Una lettura clinico-filosofica della bioetica personalista nei disturbi della coscienza
Questo articolo nasce come commento critico all’articolo Beyond clinical nihilism: personalist bioethics in the care of patients with disorders of consciousness di Zamira Verónika Montiel Boehringer . Non intende riassumerlo in modo neutro, ma usarlo come punto di partenza per una riflessione clinico-filosofica sullo sguardo rivolto ai pazienti con disturbi della coscienza. La prospettiva che adotto è fenomenologica: mi interessa interrogare non solo ciò che possiamo sapere di questi pazienti, ma anche ciò che il nostro modo di guardare rischia di rendere visibile, invisibile o prematuramente concluso.
L’articolo affronta la gestione dei pazienti con disordini della coscienza (DoC), denunciando come il nichilismo clinico e il “pregiudizio della disabilità” portino spesso a un’assistenza negligente e alla sottostima del dolore fisico. L’autrice evidenzia una profonda discrepanza tra le linee guida internazionali, che raccomandano monitoraggi rigorosi e cure antalgiche, e la pratica medica reale, dove lo scetticismo sulla possibilità di recupero causa spesso la sospensione prematura dei trattamenti. Per superare questa crisi etica, propone il paradigma della bioetica personalista, sostenendo che la dignità intrinseca dell’individuo rimanga intatta indipendentemente dalle sue capacità cognitive o comunicative. Attraverso una metodologia triangolare che unisce evidenze neuroscientifiche, riflessione antropologica e dovere morale, l’opera promuove un modello di cura integrale che protegga i pazienti più vulnerabili da visioni puramente funzionaliste e utilitaristiche.
Il punto filosofico forte dell’articolo è questo: nei disturbi della coscienza la clinica rischia di scambiare una difficoltà epistemica per una conclusione ontologica. Non sappiamo se, quanto e come il paziente senta, comprenda, soffra, desideri, ma questa incertezza viene spesso convertita in una frase implicita e devastante: allora non c’è nessuno. L’articolo denuncia proprio questo passaggio: esiste una distanza tra conoscenze disponibili, linee guida e pratica reale; tale distanza viene alimentata da un nichilismo clinico che sottostima sofferenza, dolore e possibilità evolutive, impoverendo la relazione terapeutica.
Le neuroscienze oggi danno un nome preciso a questa terra di nessuno: Cognitive Motor Dissociation (CMD). Gli studi di Adrian Owen e Martin Monti hanno dimostrato, tramite risonanza magnetica funzionale, che alcuni pazienti apparentemente vegetativi sono in grado di eseguire compiti mentali complessi su comando. Questo significa che la coscienza può restare ‘sepolta’ sotto un corpo che non risponde più ai test clinici tradizionali. La CMD è la prova empirica del limite epistemico di cui parlo: il silenzio motorio non è più sovrapponibile al vuoto di coscienza
Da un punto di vista fenomenologico, però, il problema non è soltanto bioetico. È percettivo, relazionale, quasi ottico. Il paziente con disturbo della coscienza mette in crisi la forma abituale dell’incontro: non parla, non conferma, non corregge, non protesta in modo riconoscibile, non restituisce allo sguardo dell’altro una soggettività facilmente leggibile. Il rischio è che il clinico, privato dei segni ordinari della reciprocità, finisca per vedere solo un corpo biologico, un organismo da gestire, una prognosi da archiviare. Qui la fenomenologia può essere più sottile del solo personalismo: non dice semplicemente “la persona c’è comunque”, ma chiede come la persona venga resa visibile o invisibile dentro una certa pratica dello sguardo.
