In alcune condizioni, parlare di presenza o assenza rischia di essere troppo semplice.
La reattività intermittente non indica necessariamente un’alternanza netta tra coscienza e incoscienza. Potrebbe indicare qualcosa di diverso: una difficoltà a mantenere un rapporto stabile con il mondo.
Un segno compare. Poi scompare. Non è ripetibile. Non si lascia stabilizzare. Questo non dice solo che non possiamo confermarlo. Dice anche che, se qualcosa c’è, potrebbe non riuscire a durare.
Il problema, allora, non è solo se il paziente c’è. È in che modo, eventualmente, riesce a esserci.
L’esperienza, se presente, potrebbe non avere continuità. Potrebbe emergere a frammenti, senza collegarsi a ciò che viene prima o dopo. Non un silenzio pieno o vuoto, ma una presenza che non riesce a sostenersi nel tempo.
In questo senso, il confine tra reattività e silenzio potrebbe non coincidere con il confine tra esperienza e assenza. Potrebbe coincidere con il limite tra ciò che riesce ad accedere all’azione e ciò che resta senza forma.
Un contenuto può esserci, ma non diventare risposta. Può non trovare una via per tradursi in movimento, in sguardo, in parola. Il problema non è solo espressivo. È di accesso.
Anche la temporalità, in queste condizioni, può non essere quella che diamo per scontata. Senza una continuità stabile, senza una possibilità di trattenere ciò che accade, l’esperienza potrebbe non organizzarsi in sequenze riconoscibili. Potrebbe non esserci un prima e un dopo in senso pieno, ma una serie di emergenze non collegate.
Il rapporto con il corpo può diventare opaco. Se l’azione non segue l’intenzione, o se l’intenzione non riesce a stabilizzarsi abbastanza da diventare azione, il corpo non è più uno strumento affidabile di espressione. Questo rende incerto anche il confine tra ciò che è voluto e ciò che accade senza controllo.
Il dolore, in queste condizioni, pone un problema ulteriore. Non perché manchino i segni, ma perché quei segni possono essere minimi, intermittenti, difficili da interpretare. Se qualcosa viene vissuto come dolore, potrebbe non riuscire a stabilizzarsi in una forma riconoscibile, né per chi osserva né, forse, per chi lo vive.
Il rischio è duplice. Ridurre tutto a ciò che è misurabile, oppure attribuire significati pieni a segnali che non possiamo verificare.
Tra queste due posizioni resta uno spazio difficile.
È lo spazio in cui la reattività non esaurisce la presenza, e il silenzio non coincide necessariamente con l’assenza.
In questo spazio, il problema non è decidere cosa il paziente vive.
È accettare che ciò che eventualmente vive possa non coincidere con ciò che riesce a mostrare.
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