Dove finisce la mente? Note a partire da “Mind the Body” di J. Slatman

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Il modo in cui pensiamo la mente, nella pratica clinica, ha conseguenze dirette. Spesso, anche implicitamente, la consideriamo come qualcosa di interno: localizzato nel cervello, accessibile attraverso il comportamento, misurabile attraverso risposte osservabili. Ma questa idea è meno neutra di quanto sembri.

Il progetto Mind the Body di Jenny Slatman propone uno spostamento.

La mente non è qualcosa che sta “dentro” e si manifesta all’esterno. È qualcosa che accade nella relazione tra corpo e mondo.

Questo non è solo un punto teorico. Nella neuroriabilitazione, cambia il modo in cui leggiamo ciò che accade.

Se la mente è interna e il comportamento ne è espressione, allora l’assenza di comportamento tende a essere letta come assenza di mente.

Se invece la mente è incarnata e situata, ciò che osserviamo è solo una parte del processo, e ciò che non osserviamo non può essere automaticamente escluso.

Nei disturbi della coscienza, questa differenza è decisiva. Il problema non è solo stabilire se ci sia o meno coscienza. È capire su quali presupposti stiamo basando questa attribuzione.

Anche nell’afasia grave, il linguaggio smette di essere un canale trasparente. Non perché la mente scompaia, ma perché il modo in cui si rende visibile si modifica.

In questo senso, il corpo non è semplicemente un supporto della mente. È la condizione attraverso cui la mente prende forma.

Questo non elimina l’incertezza clinica. Ma impedisce di colmarla troppo in fretta.

Questo tema si collega direttamente al problema discusso in “Coscienza e comportamento”.

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