La distinzione fenomenologica decisiva è tra corpo-oggetto e corpo-vissuto. Il corpo-oggetto è quello misurabile, mobilizzabile, aspirabile, nutribile, monitorabile. Il corpo-vissuto è il corpo come sede possibile di esperienza, dolore, paura, piacere, presenza, esposizione al mondo. Nei disturbi della coscienza questa seconda dimensione non è accessibile in prima persona: non abbiamo il racconto del paziente. Ma la sua inaccessibilità non autorizza la sua cancellazione. Qui sta il punto: il silenzio dell’altro non è una prova di vuoto; è una prova del limite del nostro accesso.
L’articolo lo mostra bene quando affronta il dolore. La questione non è marginale: se il paziente non può verbalizzare, il dolore non scompare; diventa clinicamente scomodo. L’articolo insiste sul fatto che l’esperienza dolorosa nei DoC è spesso insufficientemente affrontata, e che l’incapacità di esprimere verbalmente il dolore dipende non solo dall’alterazione della coscienza, ma anche da afasia, fluttuazioni dell’arousal, spasticità, rigidità articolare, alterazioni motorie e cognitive. Questo è un punto molto forte: il dolore non detto non è dolore minore; è dolore senza avvocato.
Ma c’è di più: il dolore non riconosciuto non è solo un’offesa etica, è un sabotaggio clinico. La ricerca suggerisce che uno stato di dolore cronico non trattato alimenti processi di neuroinfiammazione che ostacolano attivamente i circuiti del recupero. Sottovalutare il dolore nei DoC, dunque, non significa solo lasciare che il paziente soffra, ma significa anche compromettere tecnicamente le sue già fragili possibilità di evoluzione diagnostica. Il nichilismo clinico, qui, diventa una profezia che si autoavvera
La lettura fenomenologica potrebbe allora dire: il dolore del paziente non responsivo è uno scandalo per la clinica perché rompe il patto ordinario tra sintomo e parola. Normalmente la medicina vuole che il paziente dica “mi fa male qui”. Qui invece il dolore, se c’è, deve essere cercato nei mutamenti minimi, nelle risposte vegetative, nel tono, nella mimica, nell’irritabilità corporea, nella variazione dei parametri, nella contrazione, nel ritiro, nella qualità della presenza. È una clinica dell’indizio, non della dichiarazione. E proprio per questo richiede più rigore, non meno.
Dobbiamo però evitare una trappola: contrapporre al nichilismo clinico una specie di romanticismo interpretativo. Sarebbe troppo facile dire: “siccome non sappiamo, allora dobbiamo immaginare una coscienza piena”. Questo sarebbe l’errore opposto. Il nichilismo clinico sottrae: vede meno di quanto dovrebbe. Il sentimentalismo aggiunge: vede più di quanto può sostenere. Una fenomenologia seria deve stare nel mezzo, nella zona più difficile: non negare ciò che non si può escludere, ma nemmeno affermare ciò che non si può dimostrare. Questa è, secondo me, la posizione migliore:
Il paziente con disturbo della coscienza non deve essere salvato filosoficamente attribuendogli ciò che non possiamo sapere. Deve essere protetto clinicamente proprio perché non possiamo sapere abbastanza.
Qui il principio non è la certezza, ma la responsabilità dentro l’incertezza.
L’articolo usa la bioetica personalista per sostenere che la dignità della persona non dipende dalla coscienza osservabile, dalla comunicazione o dall’autonomia. La dignità viene descritta come intrinseca, innata, inalienabile, universale e non fondata sulle capacità cognitive o produttive. Questo è un argomento potente contro ogni riduzionismo funzionalista: se considero persona solo chi comunica, decide, produce o manifesta intenzionalità in modo riconoscibile, allora sto facendo dipendere il valore ontologico dalla performance. È il capitalismo cognitivo travestito da realismo clinico: vali se funzioni, se rispondi, se ti rendi leggibile.
