Animare non è intrattenere

Vecchiaia fragile, istituzione e diritto minimo ad avere ancora un mondo

Nelle strutture residenziali per anziani, la parola animazione porta con sé un equivoco. Sembra indicare qualcosa di leggero, accessorio, quasi decorativo: un modo per riempire il tempo, distrarre, far passare il pomeriggio, rendere meno visibile la lunghezza delle giornate. Ma questa lettura è troppo povera.

Nella lunga assistenza, il tempo non è un contenitore vuoto. È spesso il luogo in cui la perdita si deposita: perdita di casa, ruolo, autonomia, movimento, linguaggio, memoria, controllo sul corpo, riconoscibilità sociale. La giornata istituzionale può diventare una sequenza ordinata di bisogni: alzata, igiene, colazione, terapia, pasto, riposo, cambio, cena, letto.

Tutto necessario. Tutto insufficiente.

È qui che l’animazione, se presa sul serio, smette di essere passatempo e diventa una questione filosofica. Nei Livelli Essenziali di Assistenza, le attività di socializzazione e animazione compaiono dentro i trattamenti di lungo assistenza rivolti alle persone non autosufficienti. Non sono un lusso alberghiero né una gentile concessione ricreativa: appartengono alla presa in carico, accanto al mantenimento funzionale, al riorientamento in ambiente protesico, alla continuità assistenziale, all’educazione del paziente e del caregiver.

Questo dato sposta la domanda. L’animazione non risponde solo a: che cosa facciamo fare agli anziani?

Risponde a una domanda più radicale:

quale forma di vita rendiamo ancora possibile quando molte forme precedenti di vita non sono più accessibili?

Una RSA è un luogo di confine. Non solo tra domicilio e ospedale, assistenza sanitaria e assistenza sociale, autonomia e dipendenza. È un luogo di confine anche sul piano antropologico: vi abitano persone che spesso non corrispondono più all’immagine moderna del soggetto competente, autonomo, produttivo, narrativamente coerente, capace di scegliere, argomentare, ricordare, progettare.

La vecchiaia fragile disturba perché mostra ciò che la nostra cultura preferisce non vedere: che l’identità personale non coincide sempre con efficienza, memoria, linguaggio e autodeterminazione. Una persona può essere molto compromessa e tuttavia non essere riducibile alla sua compromissione.

L’animazione abita precisamente questa soglia.

Quando è debole, diventa infantilizzazione. Propone attività standardizzate, uguali per tutti, spesso pensate più per essere fotografate, rendicontate o esibite che per incontrare davvero le persone. Produce partecipazione apparente: corpi seduti in cerchio, mani occupate, sorrisi richiesti, applausi distribuiti. In questi casi l’animazione non contrasta l’istituzione totale: ne diventa la versione colorata.

Quando è forte, invece, diventa una pratica di riconoscimento. Riconoscere non significa idealizzare. Non significa fingere che la demenza non ci sia, che la dipendenza non pesi, che il deterioramento cognitivo sia solo una diversa poesia dell’esistenza. Questa sarebbe retorica.

Riconoscere significa costruire condizioni minime perché qualcosa della persona possa ancora apparire: una preferenza, un rifiuto, un ritmo, un gesto, una competenza residua, una memoria corporea, un modo di stare con gli altri, un frammento di storia, una tonalità affettiva.

Per questo l’animazione non dovrebbe “animare l’anziano”. La formula è scivolosa, perché suggerisce che l’anziano sia materia inerte da ravvivare dall’esterno. Più precisamente, l’animazione dovrebbe animare lo spazio tra la persona e il mondo. Questo spazio può essere molto piccolo.

  • Una canzone riconosciuta prima delle parole.
  • Una fotografia che non viene spiegata ma abitata.
  • Un oggetto domestico che riapre una postura.
  • Una ricetta che non serve a cucinare, ma a restituire odore, sequenza, gesto, appartenenza.
  • Una pianta curata non perché “stimola”, ma perché permette ancora di prendersi cura di qualcosa.
  • Una conversazione che non pretende coerenza narrativa, ma accetta frammenti.

Qui il gioco non va confuso con l’infantilizzazione. Huizinga e Caillois ci ricordano che il gioco è uno spazio separato, regolato, simbolico: un micro-mondo. Non si tratta di far “giocare i vecchi”, ma di costruire forme minime di mondo ancora praticabili.

In termini winnicottiani, l’animazione può diventare uno spazio transizionale: non pura clinica, non pura finzione, ma area intermedia in cui qualcosa può ancora essere manipolato, evocato, scelto, trasformato. Per una persona con deterioramento cognitivo, un oggetto, un gesto, una musica, una sequenza familiare possono diventare soglie di contatto.

In termini narrativi, il riferimento a Ricoeur aiuta a evitare un altro errore: trasformare la memoria in interrogatorio. Molte attività autobiografiche falliscono perché diventano quiz identitari: “Si ricorda quando…?” Se la persona non ricorda, viene messa davanti alla propria perdita.

