Ciò che la cura consuma senza nominarlo

Sul lavoro invisibile necessario a trasformare un luogo di passaggio in uno spazio di relazione

Ci sono pomeriggi in cui un salone di RSA dovrebbe diventare, per due ore, uno spazio relazionale.

Non un luogo qualsiasi. Non il posto dove si passa in attesa del bagno, della fisioterapia, della merenda, della visita del parente o del turno successivo. Uno spazio. Cioè qualcosa che abbia un dentro, un tempo, una soglia, una forma minima.

L’animatrice arriva con un’idea semplice, forse anche fragile: raccogliere alcune persone intorno a un tavolo, proporre un’attività, aprire una conversazione, far emergere ricordi, parole, gesti, piccoli segni di presenza. Non deve succedere nulla di spettacolare. Non serve il laboratorio creativo con il nome grazioso. Serve che, per un po’, qualcuno non sia soltanto un corpo da spostare, lavare, imboccare, sorvegliare, correggere, riportare in camera.

Serve che qualcuno possa abitare una scena.

Ma intorno il salone non smette di essere ciò che l’organizzazione ha deciso che sia: un crocevia. Un ospite viene portato in bagno. Una carrozzina attraversa il gruppo. Un fisioterapista sposta una persona per il trattamento. Un’OSS entra e chiede a voce alta chi ha già fatto merenda. Un parente si ferma sulla soglia, saluta, domanda, commenta. La televisione resta accesa, perché qualcuno la stava guardando, o forse perché nessuno ha più pensato di spegnerla. Una persona si agita. Un’altra insulta. Un’altra ancora non sente, o sente troppo. Qualcuno viene chiamato via proprio quando stava iniziando a rispondere. Qualcun altro arriva tardi, già stanco, già disorientato, già immerso in un altro tempo.

L’animatrice tiene insieme i pezzi. Alza un poco la voce, poi la abbassa. Riprende il filo. Si avvicina a chi non sente. Sorride senza trasformarsi in mascotte. Contiene l’irritazione. Risponde all’insulto senza farne una tragedia. Protegge chi stava partecipando. Cerca di non perdere chi si è distratto. Traduce un gesto minimo in possibilità di parola. Trasforma un’interruzione in passaggio. Ricomincia.

E ricomincia.

E ricomincia.

Alla fine, se qualcosa è andato bene, si dirà che l’attività è riuscita. Se qualcosa è andato male, si dirà forse che il gruppo era difficile, che gli ospiti erano agitati, che quel giorno non erano collaboranti, che l’animazione in fondo nelle RSA è così.

Quello che rischia di non essere nominato è il lavoro invisibile che ha reso possibile anche solo provarci.

Non il lavoro previsto sulla carta. Non la voce “attività ricreativa”. Non il foglio con scritto tema, obiettivo, materiali, durata. Il lavoro reale: costruire artificialmente una scena relazionale dentro uno spazio che continuamente la disfa.

Qui Silvia Federici diventa utile. Non perché una RSA sia una casa, e neppure perché ogni gesto di cura debba essere immediatamente tradotto in teoria politica. Il rischio sarebbe fare un cattivo uso della teoria: prendere una lente potente e usarla come martello. Però Federici permette di nominare un meccanismo che nelle istituzioni di cura è quotidiano: una parte essenziale del lavoro viene richiesta, consumata e non riconosciuta come lavoro.

Federici ha mostrato come il capitalismo si regga su una massa enorme di lavoro riproduttivo: cucinare, pulire, crescere, accudire, sostenere, accompagnare, riparare ogni giorno le condizioni perché la vita continui. Questo lavoro è stato storicamente attribuito alle donne, naturalizzato come disposizione affettiva, dovere familiare, inclinazione morale. Non lavoro, ma amore. Non competenza, ma carattere. Non produzione di valore, ma sfondo.

La cura istituzionale eredita e riorganizza questa invisibilità.

