A volte il paziente non parla, non esegue una richiesta, non produce una risposta riconoscibile. Però, quando entro nella stanza, mi guarda. Non sempre. Non in modo facilmente interpretabile. Ma quello sguardo c’è, e modifica immediatamente il modo in cui io sto davanti a lui/lei.
La distinzione tra stato vegetativo/non responsivo e stato di minima coscienza è stata formalizzata nella letteratura neurologica proprio a partire dalla presenza di segni comportamentali minimi ma riproducibili di coscienza, come la fissazione visiva, l’inseguimento o risposte intenzionali non sempre costanti.
Da qui nasce la difficoltà: che cosa posso dire di quello sguardo senza tradirlo?
Nello stato di minima coscienza lo sguardo non va né impoverito a puro riflesso, né sovrainterpretato come comunicazione piena. È un evento di soglia: clinicamente fragile, ma relazionalmente potente. Lo sguardo, la fissazione, l’inseguimento visivo e l’orientamento agli stimoli sono elementi importanti, ma da soli non autorizzano a dire “mi capisce” o “mi riconosce”.
Qui entra il punto decisivo: che tipo di relazione esiste quando manca la risposta linguistica? Non è dialogo nel senso ordinario.
È una relazione pre-dialogica, forse una forma minima di “seconda persona”: io non tratto quel corpo come cosa, ma come possibile soggetto ancora presente in modo intermittente.
Il rischio è doppio: da una parte il riduzionismo — “non risponde, quindi non c’è nessuno”; dall’ altra il sentimentalismo — “mi guarda, quindi comunica tutto”. L’etica clinica sta nel mezzo: riconoscere una possibile presenza senza appropriarsene.
La filosofia dialogica di Martin Buber può offrire un riferimento utile, purché non venga applicata in modo semplificato. La distinzione tra Io-Tu e Io-Esso aiuta a pensare il rischio, sempre presente nella clinica neurologica, di ridurre il paziente a semplice oggetto di osservazione.
Nel caso dello stato di minima coscienza, lo sguardo del paziente non autorizza a parlare automaticamente di dialogo o di intenzionalità comunicativa. Tuttavia, impone all’operatore una forma di attenzione etica: osservare con rigore senza cancellare la possibilità che vi sia ancora un soggetto, anche quando la risposta è minima, intermittente o ambigua.
Quello sguardo non mi autorizza a sapere che cosa il paziente viva. Ma mi impedisce di comportarmi come se fossi certa che non viva nulla.
Non dimostra la coscienza. Non fonda una diagnosi. Non trasforma l’osservatore in interprete privilegiato dell’esperienza altrui. Però fonda una postura: prudente, rispettosa, clinicamente sorvegliata.
Riferimenti essenziali:
- Giacino, J. T., Ashwal, S., Childs, N., et al. (2002). The minimally conscious state: definition and diagnostic criteria. Neurology, 58, 349–353.
- Bruno, M.-A., Vanhaudenhuyse, A., Thibaut, A., Moonen, G., & Laureys, S. (2011). From unresponsive wakefulness to minimally conscious PLUS and functional locked-in syndromes: recent advances in our understanding of disorders of consciousness. Journal of Neurology, 258(7), 1373–1384.
- Scott, J. G., Scott, R. G., Miller, W. L., Stange, K. C., & Crabtree, B. F. (2009). Healing relationships and the existential philosophy of Martin Buber. Philosophy, Ethics, and Humanities in Medicine, 4, Article 11.
- Royal College of Physicians. (2020). Prolonged disorders of consciousness following sudden onset brain injury: National clinical guidelines. Royal College of Physicians; 2020.

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