Quando la salute come capacità va in crisi: il caso dello stato vegetativo

Published by

on

L’idea che la salute coincida con la capacità di realizzare i propri scopi vitali è una delle più interessanti proposte della Filosofia della Medicina contemporanea. Ha un merito evidente: sposta il fuoco dal solo funzionamento biologico alla vita concreta della persona. Non basta chiedersi se un organismo funziona secondo norma. Bisogna chiedersi che cosa quella persona può ancora fare, perseguire, abitare come proprio.

Questa idea però mostra tutta la sua fragilità quando la si mette alla prova nei casi estremi. Il paziente in stato vegetativo è uno di questi. Il corpo è vivo, mantiene alcune funzioni di base, attraversa cicli di sonno e veglia. Ma non mostra segni clinicamente affidabili di consapevolezza di sé o dell’ambiente. E qui il modello della salute come capacità entra in difficoltà. Perché se la salute dipende dalla possibilità di orientarsi verso scopi vitali, che cosa resta da dire quando il soggetto non può formulare scopi, non può perseguirli, non può neppure appropriarsene?

Si può provare a salvare il modello in due modi. Il primo consiste nell’abbassare drasticamente l’asticella: chiamare “scopo vitale” la semplice conservazione di alcune funzioni fisiologiche. Respirare. Mantenere una stabilità emodinamica. Ricevere nutrizione. Ma a quel punto il linguaggio delle capacità ha già ceduto il passo a quello del funzionamento biologico. Si rientra dalla finestra in ciò che si voleva superare.

Il secondo modo è ancora più scivoloso: immaginare che gli scopi del paziente sopravvivano per delega, custoditi dalla famiglia o dall’équipe che continua a nutrirlo, a curarlo, a proteggerlo. Ma qui il problema è serio. Non si sta più parlando delle capacità del soggetto. Si sta parlando dei valori di chi gli sta intorno. Il rischio è attribuire al paziente un orizzonte di fini che non può più assumere in prima persona.

E tuttavia la medicina non smette di agire. Continua a prevenire infezioni, piaghe, aspirazioni. Continua a interrogarsi sulla proporzione dei trattamenti. Continua a trattare quella vita come qualcosa che non può essere lasciato cadere nel puro neutro biologico. Questo dato è importante. Significa che, anche quando la grammatica delle capacità vacilla, la cura non si interrompe. Ma non perché stia promuovendo la realizzazione di scopi vitali. Piuttosto perché assume che anche una vita quasi totalmente priva di agency mantenga un rilievo normativo.

È qui che il caso dello stato vegetativo diventa filosoficamente spietato. Mostra che il modello delle capacità funziona bene finché esiste un margine, anche minimo, di azione o di orientamento. Funziona molto meno quando quel margine sembra collassare. In queste situazioni non è più il lessico delle capacità a sostenere la clinica, ma quello della vulnerabilità radicale. Non si tratta di promuovere un progetto di vita. Si tratta di decidere che cosa resta doveroso fare per una vita umana in condizioni estreme.

Per questo lo stato vegetativo non mette in crisi solo una teoria della salute. Mette in crisi il nostro bisogno di credere che ogni concetto regga ovunque. Non regge. E forse è proprio qui che la filosofia della medicina serve davvero: non quando offre definizioni eleganti, ma quando costringe a riconoscere il punto in cui una teoria si ferma e la responsabilità clinica continua da sola.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *