Dalla prestazione alla presenza

Note per una logopedia fenomenologica

Di fronte ad ogni paziente con afasia, non mi chiedo solo quale esercizio fare, ma come entrare nel suo mondo percettivo, comunicativo e intenzionale, soprattutto quando gli strumenti ordinari (linguaggio, comprensione verbale, risposta intenzionale chiara), sono gravemente compromessi.

Il caso è quello di un paziente relativamente giovane (<60aa), con lesione importante e un profilo comunicativo molto povero sul piano espressivo.

Ho individuato due ostacoli grossi, rispetto alla possibilità di accedere alla sua esperienza “vissuta” di impasse comunicativa:

  1. comprensione contestuale conservata ma decodifica verbale fragile;
    quindi una consegna anche solo moderatamente articolata rischia di non essere davvero compresa;
  2. espressione molto limitata, con poche parole/stereotipie tipo:
    poco, bravo, porca miseria, forse qualche suono o produzione difficilmente interpretabile.

Da lì emerge il punto più interessante: con lui non si può partire da una richiesta troppo alta del tipo “dimmi cosa provi”, “scegli tra due stati interni”, “raccontami”, “rispondi a una domanda sul tuo vissuto”. Sarebbe già troppo linguistico, troppo simbolico, troppo adulto-cognitivo.

Parentesi: con il termine “adulto cognitivo” Intendo questo: una richiesta che presuppone capacità mentali e linguistiche alte, già organizzate, già simboliche, già riflessive. In un caso del genere, chiedere:
“Come ti senti?”, “Cosa preferisci?”, “Ti dà fastidio questa situazione?”, “Secondo te è meglio così o cosà?”, “Dimmi se questa parola rappresenta quello che provi”, può sembrare una richiesta semplice, umana, rispettosa. Ma in realtà contiene molti passaggi nascosti:

  • deve capire la domanda;
  • deve mantenere il focus;
  • deve accedere a uno stato interno;
  • deve riconoscerlo;
  • deve tradurlo in una categoria;
  • deve scegliere una risposta;
  • deve produrla verbalmente o gestualmente;
  • deve inibire risposte automatiche o stereotipate.

Questa è roba enorme. Per “adulto-cognitivo” intendo quindi: un livello di interazione che dà per scontata una mente adulta capace di introspezione, categorizzazione, scelta simbolica e risposta comunicativa intenzionale stabile.

Non voglio dire che il paziente sia “infantile” o che vada trattato da bambino. Esattamente il contrario: bisogna rispettare l’adulto che è, ma non chiedergli di funzionare attraverso strumenti che in quel momento non possiede più o possiede in modo troppo fragile. Con lui forse bisogna stare prima di tutto su un piano più elementare, ma non infantile:

  • un tono;
  • una parola fortemente incarnata;
  • un ritmo;
  • un gesto;
  • una mimica;
  • una pausa;
  • una micro-scelta concreta;
  • una risposta corporea;
  • un “sì/no” sostenuto dal contesto;
  • una scena breve e riconoscibile.

Quindi non: “Raccontami cosa senti.” Ma magari:

“Basta?”
“Ancora?”
“Forte?”
“Piano?”
“Qui?”
“Via?”
“Bravo?”
“No?”

Troppo adulto-cognitivo = troppo astratto, metariflessivo, linguistico e carico di passaggi mentali impliciti.

Non bisogna abbassare la dignità adulta della relazione; bisogna abbassare il carico simbolico della richiesta.

In sintesi, in questa situazione, il salto fenomenologico non significa chiedergli di spiegare la sua esperienza, ma costruire condizioni minime perché qualcosa della sua esperienza possa apparire. Non fenomenologia come teoria astratta, ma come postura clinica: osservare come il paziente abita una situazione, come reagisce a una voce, a una pausa, a una parola emotivamente carica, a un gesto, a uno sguardo, a una variazione del tono, a un ritmo.

L’approccio tradizionale tende a chiedere:

“Quale funzione è compromessa?”
“Quale esercizio può allenarla?”
“Quale abilità residua posso potenziare?”
“Quale obiettivo misurabile posso porre?”

Tutte domande legittime, eh. Però con un paziente come questo rischiano di restare insufficienti, perché lui non è solo un sistema linguistico rotto da riaddestrare. È una persona che potrebbe avere ancora un modo di esserci, ma quel modo passa da canali molto ridotti, intermittenti, opachi.

L’approccio fenomenologico, invece, chiede:

  • “Che cosa gli si rende possibile in questa situazione?”
  • “Quale forma minima di intenzionalità compare?”
  • “Cosa cambia se non gli chiedo di produrre una risposta corretta, ma gli offro una scena comunicativa abitabile?”
  • “Quali parole, gesti, ritmi, toni, presenze aprono qualcosa?”
  • “Dove vedo non solo prestazione, ma partecipazione?”

Io prediligo questo approccio, ma non nel senso ingenuo del “seguo l’intuito e basta”. Lo prediligo perché nel mio lavoro mi interessa molto il punto in cui la persona non coincide più con la performance osservabile. Sono attirata da quei casi in cui bisogna stare sul confine:

  • tra linguaggio e pre-linguaggio,
  • tra coscienza e non dimostrabilità della coscienza,
  • tra gesto automatico e gesto intenzionale,
  • tra risposta povera e presenza soggettiva,
  • tra clinica e interpretazione.

Però esiste un rischio nell’approccio fenomenologico: diventare troppo interpretativo. Cioè vedere “mondo interno” ovunque, intenzionalità ovunque, senso ovunque. E io questo rischio lo conosco bene, anche perché lavoro proprio in contesti in cui familiari o consulenti esterni possono sovrainterpretare segni minimi. Quindi la mia posizione non è: “ogni minima reazione significa qualcosa”.

È piuttosto: “non posso ridurre il paziente a ciò che riesce a dimostrare nei test; però devo costruire osservazioni prudenti, ripetibili, situate, senza inventarmi una soggettività che non posso verificare.”

Per questo paziente, ho cominciato a pensare a qualcosa di ancora più primario rispetto agli esercizi verbali: non “compiti” ma micro-situazioni espressive.

Per esempio:

  • una parola sola, ma incarnata;
  • un gesto semplice associato a un tono;
  • una coppia oppositiva molto concreta;
  • una scelta non astratta ma vissuta nel momento;
  • una scena breve in cui lui possa partecipare anche con uno sguardo, una smorfia, una variazione tonica, un suono, una parola stereotipata usata però in modo funzionale.

Il punto è: non chiedere troppo linguaggio per accedere a una soggettività che forse non ha più il linguaggio come via principale.

Il mio approccio non è solo riabilitare una funzione, ma cercare le condizioni in cui una presenza possa manifestarsi senza forzarla dentro una prestazione.

Non parto dalla domanda “che cosa sa fare?”, ma dalla domanda “in quale situazione riesce ancora ad esserci?”. Questa è, di fatto, una postura fenomenologica applicata alla clinica.

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