Mappare la soglia: fin dove mi accompagna la fenomenologia?

Merleau-Ponty mi aiuta a pensare il linguaggio a partire dal corpo. Parlare coinvolge il gesto, la situazione, la presenza di qualcuno che ascolta. Il pensiero prende forma anche mentre cerchiamo le parole. A volte ci accorgiamo di quello che volevamo dire soltanto dopo averlo detto.

Per chi lavora in logopedia, questo cambia lo sguardo. Una parola prodotta correttamente può restare confinata dentro un esercizio. Una parola faticosa, incompleta, può invece servire a chiedere qualcosa, protestare, raggiungere qualcuno. La differenza conta, anche quando sulla scheda di valutazione si vede poco.

Poi però arriva una seduta in cui tutto questo, pur continuando a sembrarmi vero, mi lascia in difficoltà. Ho davanti una persona con una compromissione grave del linguaggio. Devo scegliere cosa proporre, capire quanto chiedere, valutare se l’aiuto che offro apre una possibilità oppure tiene in piedi una prestazione che senza di me scompare. E lì la domanda diventa piuttosto semplice: oggi, con questa persona, che cosa faccio?

Il limite della spiegazione

Sarebbe comodo dire che la fenomenologia funziona finché il danno è lieve e si ferma quando diventa grave. Sarebbe anche scorretto. Merleau-Ponty costruisce parte della sua riflessione proprio attraverso il confronto con la patologia. Il corpo di cui parla conosce impedimenti, alterazioni, possibilità perdute.

Il problema riguarda piuttosto quello che io chiedo alla sua filosofia.

Mi aiuta a comprendere l’esperienza del parlare e il suo rapporto con gli altri. Da questa comprensione, però, non ricavo direttamente un trattamento. Non posso dedurre quale facilitazione usare, come verificarne l’effetto, quando modificare un obiettivo. Per queste decisioni servono conoscenze cliniche, osservazioni ripetute, strumenti di valutazione. E serve accettare che un’ipotesi possa essere smentita.

Se pretendo da una filosofia dell’espressione le istruzioni per la seduta, probabilmente le sto chiedendo qualcosa che non promette. Se invece continuo a richiamarla senza chiarire che cosa cambia nel mio lavoro, rischio di usarla come un commento colto a quello che faccio comunque. È questo il punto che mi interessa.

Che cosa sto chiamando «crollo»?

Anche le parole con cui descrivo i casi più gravi meritano qualche sospetto.

«Crollo del sistema simbolico», per esempio. È una formula forte. Ma che cosa mi autorizza a dire? Quali funzioni risultano compromesse? In quali condizioni? Che cosa cambia se modifico la richiesta o il modo in cui mi rivolgo alla persona?

Dalla difficoltà di esprimersi non posso concludere che si sia disgregata l’esperienza soggettiva. E non posso trattare il linguaggio, l’intenzionalità e la coscienza come se fossero la stessa cosa. Il rischio, altrimenti, è attribuire al paziente un crollo più esteso di quello che riesco effettivamente a documentare. Oppure muovermi nell’altra direzione: dare per presente una possibilità espressiva perché la mia teoria mi porta a cercarla, anche quando non so come verificarla. Vorrei riuscire a restare in questa difficoltà senza riempirla troppo in fretta.

Perché chiamare in causa Canguilhem

Qui mi interessa mettere Merleau-Ponty a confronto con Georges Canguilhem e con Il normale e il patologico.

In Canguilhem la salute comprende la capacità del vivente di istituire nuove norme nel rapporto con l’ambiente. La malattia restringe questa possibilità. Una persona può trovare un equilibrio, ma dipendere da condizioni molto precise e tollerare male anche piccoli cambiamenti. Il patologico ha dunque un proprio ordine. Il problema è quanto questo ordine consenta di vivere, affrontare variazioni, uscire da una situazione rigidamente protetta.

Porto questa prospettiva nel mio lavoro come una domanda: se una risposta compare soltanto con il mio aiuto, dentro una sequenza sempre uguale, che cosa abbiamo ottenuto? Può avere un valore, certamente. Devo però capire quale. Posso considerarla una possibilità utilizzabile dalla persona? Rimane legata a quelle condizioni? Quanto le costa?

Sono domande meno gratificanti del generico «qualcosa passa». Ma quel qualcosa devo provare a descriverlo.

Tornare alla seduta

Il confronto tra questi autori mi serve se rende più precise le domande cliniche. Al momento, lo considero un lavoro aperto. Vorrei partire dalle situazioni in cui mi blocco: una risposta che compare e poi non ritrovo, un esercizio riuscito che fuori dalla seduta non sembra lasciare traccia, una richiesta che continuo a ripetere senza sapere più bene che cosa sto verificando.

In questi casi devo esplicitare l’obiettivo. Dire che cosa mi aspetto di osservare e quali risultati mi porterebbero a cambiare strada. Anche la fatica della persona entra nella valutazione. Il fatto che un’attività sia ancora eseguibile non basta, da solo, a giustificarne la ripetizione.

Resta poi il concetto di istituzione, sviluppato da Merleau-Ponty negli anni Cinquanta: esperienze che aprono un campo di senso, lasciando possibilità di ripresa e di sviluppo. Non coincide con un protocollo o con una pratica che si stabilizza perché la ripetiamo.

Mi interessa capire se possa aiutarmi a pensare ciò che una seduta lascia disponibile per quelle successive, e soprattutto per la vita della persona. È un collegamento da argomentare. Chiamarlo già «ponte necessario» sarebbe saltare il lavoro che devo ancora fare.

Per ora la soglia che cerco è questa: il punto in cui comprendere meglio ciò che accade mi obbliga a rivedere quello che sto facendo. Compresa la possibilità di ridurre una richiesta, cambiare obiettivo, o ammettere che non ho elementi sufficienti per continuare nello stesso modo.

Riferimenti

  • Merleau-Ponty, M., Fenomenologia della percezione, Bompiani, 2003. Per il rapporto fra corpo, linguaggio ed espressione
  • Canguilhem, G., Il normale e il patologico, Einaudi, 1998. Per la normatività biologica e la distinzione fra salute e malattia.
  • Merleau-Ponty, M., L’institution, la passivité. Notes de cours au Collège de France (1954–1955), Belin, 2003.