Afasia e identità in divenire: una lettura tra Ricoeur e fenomenologia

Si dice spesso che l’afasia sia una perdita di parole. È vero, ma è poco. Perché quando una persona non trova più i nomi, non perde soltanto degli strumenti linguistici: rischia di perdere il modo abituale di comparire nel mondo, di sostenere la propria iniziativa, di raccontarsi, di essere riconosciuta dagli altri come proprio quella persona lì. L’afasia non tocca solo il dire. Tocca il poter essere detti e il poter continuare a dirsi.

Qui Paul Ricoeur offre una chiave preziosa. A rigore, non è tanto corretto attribuirgli la formula identità fluida come sua categoria tecnica. Il suo lessico è un altro: identità come dialettica tra idem e ipse, tra la continuità del medesimo e la permanenza di sé nella trasformazione; ed è l’identità narrativa a mediare fra queste due dimensioni. In altre parole, la persona non coincide né con un nucleo immobile né con una semplice dispersione di stati: si mantiene attraverso il tempo narrando, reinterpretando, ricomponendo la propria continuità.

Applicata all’afasia, questa idea diventa immediatamente concreta. La persona afasica resta, sul piano dell’idem, la stessa persona: stessa storia, stesso corpo biografico, stessi legami, stesso nome anagrafico. E tuttavia qualcosa si incrina sul piano dell’ipse, cioè nella possibilità di attestarsi come soggetto che prende la parola, che si espone, che promette, che risponde, che introduce qualcosa di proprio nella relazione. L’afasia non cancella la persona, ma può incrinare le forme con cui quella persona esercita pubblicamente la propria presenza. Per questo il danno linguistico rischia di venire scambiato, brutalmente, per un danno di identità (plato.stanford.edu)

Il punto decisivo è che la persona non si riduce mai alla sua disponibilità verbale. Le parole smarrite non definiscono la totalità del soggetto. Definiscono, semmai, una frattura nel suo accesso espressivo. La tragedia dell’afasia nasce proprio qui: non nel fatto che la persona sia sparita, ma nel fatto che non riesca più a passare interamente nelle forme comunicative che gli altri si aspettano da lei. L’equivoco sociale allora è dietro l’angolo: meno parole, dunque meno pensiero; meno fluenza, dunque meno sé; meno risposta, dunque meno interiorità. È una deduzione comoda, ma filosoficamente povera e clinicamente pericolosa. La letteratura sull’afasia mostra infatti che i cambiamenti identitari dopo l’evento neurologico sono profondi, continui e fortemente intrecciati al linguaggio, al riconoscimento sociale e alla possibilità di costruire o ricostruire narrazioni personali.

Qui entra in scena la fenomenologia. In una prospettiva fenomenologica, il linguaggio non è soltanto un involucro esterno del pensiero, come se prima esistesse un contenuto completo e poi arrivasse la sua confezione verbale. In Merleau-Ponty, l’espressione ha un ruolo centrale, e la parola è un gesto incarnato, una modalità con cui il soggetto abita il mondo e lo fa apparire. Questo cambia radicalmente il modo di guardare all’afasia: non come guasto di un meccanismo separato dalla persona, ma come alterazione del suo stile di presenza. Non si rompe soltanto una funzione. Si modifica il modo in cui il mondo è raggiungibile, condivisibile, abitabile

Per questo la riabilitazione non può essere pensata solo come recupero di prestazioni. Certo, c’è anche quello: accesso lessicale, programmazione fonologica, efficacia comunicativa, strategie compensative. Ma se ci fermiamo lì, restiamo a metà strada. Perché ogni atto riabilitativo, nel lavoro con l’afasia, è anche un atto di ricostituzione fenomenologica del soggetto. Non serve soltanto a far dire meglio una parola: serve a restituire alla persona un margine di iniziativa, una forma di esposizione, una possibilità di tornare agente nel proprio mondo relazionale.

Detto in termini ricoeuriani, la riabilitazione non riconsegna semplicemente il soggetto a ciò che era prima. Non ripara una macchina per riportarla allo stato originario. Essa lavora piuttosto nella zona delicata in cui l’identità si rinarra. Il paziente non torna identico a prima, ma può tornare a essere sé in un altro modo. Ed è qui che la nozione di identità in divenire trova la sua forza: non come celebrazione generica della fluidità, ma come riconoscimento del fatto che la continuità personale può sopravvivere anche nella trasformazione, e anzi deve spesso passare attraverso di essa.

Questo significa anche una cosa scomoda: il bersaglio della riabilitazione non può essere soltanto la correttezza linguistica. Talvolta la parola recuperata conta meno del gesto di ripresa soggettiva che quella parola rende possibile. Dire di nuovo il proprio nome, riuscire a formulare una protesta, esprimere preferenza, rifiuto, ironia, insofferenza, desiderio: tutto questo non vale solo come performance. Vale come riapparizione del soggetto. In clinica, certe parole sono importanti non perché “giuste”, ma perché rimettono in circolo l’ipseità, cioè la persona come fonte di atti, posizione, iniziativa.

Da questo punto di vista, anche il fallimento assume un altro significato. Se la riabilitazione viene letta solo in termini prestazionali, ogni mancato recupero appare come un residuo, uno scarto, una sconfitta. Ma se la leggiamo fenomenologicamente, possiamo vedere che anche un recupero parziale può contenere una riconquista reale dell’identità: una maggiore capacità di stare nella relazione, di farsi capire con mezzi plurimi, di tollerare la propria trasformazione senza esserne interamente schiacciati. La persona afasica non ha bisogno solo di ritrovare parole; ha bisogno di ritrovare una forma vivibile del proprio esserci.

La questione, allora, non è semplicemente: quanto linguaggio è rimasto? La domanda più radicale è: in quali modi il soggetto può ancora apparire come sé, e in quali modi può tornare a riconoscersi? La riabilitazione, in questa luce, non è una tecnica neutra. È un lavoro di mediazione fra perdita e continuità, fra rottura e riconoscimento, fra corpo ferito e mondo condiviso. È una pratica che non restituisce un’identità intatta, perché quella non esiste più, ma può accompagnare la costruzione di un’identità abitabile.

Per questo il paziente con afasia non è soltanto qualcuno a cui mancano parole. È qualcuno che si trova costretto a rinegoziare, spesso sotto lo sguardo impaziente degli altri, il rapporto fra ciò che sente di essere e ciò che riesce a mostrare. Ricoeur aiuta a non confondere queste due cose. La fenomenologia aiuta a capire che questa distanza non è astratta: si gioca nel corpo, nella voce, nel ritmo, nello sguardo, nella fatica, nel silenzio, nella possibilità o impossibilità di prendere il turno della parola. E la clinica, quando è all’altezza, non tratta il linguaggio come un puro codice da riparare, ma come il luogo in cui un’esistenza tenta di tornare a prendere forma.

In questo senso, il percorso riabilitativo è davvero un atto di riconquista dell’identità in divenire. Non perché ricomponga una pienezza perduta, ma perché consente alla persona di non essere ridotta alla propria menomazione linguistica. Le parole smarrite non definiscono chi è. Definiscono il terreno difficile su cui quel chi continua, ostinatamente, a cercare una forma.

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