Per molto tempo il funzionalismo ha offerto una delle descrizioni più influenti della mente: uno stato mentale viene definito in base al ruolo causale che svolge tra input, stati interni e output comportamentali. È un modello forte, elegante, potente. Ma ha un limite noto e radicale: può spiegare il funzionamento, non il fatto che vi sia esperienza. Può descrivere ciò che il sistema fa, non che cosa si prova a essere quel sistema. È qui che si apre il gap tra funzione e fenomeno.
Le teorie della cognizione incarnata hanno cercato di correggere questo limite rimettendo al centro il corpo e l’interazione con l’ambiente. Ma anche qui bisogna stare attenti: dire che la mente è incarnata non basta, se il corpo continua a essere pensato solo come organismo osservabile, come struttura funzionale descrivibile in terza persona. Il punto decisivo è un altro: di quale corpo stiamo parlando?
La fenomenologia introduce qui una distinzione essenziale. Da una parte c’è il corpo come oggetto, il corpo misurabile, osservabile, descrivibile. Dall’altra c’è il corpo vissuto, il corpo che sente, che non è semplicemente una cosa tra le cose ma il luogo stesso in cui l’esperienza prende forma. Tradotta nei termini dell’articolo da cui parto, la differenza è quella tra corpo funzionale e corpo senziente. La prima nozione basta a spiegare il comportamento; la seconda obbliga a interrogare la dimensione del sentire.
È una distinzione che cambia molto. Se ci fermiamo al corpo funzionale, possiamo rendere conto di ciò che accade in termini causali, ma il sentire resta senza funzione esplicativa, quasi un residuo tollerato. Se invece prendiamo sul serio il corpo senziente, il problema si sposta: non si tratta più soltanto di spiegare come il sistema reagisce, ma di comprendere che l’esperienza non è un’aggiunta eventuale al funzionamento. È ciò che rende il fenomeno pienamente tale.
Questa differenza diventa più chiara proprio in clinica, soprattutto nei casi in cui il comportamento è minimo, intermittente, ambiguo. In una paziente in stato di minima coscienza, una descrizione puramente funzionale può fermarsi a ciò che è osservabile: apertura oculare spontanea, risposte motorie minime, assenza di evidenze chiare di intenzionalità. Tutto questo è corretto. Ma non esaurisce la scena. Perché ci sono situazioni in cui il comportamento osservato non autorizza conclusioni forti sulla presenza di esperienza, e tuttavia neppure consente di liquidare la questione come se il problema del sentire fosse semplicemente sparito. La clinica, qui, non risolve il problema della coscienza. Lo rende inevitabile.
Ed è questo il punto più interessante. A parità di comportamento osservabile, resta aperta la domanda se quel corpo sia soltanto un sistema che funziona oppure anche un corpo che sente. La fenomenologia non aggiunge un mistero. Mostra piuttosto il limite della descrizione oggettiva: il comportamento corporeo non coincide mai del tutto con il fenomeno, perché resta esposto alla possibilità che vi sia un’esperienza che non possiamo ridurre né eliminare senza mutilare il problema stesso.
Il passaggio dal funzionalismo alla cognizione incarnata, e da qui alla fenomenologia, non è quindi un semplice ampliamento teorico. È uno spostamento più duro: dalla spiegazione del funzionamento alle condizioni di possibilità dell’esperienza. In questo passaggio, la distinzione tra corpo funzionale e corpo senziente segna una soglia netta. Da una parte ciò che il comportamento permette di spiegare. Dall’altra ciò che il comportamento, da solo, non basta a chiudere: il problema del sentire.
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