Il linguaggio non serve solo a informare

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Ridurre il linguaggio alla trasmissione di informazioni è una semplificazione povera. Jakobson ha mostrato che ogni atto comunicativo può essere orientato in modi diversi e che il linguaggio svolge funzioni differenti: referenziale, emotiva, conativa, fàtica, metalinguistica e poetica. Non comunichiamo solo per dire qualcosa sul mondo; comunichiamo anche per esprimere uno stato, orientare l’altro, mantenere un contatto, parlare del codice stesso, lavorare sulla forma del messaggio.

Questa pluralità si vede con particolare nettezza nelle situazioni cliniche.

Talvolta ciò che conta non è il contenuto referenziale di ciò che viene detto, ma il semplice fatto che un contatto si mantenga. In altri casi il linguaggio sopravvive soprattutto nella sua funzione fàtica: un richiamo, una vocalizzazione, uno sguardo che non informano, ma tengono aperto il filo. Altrove emerge la funzione conativa, cioè il tentativo di provocare una risposta. E non è assente nemmeno la funzione poetica, ogni volta che la forma del dire diventa essa stessa significativa.

Pensare il linguaggio in termini di funzioni aiuta a vedere che una comunicazione impoverita non è per questo nulla. Anche quando una funzione si indebolisce, altre possono restare attive. E ciò che rimane, clinicamente, conta molto.

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