Cassirer, Merleau-Ponty e l’afasia: perché non si tratta solo di parole perdute

Quando si parla di afasia, la prima immagine che viene in mente è abbastanza semplice: una persona non trova più le parole, oppure le usa con difficoltà. Questa descrizione è vera, ma è troppo stretta.

Se guardiamo il problema attraverso Cassirer e Merleau-Ponty, l’afasia smette di essere soltanto un disturbo del linguaggio e diventa una finestra su qualcosa di più ampio: il modo in cui l’essere umano costruisce un mondo di significati.

Samantha Matherne insiste proprio su questo punto: per Merleau-Ponty i casi patologici, come l’afasia o la cecità psichica, non servono solo a capire una malattia, ma a chiarire come funziona, in generale, l’esistenza umana. E mostra anche che, su questo terreno, Merleau-Ponty deve molto a Cassirer.

Per capire il legame tra questi autori, bisogna partire da Cassirer. Cassirer è il filosofo delle forme simboliche. Con questa espressione intende dire che l’essere umano non vive semplicemente in mezzo a oggetti fisici, come se il mondo fosse una collezione di cose nude e mute. L’uomo vive sempre già dentro un mondo organizzato da simboli: il linguaggio, il mito, l’arte, la religione, la scienza, i concetti, le classificazioni. In altre parole, noi non incontriamo solo “dati”; incontriamo realtà già rese intelligibili da sistemi di significato. Per Cassirer, questa capacità simbolica non è un’ aggiunta secondaria: è ciò che rende umano il nostro rapporto con il mondo.

Questo va capito bene. Dire che l’uomo è un essere simbolico non significa solo che usa parole o segni convenzionali. Significa che riesce a vedere una cosa come qualcosa che rimanda oltre se stessa. Un colore non è soltanto una sensazione visiva presente qui e ora: può essere riconosciuto come appartenente a una classe, può diventare confrontabile con altri colori, nominabile, ricordabile, condivisibile. Una parola non è solo un suono: è il mezzo attraverso cui una cosa entra in una rete di relazioni. Il simbolico, per Cassirer, è proprio questa capacità di andare oltre l’immediato e di organizzare l’esperienza in un ordine di senso.

È qui che la patologia diventa filosoficamente importante. Se un paziente vede, sente o tocca qualcosa ma non riesce più a trattarlo come parte di una totalità significativa, il problema non è soltanto locale. Non è semplicemente che “manca una funzione” come manca un tasto su una tastiera. Per Cassirer, casi come afasia, aprassia e agnosia mostrano che può incrinarsi il modo stesso in cui il soggetto organizza simbolicamente la propria esperienza. Samantha Matherne ricostruisce questa idea dicendo che Merleau-Ponty riprende da Cassirer proprio il pensiero secondo cui la patologia colpisce il nostro modo di strutturare e proiettare il mondo, non soltanto una competenza isolata.

A questo punto entra in scena Merleau-Ponty. Merleau-Ponty è un fenomenologo, cioè un filosofo interessato non a costruire teorie astratte staccate dalla vita, ma a descrivere come il mondo ci appare nell’esperienza vissuta. La sua idea centrale è che noi non siamo menti pure che poi, in un secondo momento, usano un corpo come strumento. Noi siamo esseri incarnati: il corpo non è un involucro, ma il nostro modo concreto di essere al mondo. Per questo Merleau-Ponty insiste su percezione, gesto, postura, movimento, espressione. Il mondo non ci appare come una somma neutra di oggetti, ma come un campo di possibilità: cose da toccare, evitare, usare, attraversare, nominare, condividere.

Questo cambia anche il modo di pensare il linguaggio. Nella visione più tradizionale, prima c’è un pensiero già formato nella mente e poi il linguaggio lo riveste o lo trasporta all’esterno. Merleau-Ponty contesta questo schema. Per lui, il linguaggio non è soltanto un mezzo esterno per esprimere un significato già pronto: è uno dei luoghi in cui il significato prende forma. Per questo il suo pensiero sul linguaggio è così vicino al gesto: parlare non è semplicemente applicare etichette a cose già pensate, ma è un atto espressivo del corpo vissuto. La letteratura recente su Merleau-Ponty sottolinea proprio questo: parola, gesto, significato e corpo non vanno pensati come elementi separati, ma come dimensioni intrecciate dell’espressione.