Però qui arriva la critica più interessante. Il personalismo risponde al funzionalismo con una tesi ontologica forte: la persona precede le sue funzioni. Ma una prospettiva fenomenologica può chiedere: basta affermare ontologicamente la dignità per trasformare davvero la pratica clinica? Forse no. Perché il problema non è solo “che cosa è il paziente”, ma come il paziente appare dentro l’istituzione, dentro i turni, dentro le cartelle, dentro le prognosi, dentro le economie di reparto, dentro la stanchezza degli operatori, dentro le aspettative dei familiari.
La dignità, se resta principio astratto, rischia di essere impeccabile e innocua. Bella, pulita, stirata: una camicia bianca in un reparto dove cola umidità dal soffitto. La fenomenologia invece sporca il concetto: chiede dove, quando, da chi, con quali gesti, con quali omissioni, con quali parole, con quali silenzi quella dignità viene riconosciuta o tradita.
L’articolo tocca questo punto quando parla della distanza tra raccomandazioni e pratica: le linee guida esistono, ma l’implementazione è disomogenea; nella valutazione del dolore solo una parte dei clinici usa strumenti specifici come la NCS-R, e nei pazienti cronici la gestione analgesica risulta particolarmente subottimale. Qui il problema filosofico non è più solo “qual è il fondamento della dignità?”, ma “quali dispositivi rendono possibile non vedere il dolore?”. È una domanda molto più cattiva.
Intendo questo: non è che il dolore del paziente venga sempre “negato” apertamente. Più spesso diventa clinicamente non-visibile perché l’organizzazione, il linguaggio, le abitudini e gli strumenti della cura sono costruiti per vedere meglio ciò che è dichiarato, misurabile, urgente, rumoroso. Nei pazienti con disturbi della coscienza il dolore non arriva nella forma comoda: “mi fa male”, “ho bruciore”, “questa postura mi dà fastidio”. Arriva, se arriva, attraverso segni indiretti: modifiche del tono, tachicardia, sudorazione, grimace, irrigidimento, agitazione, variazioni respiratorie, micro-risposte, peggioramento durante mobilizzazione o igiene. Ma questi segni possono essere letti come “spasticità”, “automatismi”, “agitazione neurovegetativa”, “riflessi”, “comportamento senza significato”. E lì il dolore sparisce non perché non esista, ma perché non trova una grammatica clinica sufficientemente attenta per essere riconosciuto.
Quando dico “dispositivi” intendo quindi l’insieme di meccanismi che rendono possibile questa cecità. Non solo macchine o strumenti, ma anche routine, parole, protocolli mancanti, assetti istituzionali, gerarchie, tempi di reparto, categorie diagnostiche, pregiudizi prognostici.
1. Il dispositivo linguistico.
Se scrivo in cartella “paziente non responsivo”, posso scivolare facilmente verso “paziente non esperiente”. Ma non è la stessa cosa. Non responsivo vuol dire che non riesco a ottenere una risposta comportamentale affidabile. Non vuol dire che non ci sia alcuna esperienza possibile.
2. Il dispositivo prognostico.
Quando un paziente viene considerato “senza possibilità”, ogni segno corporeo rischia di perdere interesse. Non lo si osserva più come possibile indice di dolore, disagio o residua esperienza, ma come rumore di fondo di una condizione già archiviata. Il “tanto non cambia” è una diagnosi esistenziale abusiva, non una valutazione clinica.
3. Il dispositivo organizzativo.
Se il reparto è centrato su urgenze, procedure, igiene, alimentazione, parametri, turni, carichi di lavoro, il dolore sottile, non dichiarato, intermittente, diventa facilmente invisibile. Non perché qualcuno sia necessariamente crudele, ma perché il sistema vede solo ciò che ha già previsto di vedere.
4. Il dispositivo strumentale assente.
Se non uso scale specifiche, osservazioni ripetute, strumenti come la NCS-R, oppure se mi affido solo a un’impressione generica, sto creando le condizioni perché il dolore resti non riconosciuto. L’articolo infatti insiste proprio sulla distanza tra raccomandazioni e pratica reale nella valutazione e nel trattamento del dolore nei DoC.
