente all’esperienza soggettiva. Possiamo inferirla da comportamento, sistema nervoso, apprendimento, evitamento del dolore, risposte fisiologiche, flessibilità adattiva. Ma l’inferenza resta probabilistica. Questo non significa che possiamo ignorarla. Al contrario: proprio perché non possiamo escludere con certezza la sofferenza, dovremmo applicare un principio di precauzione.

Ma il punto rimane: la sentienza non è un interruttore acceso/spento. È un campo graduato, incerto, distribuito.Il secondo limite è morale. Sentire dolore basta per avere interessi? Sì, almeno in senso minimo. Se un essere può soffrire, ha interesse a non soffrire. Questo è un punto fortissimo. Ma da qui non deriva automaticamente che tutti gli esseri senzienti abbiano lo stesso tipo di statuto morale, né che ogni vita senziente debba essere trattata nello stesso modo.

La senzienza fonda un dovere di non infliggere sofferenza inutile; non risolve da sola i conflitti tra vita, cura, libertà, morte, uso, relazione, responsabilità.Il terzo limite è antropologico. L’essere umano non viene protetto solo perché “sente”. Viene protetto anche perché appartiene a una comunità simbolica e giuridica che riconosce la vulnerabilità come criterio di obbligazione. Un paziente non cosciente non vale meno perché non può protestare. Un neonato non vale meno perché non argomenta. Una persona con compromissione gravissima non diventa un oggetto perché non manifesta preferenze. Qui la dignità non coincide con la prestazione. E meno male: una civiltà che misura la dignità sulla prestazione ha già preparato il mattatoio, solo con le pareti più pulite.Ma attenzione: usare la dignità umana per salvare gli umani non deve diventare il trucco per ributtare gli animali fuori dalla porta.

Il rischio è fare una doppia contabilità morale: agli animali chiediamo di dimostrare di sentire per meritare tutela; agli umani riconosciamo tutela anche quando non possono dimostrare nulla.

Questo è il punto in cui la teoria deve smettere di barare. Una via più solida consiste nel distinguere tra diversi livelli di fondazione morale.

La senzienza può essere assunta come soglia minima di considerazione morale: dove c’è possibilità di esperienza soggettiva, dolore, piacere, paura o benessere, c’è almeno un interesse da prendere in considerazione. Questo vale per gli animali e impedisce di trattarli come cose.

In questa direzione si muovono anche approcci come quello di Gary Francione, secondo cui la sentienza è condizione necessaria e sufficiente per entrare nella comunità morale, perché un essere senziente possiede interessi. Ma la senzienza non dovrebbe essere trasformata nell’unico fondamento di ogni valore. Per gli esseri umani in condizioni di non-senzienza intervengono altri criteri: la continuità biografica, il corpo personale, la relazione con altri soggetti, la vulnerabilità radicale, la non disponibilità totale della persona, il dovere di cura verso chi non può più difendersi. Questi criteri non cancellano la senzienza animale; impediscono piuttosto che la morale diventi una gara neurologica.Il punto non è dire: “gli animali valgono come gli umani”.

La sofferenza animale conta davvero, anche quando non coincide con la sofferenza umana; e la dignità umana non può essere ridotta alla sola capacità attuale di sentire, pensare, parlare o desiderare. Una bioetica animale fondata solo sulla sentienza rischia quindi due errori opposti. Il primo è troppo debole: protegge gli animali solo finché possiamo dimostrare che sentono abbastanza. Il secondo è troppo forte: se prende la senzienza come unico criterio, apre problemi enormi per gli umani privi di coscienza o di esperienza soggettiva rilevabile.La soluzione non è abbandonare la senzienza. Sarebbe un errore.

Senza senzienza, l’etica animale perde il suo aggancio più concreto: il dolore reale dei corpi vivi. Ma la soluzione non è nemmeno idolatrarla. La sentienza dice una cosa decisiva: “questo essere può subire un male”. Non dice, da sola, tutto ciò che dobbiamo sapere sul valore di una vita, sulla dignità, sui legami, sulla vulnerabilità e sui doveri di cura.In fondo, il problema non è che la sentienza sia un concetto sbagliato.

Il problema è che le chiediamo di fare troppo. Le chiediamo di fondare insieme il benessere animale, i diritti, la dignità, la persona, il fine vita, la disabilità, la vulnerabilità, la differenza tra uso e abuso, tra cura e dominio. Nessun concetto, da solo, regge tutto questo peso senza rompersi.

Una bioetica animale più matura dovrebbe allora partire dalla sentienza, ma non fermarsi lì.

Dovrebbe dire: gli animali non sono cose perché possono avere esperienze soggettive e interessi propri; gli umani non perdono dignità quando perdono coscienza; la vulnerabilità, umana e animale, è una fonte di obbligazione morale; e il fatto che gli esseri viventi non siano tutti uguali non autorizza a trattare alcuni come nulla.

La sentienza apre la porta. Ma non può essere tutta la casa.