A questo punto il ruolo dell’afasia diventa più chiaro. Se il linguaggio fosse solo un rivestimento esterno del pensiero, allora l’afasia sarebbe semplicemente un guasto del canale verbale: il pensiero resterebbe intatto, ma non riuscirebbe a uscire. Merleau-Ponty, invece, suggerisce che le cose sono più complesse. Quando l’espressione verbale si altera, può alterarsi anche il modo in cui il soggetto articola il senso, si orienta nella situazione, stabilisce connessioni, trasforma l’esperienza in qualcosa di condivisibile. Non si tratta di dire che l’afasico “non pensa più” — sarebbe una sciocchezza — ma di capire che il rapporto tra pensiero e parola è molto più profondo di quanto immagini una teoria puramente strumentale del linguaggio.

L’ afasia non è solo perdita di parole, ma crisi del rapporto simbolico col mondo. Non significa che ogni persona con afasia perda allo stesso modo la capacità simbolica. Non significa nemmeno che l’umanità simbolica venga cancellata. Significa piuttosto che, in molte forme di afasia, si rende visibile un restringimento o una deformazione del modo in cui il soggetto può far valere qualcosa come significativo. Il problema non riguarda soltanto il nome dell’oggetto, ma la possibilità di situarlo in una rete di rimandi, di usarlo in un contesto, di inserirlo in una scena di senso. In termini cassireriani, si incrina la coscienza simbolica; in termini merleau-pontiani, si contrae il campo delle possibilità espressive e del rapporto incarnato col mondo.

Samantha Matherne è importante proprio perché rende esplicito questo ponte. La sua tesi è che Merleau-Ponty non inventa da zero l’idea di usare la patologia per comprendere l’umano, ma riprende da Cassirer un’intuizione decisiva: la patologia può mostrare non solo ciò che viene meno, ma anche ciò che normalmente rende possibile la nostra esperienza del mondo. In questo senso, afasia e cecità psichica non sono semplici casi clinici curiosi; sono casi-limite che svelano la trama nascosta della vita ordinaria.

Da qui deriva anche una conseguenza molto importante per chi lavora clinicamente. Se l’afasia viene letta soltanto come perdita di parole, la riabilitazione rischia di ridursi a un tentativo di recuperare etichette verbali. Se invece la si pensa come alterazione del rapporto simbolico col mondo, allora il compito diventa più ampio: riaprire connessioni tra parola, gesto, intenzione, contesto, azione, relazione con l’altro. Non si tratta di abbandonare la clinica concreta; al contrario, si tratta di darle maggiore profondità. Perché non stai lavorando soltanto sulla prestazione linguistica, ma sulla possibilità del soggetto di tornare a costituire senso in un mondo condiviso. Questa è precisamente la ragione per cui l’afasia, per Cassirer e Merleau-Ponty, è un caso decisivo.

Riferimenti

  • Cassirer, Ernst, Étude sur la pathologie de la conscience symbolique, in Journal de Psychologie normale et pathologique, 26, 1929, pp. 289–336, 523–566.
  • Cassirer, Ernst, The Philosophy of Symbolic Forms. Vol. 3: The Phenomenology of Cognition, trad. Steve G. Lofts, Routledge, 2020.
  • Goldstein, Kurt, Language and Language Disturbances: Aphasic Symptom Complexes and Their Significance for Medicine and Theory of Language, Grune & Stratton, 1948.
  • Kee, Hayden, “In Search of Lost Speech: From Language to Nature in Merleau-Ponty’s Collège de France Courses”, HUMANA.MENTE Journal of Philosophical Studies, 41, 2022, pp. 149–176.
  • Matherne, Samantha, “The Kantian Roots of Merleau-Ponty’s Account of Pathology”, British Journal for the History of Philosophy, 22(1), 2014, pp. 124–149.
  • Merleau-Ponty, Maurice, Phenomenology of Perception, trad. Donald A. Landes, Routledge, 2012.
  • Mooney, Timothy, Merleau-Ponty’s Phenomenology of Perception, Cambridge University Press, 2022.