Quando il paziente è troppo corpo

Questo non è un articolo “sull’obesità”. È un articolo su quali corpi la cura è davvero disposta a sostenere quando sostenere non è più una bella parola ma richiede braccia, ausili, tempo, soldi e decenza.

Parlo, come sempre, da una conoscenza incarnata. Non sono osservatrice neutra che cerca modi eleganti per non nominare il proprio corpo.

Parlo da persona che conosce dall’interno la possibilità di sentirsi troppo: troppo pesante, troppo visibile, troppo colpevole prima ancora di aprire bocca.

Ma parlo anche da professionista che ha visto più volte un reparto cambiare temperatura emotiva nell’attesa di un paziente obeso: l’ansia che sale prima dell’arrivo, le domande pratiche che diventano tensione, il letto adatto, il sollevatore, quanti operatori serviranno, chi si farà male, quanto tempo porterà via.

Prima ancora che quel paziente entri, il suo corpo è già diventato un problema organizzativo, un’ombra sul turno, una fatica

Dunque scrivo quest’articolo da una conoscenza incarnata. È da questo doppio sguardo che nasce la riflessione: non per assolvere/condannare tutto, ma per guardare precisamente il punto in cui il corpo del paziente, il corpo dell’operatore e il corpo dell’istituzione si urtano.

Corpi non previsti: cose che la teoria disincarnata tende a non vedere

Non lo si dice. Sarebbe indecente dirlo. Ma in molte strutture il paziente obeso viene atteso con preoccupazione e accolto con fastidio. Non sempre con cattiveria; spesso con stanchezza, paura della fatica, irritazione preventiva. Ed è proprio qui che bisogna guardare: nel punto in cui l’organizzazione insufficiente produce risentimento, e il risentimento cerca un corpo su cui depositarsi.

Il paziente obeso rivela il punto in cui la cura smette di essere ideale e diventa materia: peso, fatica, letti, sollevatori, spazi, schiene degli operatori, vergogna del paziente, fastidio non detto dell’équipe.

Il corpo obeso è un corpo che mette in crisi l’universalismo astratto della cura. Tutti dicono “il paziente al centro”, finché arriva un paziente reale che pesa 140 chili, non si mobilizza, richiede tre operatori, un sollevatore che non c’è, un letto adatto che forse non arriva, e tempi assistenziali incompatibili con il turno.

A quel punto si vede se la cura è davvero pensata per i corpi reali o solo per il paziente-standard: collaborante, leggero, gestibile, possibilmente riconoscente.

Non nego la fatica degli operatori. Sarebbe falso e moralistico. La movimentazione di pazienti bariatrici è un problema organizzativo, ergonomico e di sicurezza, non una questione di “buona volontà”. Le guide sulla movimentazione sicura dei pazienti bariatrici insistono proprio su attrezzature adeguate, protocolli, personale formato e ambienti compatibili; quando questi mancano, il carico cade sui corpi degli operatori e poi viene scaricato simbolicamente sul paziente.

Ma quando l’istituzione non è attrezzata, la colpa viene privatizzata.
Non si dice: “non abbiamo sollevatori, letti, personale, spazi, tempi”.
Si lascia trapelare: “questo paziente è ingestibile”.

E da “ingestibile” a “colpevole di essere così” il passo è breve, brutto, e molto quotidiano. Qui entra lo stigma. La letteratura sul weight stigma in sanità mostra che le persone con obesità possono ricevere cure peggiori, percepire giudizio, evitare visite, perdere fiducia nei curanti o aderire meno ai percorsi terapeutici. Non è solo una ferita psicologica: è un fattore che modifica l’accesso alla cura e la qualità della relazione clinica.

Il paziente obeso non è solo un paziente “difficile da gestire”: è il corpo che smaschera l’insufficienza materiale, morale e simbolica delle strutture di cura. Da qui si aprono tre piani:

Il primo è il piano materiale. Il corpo pesa. Non è metafora. Spostare, lavare, girare, alzare un paziente obeso con deficit motorio può diventare massacrante. Qui non c’è da fare la predica all’OSS che si spacca la schiena. Il problema è che la cura moderna ama parlare di dignità, ma spesso non compra il letto giusto. Grande lirismo sul “prendersi cura”, poi il sollevatore è rotto o condiviso con tre reparti. Applausi, standing ovation, ernia lombare.

Il secondo è il piano morale. Il paziente obeso porta addosso una colpa presunta. Diversamente da altri corpi malati, viene spesso letto come corresponsabile della propria condizione: “si è ridotto così”, “non si controlla”, “non collabora”, “mangia troppo”. Anche quando l’obesità è attraversata da fattori biologici, psicologici, sociali, farmacologici, economici, traumatici, la lettura morale è sempre pronta. L’OMS ricorda che l’obesità è aumentata enormemente a livello globale e nel 2022 riguardava circa il 16% degli adulti nel mondo; quindi non stiamo parlando di eccezione marginale, ma di una realtà strutturale della medicina contemporanea.

Il terzo è il piano fenomenologico. Che cosa vive il paziente obeso quando sente di essere troppo per l’ambiente? Troppo pesante, troppo largo, troppo lento, troppo faticoso, troppo visibile. Il corpo obeso in struttura non è solo un corpo assistito: è un corpo che si scusa di esistere. Collabora oltre le forze, anticipa il fastidio, cerca di alleggerirsi moralmente perché non può alleggerirsi fisicamente. Fa da sé quello che può non solo per aiutare, ma per non diventare oggetto di odio.

Il paziente obeso non sente solo il proprio peso: sente il peso che il suo peso produce negli altri. Questa frase sposta il discorso dalla bilancia alla relazione.

Una cura che non prevede i corpi pesanti non è una cura inclusiva: è una cura tarata sul corpo medio, disciplinato, movimentabile. Ma la medicina incontra precisamente ciò che eccede la norma: corpi troppo fragili, troppo rigidi, troppo dipendenti, troppo doloranti, troppo grassi, troppo vivi per entrare nei protocolli eleganti.

Qui si aggancia la clinica del confine: il paziente obeso è un paziente di confine non perché sia eccezionale, ma perché costringe la cura a confessare la propria infrastruttura nascosta.

Il confine non è tra magro e grasso. È tra cura dichiarata e cura praticabile.

E lì, spesso, il corpo obeso viene lasciato a portare non solo il proprio peso, ma anche il peso dell’impreparazione degli altri.

Riferimenti

  • ASPHP, Bariatric Safe Patient Handling and Mobility Guidebook.
  • Puhl, R. M., Heuer, C. A., The Stigma of Obesity: A Review and Update, Obesity, 2009.
  • Phelan, S. M. et al., Impact of weight bias and stigma on quality of care and outcomes for patients with obesity, Obesity Reviews, 2015.
  • Rubino, F. et al., Joint international consensus statement for ending stigma of obesity, Nature Medicine, 2020.
  • World Health Organization, Obesity and overweight, fact sheet.