La domanda più giusta non è: mi dica chi era. È: facciamo in modo che qualcosa di lei possa ancora apparire.

Anche il riferimento a Nussbaum e Sen è utile: non bisogna misurare solo ciò che l’anziano riesce a fare, ma le possibilità reali che l’ambiente gli restituisce.

Dire “non partecipa” è spesso troppo facile. Bisogna chiedere: l’attività è accessibile? Ha senso per quella persona? È compatibile con vista, udito, fatica, vergogna, dolore, afasia, aprassia, demenza? L’ambiente permette davvero una partecipazione o chiede solo una prestazione mascherata da libertà?

Il National Institute for Health and Care Excellence, nei suoi standard sulla salute mentale degli anziani in struttura, parla di attività significative definite in rapporto a bisogni, preferenze, relazioni, capacità e contesto. Non solo attività pianificate per la persona, ma possibilmente con la persona. Attività quotidiane, sociali, creative, spirituali, fisiche, individuali o di gruppo.

Questa prospettiva è molto lontana dalla logica del calendario riempito. Un calendario pieno non garantisce una vita piena. Può esserci un’attività ogni ora e nessuna vera esperienza. Può esserci un laboratorio formalmente ben costruito e nessun riconoscimento. Può esserci una stanza rumorosa, allegra, decorata, e tuttavia profondamente impersonale.

Il problema non è fare di più. È fare in modo che ciò che si fa non cancelli ulteriormente chi vi partecipa.

Qui l’animazione incontra la filosofia morale. Perché il punto non è solo “benessere”, parola utile ma spesso addomesticata. Il punto è giustizia. L’anziano istituzionalizzato è esposto a una forma sottile di ingiustizia: essere assistito senza essere più atteso; essere curato senza essere più interrogato; essere protetto senza essere più considerato interlocutore del mondo.

La personhood di Kitwood aiuta a nominare questo rischio: la persona con demenza non perde solo funzioni, rischia di perdere status relazionale, cioè di non essere più trattata come qualcuno. L’animazione, se fatta bene, non recupera necessariamente memoria o linguaggio, ma sostiene riconoscibilità, preferenze, stile, legami, presenza.

Anche la critica dell’Eden Alternative a noia, solitudine e impotenza è preziosa. In RSA la noia non è un vuoto neutro. È una forma di impoverimento ontologico. Se una persona non può più uscire, decidere, cucinare, telefonare, lavorare, amare come prima, la giornata istituzionale può diventare una lunga sottrazione di mondo.

Detto questo, bisogna evitare l’enfasi salvifica. L’animazione non è una terapia magica. Le revisioni sugli interventi personalizzati nelle persone con demenza in struttura suggeriscono possibili benefici, per esempio sull’agitazione, ma l’evidenza resta prudente e metodologicamente limitata.

Ed è proprio questa sobrietà a renderla più seria. L’animazione non salva la persona dalla fragilità. Può però impedire che l’istituzione aggiunga alla fragilità una seconda morte: quella simbolica.

Una persona anziana fragile non ha bisogno soltanto di essere lavata, nutrita, mobilizzata, sorvegliata e messa in sicurezza. Ha bisogno che qualcuno continui a costruire, attorno a lei, forme praticabili di mondo. Non mondi finti. Non scenografie buoniste. Mondi piccoli, adattati, realistici, ma ancora abitabili.

Per questo l’animazione geriatrica dovrebbe uscire dalla sua immagine minore. Non intrattenimento, ma ecologia dell’esperienza. Non riempimento del tempo, ma cura delle soglie. Non infantilizzazione, ma restituzione di possibilità.

In una RSA, dove molte persone vivono il restringimento progressivo del proprio orizzonte, animare significa domandarsi ogni giorno:

  • che cosa può ancora accadere qui?
  • chi può ancora apparire?
  • quale gesto minimo può impedire che la giornata sia solo gestione del corpo?

È una domanda clinica, ma anche politica. Ed è filosofica nel senso più concreto del termine: riguarda il modo in cui una comunità decide chi continua a contare quando non può più dimostrare di contare.

Riferimenti

  • Huizinga, J. Homo ludens. Torino, Einaudi.
  • Caillois, R. I giochi e gli uomini. Milano, Bompiani.
  • Winnicott, D. W. Gioco e realtà. Roma, Armando.
  • Ricoeur, P. Sé come un altro. Milano, Jaca Book.
  • Nussbaum, M. C. Creare capacità. Bologna, il Mulino.
  • Kitwood, T. Dementia Reconsidered: The Person Comes First. Open University Press.
  • NICE. Mental wellbeing of older people in care homes. Quality standard QS50.
  • Möhler, R. et al. Personally tailored activities for people with dementia in long-term care. Cochrane Review.
  • Sen, A. Lo sviluppo è libertà. Milano, Mondadori.