Filosofia della medicina: che cosa accade quando la cura prende forma in pratiche, istituzioni, linguaggi e rapporti di potere
Da un po’ di tempo mi accorgo che molti testi che scrivo ruotano intorno allo stesso punto, anche quando sembrano partire da luoghi diversi: una stanza di riabilitazione, una cartella clinica, un familiare esasperato, un paziente difficile, un operatore stanco, una parola detta male, una diagnosi pronunciata troppo in fretta, un corpo che non collabora, una cura che promette di proteggere e invece qualche volta cattura.
Per molto tempo ho pensato che il mio interesse filosofico principale fosse la filosofia della mente. La coscienza, il linguaggio, l’identità, il corpo, il rapporto tra ciò che è visibile e ciò che resta inaccessibile: sono temi che continuano a interessarmi profondamente. Ma più osservo il modo in cui questi temi si presentano nella pratica clinica, più mi sembra chiaro che il punto non è soltanto “che cos’è la mente”, o “che cos’è la coscienza”.
Il punto è anche un altro: che cosa fa la medicina quando incontra una mente fragile, una coscienza incerta, un corpo dipendente, una parola danneggiata, una vita che non rientra più nei parametri ordinari dell’autonomia?
È qui che, per me, si apre lo spazio della filosofia della medicina.
Non mi interessa la filosofia della medicina come disciplina ornamentale, da aggiungere dopo alla clinica per renderla più colta. Non mi interessa nemmeno come semplice riflessione astratta sui grandi temi della bioetica: il consenso, il fine vita, la diagnosi, la responsabilità, la proporzionalità delle cure. Tutto questo è importante, certo. Ma il mio punto di osservazione è più basso, più quotidiano, meno solenne.
Mi interessa la medicina mentre accade.
Mi interessa il momento in cui una persona viene guardata, nominata, valutata, classificata, spostata, nutrita, mobilizzata, contenuta, stimolata, ascoltata o non ascoltata. Mi interessa il punto in cui la cura prende forma dentro un reparto, una RSA, un ambulatorio, una stanza, un corridoio. Mi interessa il passaggio, spesso invisibile, in cui una persona diventa paziente, un paziente diventa caso, un caso diventa problema assistenziale, un problema assistenziale diventa fastidio.
Questo non significa accusare la medicina. Sarebbe troppo facile, e anche piuttosto stupido. La medicina cura, salva, sostiene, organizza, contiene il disordine biologico e sociale della malattia. Chi lavora nella cura sa benissimo che il corpo fragile non è un’idea poetica: pesa, cade, resiste, si sporca, urla, dimentica, chiede, non capisce, non collabora, oppure non può collaborare. La cura concreta è fatta anche di fatica fisica, di turni, di scarsità, di responsabilità e di limiti.
Proprio per questo, però, la filosofia della medicina mi interessa: perché permette di non lasciare questa fatica senza pensiero.
Il rischio, nel mondo della cura, non è solo la cattiveria. La cattiveria esiste, ma non è il problema più interessante. Il problema più serio è l’automatismo. È la semplificazione che si traveste da realismo. È il linguaggio tecnico che, nato per proteggere dalla confusione, finisce qualche volta per proteggere dallo sguardo. È la procedura che diventa rifugio. È l’efficienza che cancella la singolarità. È la diagnosi che smette di orientare e comincia a sostituire la persona.
Molti articoli di questo sito nascono da qui. Possono sembrare testi critici verso il mondo sanitario, e in parte lo sono. Ma non sono scritti contro la cura. Sono scritti contro ciò che, dentro la cura, può far sparire la persona proprio mentre dichiara di occuparsene.
Mi interessa il paziente obeso che viene percepito prima di tutto come carico. Mi interessa il paziente afasico che rischia di essere considerato meno pensante perché parla male. Mi interessa la persona con grave cerebrolesione, il cui stato di coscienza viene discusso tra scale, osservazioni, aspettative familiari e paure professionali. Mi interessa l’anziano istituzionalizzato, che può diventare “gestione della giornata” prima ancora che storia vivente. Mi interessa il familiare difficile, non perché abbia sempre ragione, ma perché spesso porta nel reparto una domanda che il reparto vorrebbe neutralizzare in fretta. Mi interessa anche l’operatore stanco, perché una filosofia della cura che non guardi la stanchezza degli operatori è una predica, non un pensiero.
La filosofia della medicina, per come la sto incontrando, non mi porta lontano dalla clinica. Al contrario, mi costringe a tornarci con più precisione.
