Che cosa conta davvero come segno di coscienza?

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Nelle gravi cerebrolesioni il problema non è solo vedere qualcosa. È decidere che cosa quel qualcosa significhi. Un movimento degli occhi, una variazione del volto, una risposta motoria, un cambiamento del respiro, un orientamento apparentemente congruo verso uno stimolo: tutto questo può apparire carico di senso, oppure essere liquidato come automatismo. La questione è che, molto spesso, nessuna delle due scorciatoie basta.

La clinica dei disturbi della coscienza è il luogo in cui l’interpretazione incontra il suo limite. Da un lato c’è il rischio di attribuire troppo: vedere intenzione dove c’è solo riflesso, presenza dove c’è soltanto attivazione residua, volontà dove c’è un comportamento non mediato da consapevolezza. Dall’altro c’è il rischio opposto: non riconoscere segni fragili ma reali di coscienza, perché non assumono la forma piena, lineare e rassicurante che siamo abituati ad aspettarci. È anche per questo che le linee guida insistono sulla necessità di valutazioni ripetute e standardizzate e ricordano quanto sia concreto il rischio di misdiagnosi.

Da un punto di vista fenomenologico, la questione è ancora più radicale. Noi tendiamo a riconoscere la presenza dell’altro attraverso forme relativamente stabili: parola, risposta coerente, gesto finalizzato, iniziativa, continuità dell’interazione. Quando questi indicatori vacillano, non vacilla solo la diagnosi: vacilla il nostro stesso modo abituale di attribuire soggettività. In altre parole, non siamo più sicuri di che cosa debba contare come segno.

Questo costringe a una disciplina dello sguardo. Non basta essere emotivamente colpiti da un comportamento per considerarlo intenzionale. Ma non basta neppure la sua debolezza per considerarlo nullo. Un segno di coscienza, in questo campo, non è semplicemente ciò che colpisce l’osservatore. È ciò che, pur nella sua fragilità, mostra una minima coerenza, una riproducibilità, una relazione non casuale con lo stimolo, con il contesto, con la situazione. Per questo la prudenza non è un gesto freddo: è una forma di rispetto.

La difficoltà è che la coscienza, qui, non si presenta come una sostanza da misurare una volta per tutte. Si presenta come qualcosa che può affiorare, ritirarsi, interrompersi, dipendere dal livello di vigilanza, dalla fatica, dal dolore, dal tempo dell’osservazione, dalla qualità della sollecitazione. In queste condizioni, il segno non è mai puro. È sempre esposto all’ambiguità. E proprio questa ambiguità rende necessaria una clinica meno impulsiva, meno trionfalistica, ma anche meno sbrigativa.

Forse la domanda giusta non è: c’è o non c’è coscienza? In molti casi questa alternativa è troppo brusca. La domanda più seria è: che cosa autorizza, qui, a parlare di una forma di presenza? Quale soglia stiamo usando? Quanto dipendono le nostre attribuzioni dai codici normali della comunicazione? E che cosa succede quando la presenza umana non riesce più a manifestarsi secondo quei codici?

In questo senso, i disturbi della coscienza non interrogano soltanto la neurologia riabilitativa. Interrogano il nostro stesso modo di pensare il rapporto tra corpo, segno, intenzione e soggettività. Ci costringono a riconoscere che non tutto ciò che è umano appare in forma piena, ordinata, immediatamente leggibile. E che la cura, prima di riempire i vuoti con certezze facili, dovrebbe imparare a sostare di più davanti a ciò che si mostra poco, male, a tratti

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