Categoria: Clinica del confine
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Quando il paziente mi guarda: relazione, coscienza e prudenza clinica nello stato di minima coscienza
A volte il paziente non parla, non esegue una richiesta, non produce una risposta riconoscibile. Però, quando entro nella stanza, mi guarda. Non sempre. Non in modo facilmente interpretabile. Ma quello sguardo c’è, e modifica immediatamente il modo in cui io sto davanti a lui/lei. La distinzione tra stato vegetativo/non…
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Parlare non basta: AI, coscienza e attribuzione di mente
L’intelligenza artificiale interessa questo spazio non come tema tecnologico aggiuntivo, né come omaggio obbligato allo spirito del tempo. Mi interessa perché mette sotto pressione alcune domande di fondo: Che cosa basta a farci parlare di comprensione?Che cosa autorizza ad attribuire mente? Quando una risposta è solo una prestazione, e quando…
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Vedere, attendere, dubitare
Il lavoro logopedico viene spesso pensato come lavoro sulla parola, sulla comprensione, sullo scambio. Ma ci sono situazioni cliniche in cui questi riferimenti si incrinano. Di fronte a un paziente che non parla, che risponde in modo minimo, ambiguo o assente, non viene meno soltanto una funzione. Si altera una…
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Che cosa conta davvero come segno di coscienza?
Nelle gravi cerebrolesioni il problema non è solo vedere qualcosa. È decidere che cosa quel qualcosa significhi. Un movimento degli occhi, una variazione del volto, una risposta motoria, un cambiamento del respiro, un orientamento apparentemente congruo verso uno stimolo: tutto questo può apparire carico di senso, oppure essere liquidato come…
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Capire non è soltanto decodificare
Una parte essenziale della comunicazione non coincide con ciò che viene detto esplicitamente. Grice lo ha mostrato con chiarezza distinguendo tra significato letterale e significato implicato. Comprendere un enunciato non vuol dire soltanto decifrarne le parole, ma cogliere ciò che, in un dato contesto, il parlante intende comunicare. Questo processo…
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Dire è fare. Anche quando le parole mancano
La teoria degli atti linguistici ha avuto il merito di mostrare che parlare non significa soltanto descrivere il mondo. Con Austin, e poi con Searle, il linguaggio appare come azione: ogni enunciato non dice soltanto qualcosa, ma fa qualcosa. Austin distingueva tra atto locutorio (ciò che viene detto), illocutorio (ciò…