Mi obbliga a chiedere: quale idea di corpo è implicita in un certo modo di assistere? Quale idea di persona è nascosta in una cartella? Quale idea di autonomia usiamo quando giudichiamo un paziente collaborante o non collaborante? Che cosa intendiamo davvero quando diciamo “qualità della vita”? Chi ha il diritto di interpretare un segno minimo di coscienza, una parola spezzata, un gesto ambiguo? Quando una protezione diventa controllo? Quando una cura diventa cattura? Quando una decisione clinica è davvero prudente e quando è soltanto difensiva?
Queste domande non servono a rendere la clinica più elegante. Servono a renderla meno cieca.
C’è poi un altro punto, per me decisivo: la medicina non è fatta solo di atti tecnici, ma di cornici interpretative. Non vediamo mai il paziente in modo neutro. Lo vediamo attraverso categorie, abitudini, aspettative, protocolli, paure, gerarchie, linguaggi professionali. Questo non è evitabile. Nessuno guarda da nessun luogo. Ma proprio per questo bisogna interrogare il luogo da cui guardiamo.
Un paziente può essere visto come soggetto fragile, corpo da mobilizzare, rischio clinico, costo assistenziale, caso complesso, fonte di disturbo, occasione riabilitativa, residuo di una biografia, persona ancora intera anche quando molte funzioni sono compromesse. Ognuno di questi sguardi produce conseguenze. Non resta nella testa di chi osserva. Diventa tono di voce, postura, tempo concesso, modo di toccare, modo di spiegare, modo di decidere.
La filosofia della medicina mi interessa perché lavora esattamente su questo crinale: non solo che cosa sappiamo del paziente, ma che cosa facciamo del paziente attraverso ciò che crediamo di sapere.
Per questo la mia prospettiva non può essere puramente teorica. Viene dalla pratica clinica, dalla neuroriabilitazione, dai disturbi del linguaggio, dalle condizioni neurologiche gravi, dalla relazione con pazienti e familiari, dal continuo attrito tra ciò che i protocolli ordinano e ciò che le situazioni reali scompaginano. Viene anche dalla constatazione che la cura, quando è istituzionalizzata, non è mai innocente. Non perché sia necessariamente colpevole, ma perché organizza dipendenze, distribuisce potere, stabilisce priorità, decide chi deve parlare e chi deve tacere, chi viene creduto e chi viene contenuto.
Dire questo non significa indulgere in una retorica anti-sanitaria. La retorica anti-sanitaria è rozza: immagina operatori senz’anima da una parte e pazienti puri dall’altra. La realtà è più scomoda. Gli operatori possono essere insieme competenti e difensivi, generosi e logorati, attenti e ciechi. I familiari possono essere insieme insopportabili e portatori di una verità che l’istituzione non vuole sentire. I pazienti possono essere insieme vulnerabili e difficili, bisognosi e respingenti, presenti e irraggiungibili.
È proprio questa ambivalenza che mi interessa. La filosofia della medicina, se presa sul serio, non consola. Non distribuisce patenti morali. Non dice: qui ci sono i buoni e qui i cattivi. Piuttosto chiede di osservare le forme. Le forme del potere, della responsabilità, della decisione, della parola clinica, della riduzione, della protezione, della distanza.
In questo senso, molti testi che scrivo sono forse tentativi di costruire una filosofia della medicina dal basso. Non dal grande principio al caso concreto, ma dal caso concreto alla domanda filosofica. Dal letto al concetto. Dal corridoio alla categoria. Dalla frase detta male alla struttura di pensiero che l’ha resa possibile.
Forse è anche per questo che sento il desiderio di orientare la mia tesi in questa direzione. Non per abbandonare la filosofia della mente, ma per collocarla dove per me diventa davvero urgente: dentro la medicina, dentro la cura, dentro il rapporto tra corpo fragile, linguaggio clinico e riconoscimento della persona.
La coscienza, il linguaggio e l’identità non mi interessano come oggetti isolati. Mi interessano quando diventano problemi di cura. Quando una coscienza minima deve essere interpretata. Quando una parola assente rischia di far scomparire il soggetto. Quando un’identità biografica viene schiacciata sulla diagnosi. Quando il corpo diventa così bisognoso da mettere in crisi l’immagine stessa della persona.
È lì che la filosofia della medicina smette di essere un settore disciplinare e diventa, almeno per me, un modo di restare dentro la clinica senza esserne inghiottita.
Un modo per continuare a chiedere che cosa stiamo facendo quando diciamo che stiamo curando.
Un modo per non lasciare alla sola organizzazione, alla sola tecnica, alla sola abitudine o alla sola stanchezza il compito di decidere che cosa conta di una vita fragile.
Un modo, forse, per tenere aperta una domanda semplice e difficilissima: come si cura una persona senza ridurla alla forma che la sua dipendenza ci costringe a vedere?