Dentro una RSA o un reparto, molto lavoro è misurabile: i minuti di assistenza, i passaggi, le procedure, le schede, le consegne, i trattamenti, le terapie, i parametri. Ma una parte decisiva resta fuori campo. Nessuna scheda misura davvero quanto lavoro serva per trasformare un ambiente rumoroso in una scena possibile. Nessun minutaggio calcola il consumo attentivo di chi deve tenere insieme un gruppo mentre tutto intorno lo dissolve. Nessuna voce di budget registra la fatica di rimanere presenti quando il contesto produce frammentazione, urgenza, rumore, aggressività, passaggi continui.

Eppure quella fatica non è un accessorio. È ciò che permette alla cura di non ridursi a movimentazione di corpi.

Il punto non è dire che gli operatori sono buoni e il sistema è cattivo. Questa sarebbe una versione consolatoria, quindi debole. Il punto è più scomodo: molte istituzioni funzionano proprio perché una quota di lavoro non formalizzato viene assorbita dai singoli. L’organizzazione non predispone davvero le condizioni del setting; allora qualcuno le ricostruisce ogni volta con il corpo, con la voce, con l’attenzione, con la capacità di tollerare il caos. L’istituzione non protegge lo spazio relazionale; allora qualcuno si mette in mezzo e prova a tenerlo aperto.

Questo lavoro, quando riesce, tende a scomparire.

Se il gruppo partecipa, sembra naturale. Se una persona agitata si calma, sembra fortuna. Se una risposta minima viene raccolta, sembra sensibilità. Se una scena tiene nonostante tutto, sembra bravura personale. Ma proprio questa trasformazione del lavoro in qualità individuale è il problema. Appena una competenza viene letta come tratto caratteriale, smette di chiedere condizioni, tutela, tempo, riconoscimento.

La retorica della vocazione serve spesso a questo.

Chi lavora nella cura dovrebbe essere paziente, empatico, disponibile, elastico, capace di adattarsi. Tutte qualità importanti, certo. Ma quando diventano il modo elegante per non nominare la fatica organizzativa, smettono di essere virtù e diventano strumenti di estrazione. Se non reggi, il problema sei tu. Se ti esaurisci, forse non eri abbastanza portata. Se chiedi condizioni migliori, rischi di apparire rigida, poco collaborativa, poco adatta al lavoro con persone fragili.

È un ricatto pulito. Non urla. Sorride.

Nell’animazione questo meccanismo è particolarmente visibile, perché il lavoro di setting viene spesso considerato secondario. Si pensa all’attività: la musica, il disegno, il ricordo, la conversazione, il gioco, la stimolazione cognitiva. Ma prima dell’attività c’è il mondo che deve renderla possibile. Se il salone resta corridoio, se la televisione resta accesa, se le carrozzine attraversano continuamente il gruppo, se i familiari entrano e commentano, se gli operatori usano quello spazio come area di transito, allora l’attività non fallisce per fragilità degli ospiti. Fallisce perché nessuno ha protetto la scena.

Oppure non fallisce, ma solo perché qualcuno paga il prezzo della sua sopravvivenza.

Lo stesso accade in molte pratiche cliniche meno visibili. In logopedia, per esempio, il valore di un intervento non sempre ha la forma evidente della prestazione. Nel lavoro con l’afasia, con la disfagia, con le gravi cerebrolesioni, con gli stati di minima coscienza o con persone molto compromesse, la competenza può consistere nel leggere un segno debolissimo, nel non forzare una risposta, nel creare un canale comunicativo abitabile, nel distinguere una reazione automatica da un’intenzione possibile, nel dare forma a una scena in cui il paziente non venga anticipato, invaso, zittito o tradotto troppo in fretta.

Anche questo lavoro scompare facilmente.

Non produce sempre un risultato vistoso. Non ha l’estetica dell’intervento tecnico immediatamente riconoscibile. Non mostra strumenti sofisticati, non sempre modifica un parametro, non sempre lascia una traccia chiara a chi guarda da fuori. Eppure richiede competenza, memoria clinica, responsabilità interpretativa, capacità di stare nell’incertezza.

