Quando “io” e “tu” non stanno più al loro posto

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Immagine astratta con due poli e linee direzionali che si incrociano o puntano nel posto sbagliato.

Afasia, gesto deittico e posizione del soggetto

In un paziente afasico con componente aprassica può accadere qualcosa di apparentemente semplice e invece molto denso: gli si chiede di indicare sé stesso o l’interlocutore, e il gesto si disorganizza. Punta il dito verso di sé dicendo tu, oppure verso l’altro dicendo io.

A prima vista si potrebbe dire: il gesto ha perso il suo significato. Ma questa spiegazione è troppo povera. Il gesto deittico non funziona come un’etichetta appiccicata a un movimento. Indicare sé stessi o l’altro non significa solo muovere il dito nella direzione giusta: significa collocarsi dentro una scena comunicativa.

Nell’afasia il rapporto tra linguaggio e gesto può rimanere attivo, ma alterato. Le persone con afasia spesso continuano a usare gesti comunicativi, talvolta anche con funzione compensatoria; diversi studi mostrano che gesto e parola non sono sistemi del tutto separati, ma canali strettamente intrecciati nella comunicazione.

Il gesto di indicazione è ancora più interessante perché è un gesto deittico: vale solo dentro una relazione. Io non indica sempre la stessa persona: indica chi parla. Tu non indica sempre lo stesso individuo: indica colui al quale mi rivolgo. Dunque il significato non è fisso, ma dipende dalla posizione assunta nel campo comunicativo.

Qui il problema non sembra essere soltanto motorio. Certo, può esserci una difficoltà aprassica: programmare volontariamente il gesto, orientarlo, coordinarlo con la parola. Ma il fenomeno clinico sembra stare in una zona più complessa, dove si incontrano intenzione comunicativa, schema corporeo, linguaggio e ruolo soggettivo.

Il fatto che il paziente riesca meglio quando il gesto emerge su spinta emotiva è decisivo. In quel momento il gesto non viene prodotto come esercizio volontario, ma come gesto vissuto, quasi pre-riflessivo. Il corpo “sa” prima che il controllo cosciente intervenga. Quando invece il compito diventa esplicito — indica te stesso, indica me — il sistema deve ricostruire artificialmente ciò che di solito è immediato. E lì può collassare.

Dal punto di vista fenomenologico, il gesto deittico non è solo un segno: è un atto di orientamento. Indicare io significa assumere il proprio corpo come centro della scena. Indicare tu significa riconoscere l’altro come polo dell’interlocuzione. Nel paziente afasico/aprassico questa cerniera può diventare instabile: il corpo indica, la parola nomina, ma non sempre abitano la stessa posizione.

Per questo l’errore io/tu non va letto semplicemente come confusione lessicale o come gesto “sbagliato”. È il segno di una frattura più fine: la difficoltà a tenere insieme parola, gesto e punto di vista.

In termini clinico-filosofici potremmo dire così:

Nell’afasia aprassica il gesto non fallisce solo come esecuzione motoria, ma come atto incarnato di orientamento simbolico. Indicare “io” o “tu” significa assumere una posizione nel campo relazionale; proprio questa posizione, sotto sforzo volontario, può diventare instabile.

Questo piccolo fenomeno dice molto più di quanto sembri. Mostra che il linguaggio non è soltanto nella parola, e che il gesto non è soltanto nel movimento. Tra corpo e linguaggio c’è una zona intermedia, fragile e potentissima, in cui il soggetto prende posto nel mondo.

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