5. Il dispositivo emotivo-difensivo.
Vedere dolore in un paziente che non può parlare è pesante. Obbliga a sentirsi responsabili. Allora, inconsciamente, può essere più “comodo” pensare che siano solo riflessi, solo postura, solo spasticità, solo corpo. Il “solo” è spesso il più piccolo anestetico morale della clinica (descrive la fatica di restare davanti a un corpo che non conferma il nostro agire)
Quindi la frase significa: quali condizioni pratiche, linguistiche, culturali e istituzionali permettono alla clinica di non riconoscere come dolore ciò che forse è dolore?
È una domanda fenomenologica perché non chiede solo: “il dolore c’è o non c’è?”. Chiede anche:
che tipo di sguardo abbiamo costruito, se davanti a un corpo vulnerabile riusciamo a vedere solo un corpo da gestire e non un possibile soggetto che soffre?
Non si tratta solo di chiedersi se il paziente provi dolore, ma di interrogare le condizioni cliniche, linguistiche e istituzionali che fanno sì che quel dolore, pur possibile, non venga visto, non venga nominato e quindi non venga trattato.
L’articolo richiama il concetto di Neglect Syndrome, attribuito a Fins, per descrivere il processo sistemico attraverso cui i pazienti con disturbi della coscienza vengono progressivamente sottratti all’attenzione clinica, riabilitativa ed etica. Questo sposta la questione dal singolo errore clinico alla struttura dell’abbandono: informazioni inesatte, scarsa comprensione sociale, cartelle insufficienti, difficoltà nel riconoscere transizioni diagnostiche significative, perdita di curiosità intellettuale. Fenomenologicamente, questo significa che il paziente non viene solo “curato male”: viene progressivamente espulso dal campo dell’attenzione. Non è un evento, è un processo. Non è una crudeltà spettacolare; è una sparizione amministrativa.
Il nichilismo clinico non sempre ha il volto della violenza. Spesso ha il volto della routine. Non dice apertamente: questa vita non vale. Dice: ormai. Dice: non cambia niente. Dice: è così. Dice: vediamo domani, sapendo che domani sarà uguale perché nessuno avrà guardato meglio.
La parte più fertile, per un approccio fenomenologico, è il rapporto tra incertezza e cura. L’articolo sostiene che il principio di precauzione impone di non assumere l’assenza di coscienza senza evidenze conclusive, soprattutto nei contesti di incertezza diagnostica e prognostica. Ma possiamo radicalizzare: l’incertezza non è solo un limite del sapere medico; è la condizione etica dell’incontro con questi pazienti. Non so abbastanza, dunque non posso chiudere. Non so abbastanza, dunque devo osservare meglio. Non so abbastanza, dunque devo trattare il dolore sospetto. Non so abbastanza, dunque devo costruire una clinica proporzionata, non una resa travestita da lucidità.
Nei disturbi della coscienza, l’etica comincia là dove la clinica non può più appoggiarsi alla reciprocità evidente.
Molto forte anche il tema della qualità di vita. L’articolo critica il paradigma riduzionista che associa disabilità severa a vita indegna, ricordando il cosiddetto disability paradox: persone con disabilità gravi possono riferire qualità di vita soddisfacente, mentre osservatori esterni e medici tendono a sottostimarla. Chi valuta dall’esterno rischia di trasformare il proprio orrore immaginativo in giudizio clinico. “Io non vorrei vivere così” diventa, abusivamente, “quella vita non merita di essere vissuta”. Ma questa non è prognosi. È autobiografia morale del valutatore.
Fenomenologicamente, questo è cruciale: ogni valutazione di qualità di vita è situata. Non esiste uno sguardo neutro che misuri dall’alto la desiderabilità di un’esistenza. Esiste uno sguardo incarnato, culturalmente formato, spesso terrorizzato dalla dipendenza, la perdita di linguaggio, la passività, la cronicità. Il clinico deve sapere che porta dentro di sé una propria fenomenologia della paura: paura della disabilità, paura dell’immobilità, paura dell’essere ridotto a corpo. Se non la riconosce, la spaccia per oggettività.