In un sistema che riconosce soprattutto ciò che può essere contato, ciò che tiene aperta una possibilità rischia di non valere.

La domanda allora non è solo: quale attività proporre?

La domanda più radicale è: chi protegge le condizioni perché un’attività possa essere davvero un’attività, e non una guerriglia dentro il rumore?

Perché se ogni volta l’operatore deve trasformare da solo un luogo di transito in uno spazio di relazione, il problema non è la sua capacità creativa. Il problema è che l’istituzione sta usando quella capacità per coprire una mancanza strutturale. Sta chiedendo al corpo dell’operatore di diventare parete, soglia, regia, contenimento, filtro acustico, mediazione, presenza, autorità e cura. Tutto insieme. Possibilmente senza lamentarsi.

Federici aiuta a vedere questo punto: ciò che viene presentato come naturale spesso è lavoro. Ciò che viene presentato come disposizione personale spesso è valore estratto. Ciò che viene presentato come amore, vocazione o sensibilità spesso è una forma di produzione non riconosciuta.

Nominare questo non significa togliere umanità alla cura. Al contrario. Significa impedire che l’umanità venga usata come alibi per non costruire condizioni decenti.

Un salone può diventare uno spazio relazionale solo se qualcuno decide che, per un certo tempo, non è tutto disponibile a tutto. Non bagno, fisioterapia, televisione, passaggio, conversazione laterale, visita, deposito carrozzine, chiamata improvvisa, attività e contenimento nello stesso identico punto. Serve una soglia, anche minima. Serve che l’organizzazione dica: adesso questo spazio è protetto. Non per sacralizzare l’animazione, ma per riconoscere che la relazione non nasce nel vuoto. Ha bisogno di ambiente, ritmo, confini, continuità.

Altrimenti resta l’eroismo ordinario degli operatori.

E l’eroismo ordinario è una delle forme più subdole di sfruttamento: perché sembra nobile, ma serve spesso a non cambiare nulla.
La cura non ha bisogno di eroi. Ha bisogno di condizioni.

Ha bisogno che il lavoro invisibile smetta di essere invisibile. Che il setting venga riconosciuto come parte dell’intervento, non come dettaglio logistico. Che la fatica relazionale non venga archiviata come temperamento individuale. Che la capacità di tenere una scena nel caos non sia celebrata solo dopo, quando qualcuno è già esausto.

Perché quel pomeriggio nel salone, forse, qualcosa è comunque accaduto.

Una persona ha risposto. Un’altra ha guardato. Qualcuno ha ricordato una parola. Qualcun altro, per pochi minuti, non è stato soltanto un corpo da spostare.

Ma se per ottenere questo è stato necessario combattere contro l’intero ambiente, allora non basta dire che l’attività è riuscita. Bisogna avere il coraggio di dire che è riuscita nonostante l’istituzione.

E che il “nonostante” non può continuare a essere il metodo ordinario della cura.

Riferimenti

  • Silvia Federici, Wages Against Housework, Power of Women Collective and Falling Wall Press, 1975.
  • Silvia Federici, Caliban and the Witch. Women, the Body and Primitive Accumulation, Autonomedia, 2004.
  • Silvia Federici, Revolution at Point Zero. Housework, Reproduction, and Feminist Struggle, PM Press, 2012.
  • Silvia Federici, Re-enchanting the World. Feminism and the Politics of the Commons, PM Press / Kairos, 2018.
  • Arlie Russell Hochschild, The Managed Heart. Commercialization of Human Feeling, University of California Press, 1983.
  • Joan C. Tronto, Moral Boundaries. A Political Argument for an Ethic of Care, Routledge, 1993.
  • Annemarie Mol, The Logic of Care. Health and the Problem of Patient Choice, Routledge, 2008.