La condizione che per anni è stata chiamata stato vegetativo viene oggi indicata più correttamente come sindrome da veglia non responsiva o unresponsive wakefulness syndrome (UWS). Il cambiamento non è solo terminologico: serve a sostituire una formula percepita come svalutante con una descrizione più neutra e clinicamente più precisa. In questa condizione la persona mostra segni di veglia, come l’apertura degli occhi e cicli sonno-veglia, ma non presenta evidenze comportamentali di consapevolezza di sé o dell’ambiente.
È proprio qui che il pensiero fenomenologico diventa utile. La veglia non coincide con la presenza vissuta così come noi siamo abituati a riconoscerla. Il corpo è aperto al mondo in un senso minimo: è sveglio, esposto, attraversato da ritmi biologici, reattivo a stimoli elementari. E tuttavia questa apertura non si organizza in una forma leggibile di risposta intenzionale. Lo scandalo clinico e filosofico della UWS sta in questo scarto: c’è una vita che si mostra, ma non si lascia confermare come presenza cosciente attraverso i segni abituali con cui di solito la riconosciamo. La definizione clinica attuale insiste infatti proprio su questa combinazione di wakefulness without behavioral evidence of awareness.
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