Qui lo “specchio critico” è doppio. Da una parte critico il clinico nichilista che cancella troppo in fretta. Dall’altra devo criticare anche il familiare o il curante che proietta intenzione ovunque. La fenomenologia non autorizza a dire che ogni smorfia è comunicazione, ogni apertura oculare è scelta, ogni movimento è messaggio. Questo sarebbe un altro modo di non vedere il paziente: non più cancellarlo, ma ricoprirlo con i nostri bisogni di senso. Il paziente diventerebbe allora uno schermo: per la speranza dei familiari, per la colpa dei curanti, per l’ideologia dei bioeticisti, per la disperazione del sistema.
Tra il corpo vuoto del nichilismo e il corpo parlante della proiezione, esiste un corpo opaco, vulnerabile, forse senziente, forse sofferente, certamente esposto. È di questo corpo che la clinica deve prendersi cura.
Questo è fenomenologicamente molto più forte della sola formula “la persona ha dignità”. Perché introduce l’opacità. E l’opacità è il cuore del problema.
Poi l’articolo propone la metodologia triangolare della bioetica personalista: livello biomedico, antropologico ed etico. Sul piano biomedico richiama neuroimaging, risposte al dolore, scale e monitoraggi; sul piano antropologico afferma che la persona conserva identità e dignità indipendentemente dalla capacità espressiva o funzionale; sul piano etico critica il paradigma funzionalista e mira a evitare sia il nichilismo sia l’accanimento sproporzionato. Possiamo tradurla in una triangolazione diversa: evidenza, presenza, responsabilità.
L’evidenza impedisce di inventare. La presenza impedisce di ridurre. La responsabilità impedisce di abbandonare.
Una lettura fenomenologica consente di spostare il problema dal solo statuto ontologico della persona alla qualità dello sguardo che la incontra. Il paziente con disturbo della coscienza abita una soglia: non è pienamente accessibile come interlocutore, ma non è riducibile a organismo silenzioso. Il suo corpo non parla nel modo ordinario, ma continua a esporre una vulnerabilità che interpella. La cura nasce precisamente in questa asimmetria levinasiana: davanti a un volto che non può ricambiare lo sguardo, la mia responsabilità non diminuisce, ma si radicalizza. Se nel rapporto ordinario la cura è un contratto tra pari, qui diventa un comando etico puro: sono responsabile dell’altro proprio perché l’altro è assolutamente vulnerabile e impossibilitato a chiedermelo. Il paziente non è un partner contrattuale, è un’esposizione che mi interpella
Per questo il contrario del nichilismo clinico non è l’ottimismo. È l’attenzione. Un’ attenzione disciplinata, sobria, non proiettiva; capace di usare strumenti, scale, osservazioni ripetute, analgesia proporzionata, presenza relazionale, comunicazione con i familiari. Non per dimostrare a ogni costo che “c’è coscienza”, ma per impedire che l’impossibilità di dimostrarla diventi licenza di trascurare.
In fondo, questi pazienti costringono la medicina a una domanda radicale: che cosa resta della cura quando non possiamo più essere ringraziati, confermati, riconosciuti? Se la risposta è “poco”, allora il problema non è il paziente. È lo sguardo clinico che si è impoverito.
Il nichilismo clinico non nasce solo dal non sapere. Nasce dal non reggere il non sapere.
Nei disturbi della coscienza, la clinica del confine non consiste nel decidere troppo presto se qualcuno “c’è” o “non c’è”. Consiste nel restare responsabili davanti a una presenza che non possiamo possedere, verificare interamente o tradurre senza residui. Non rispondere non è sparire. E non sapere non autorizza a smettere di guardare.
Riferimenti
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