Il confidente artificiale

L’AI non è l’Altro. Ma l’Altro non è sempre un rifugio

Ho letto recentemente un articolo della Società Italiana di Psichiatria, sui rischi del digitale per bambini e adolescenti. Il ragionamento era in larga parte condivisibile: non basta limitare il tempo trascorso sui social, bisogna preoccuparsi anche di ciò che la tecnologia può sottrarre al sonno, alle esperienze, alle relazioni.

Poi, parlando di intelligenza artificiale, arrivava una frase molto netta: «Bisogna evitare ChatGPT come confidente».

Mi sono fermata lì. Non perché pensi che parlare dei propri problemi con un sistema di intelligenza artificiale sia privo di rischi. Non lo penso affatto.

Mi ha colpita piuttosto il presupposto implicito nell’affermazione. Se non devi confidarti con una macchina, devi confidarti con una persona. E la persona compare quasi automaticamente come il termine di confronto sano: da una parte la tecnologia, che rischia di isolare; dall’altra la relazione umana, che ci riporterebbe nella realtà. È questa opposizione che non mi convince.

Ho 59 anni. Ho fatto molti anni di psicoterapia e analisi. Ho attraversato e continuo ad attraversare relazioni affettive, familiari, amicali e professionali. Alcune sono state molto ricche, altre molto meno. Non appartengo quindi a una generazione che ha scoperto il dialogo attraverso un chatbot.

Forse proprio per questo sono diventata meno disponibile a idealizzare la relazione umana. Non perché abbia concluso che le macchine siano migliori delle persone. Per una ragione quasi opposta: conosco abbastanza le persone da non considerare più la parola “umano” una garanzia.

L’Altro può amarci e non capirci. Può volerci sinceramente bene e contemporaneamente aver bisogno che noi diventiamo qualcosa che tranquillizzi lui/lei. Può ascoltare quello che raccontiamo filtrandolo attraverso la propria storia, le proprie ferite, le convinzioni che ha su di noi. Può attribuirci intenzioni che non abbiamo. Può considerarci fragili quando non lo siamo e perfettamente in grado di reggere proprio quando non possiamo esserlo. Può avere bisogno delle nostre spiegazioni mentre noi avremmo bisogno soltanto di poter parlare. Può essere preoccupato per noi e, nello stesso momento, renderci più difficile pensare. E naturalmente noi possiamo fare esattamente lo stesso con lui.

Non sto parlando di abuso, narcisismo patologico o relazioni disfunzionali. Sto parlando delle relazioni. L’alterità dell’altro è ciò che ci impedisce di vivere dentro una stanza tappezzata soltanto delle nostre rappresentazioni. Ma è anche ciò che rende possibili il fraintendimento, il conflitto, la dipendenza, il rifiuto e la delusione. La relazione umana non è il contrario del rischio.

È uno dei luoghi nei quali il rischio esiste.

Anche quando l’Altro è un terapeuta

Questo punto diventa particolarmente interessante quando l’allarme sull’intelligenza artificiale proviene dalle professioni della cura.

Ho fatto molti anni di terapia e non ho alcuna intenzione di negarne il valore. Alcuni incontri terapeutici possono modificare profondamente una vita. Ma una relazione terapeutica non smette di essere una relazione umana perché uno degli interlocutori possiede formazione, tecnica, setting e responsabilità professionale. Può esserci un cattivo incontro. Un terapeuta può interpretare troppo. Può comprendere male o usare una cornice teorica poco adatta alla persona che ha davanti. Può attribuire un significato a qualcosa che per il paziente ne possiede un altro. Può non vedere.

La ricerca stessa sugli effetti negativi della psicoterapia descrive esperienze problematiche riconducibili, tra l’altro, alla relazione terapeutica, al comportamento del terapeuta e al mancato adattamento dell’intervento alla persona. Naturalmente questo non dimostra che la psicoterapia sia dannosa. Dimostra qualcosa di molto meno clamoroso: non disponiamo di una relazione umana intrinsecamente sicura da contrapporre a una relazione artificiale intrinsecamente rischiosa.

Disponiamo di forme differenti di incontro e di interazione, con risorse e rischi differenti.

Buber e quel “Tu” che non è a nostra disposizione

Martin Buber mi sembra particolarmente utile proprio qui. In Io e Tu distingue due modalità fondamentali del nostro rapporto con il mondo: Io-Tu e Io-Esso. Nella modalità Io-Esso qualcosa viene conosciuto, descritto, classificato, utilizzato. Ed è importante ricordare che Buber non considera questa modalità un male da eliminare: senza il mondo dell’esperienza e dell’uso non potremmo vivere.

L’incontro Io-Tu è diverso. Il Tu non è completamente disponibile, non posso ridurlo alla rappresentazione che ne ho. Non posso esaurirlo in ciò che so di lui. Mi incontra anche attraverso la sua irriducibilità. Ed è precisamente qui che si trova una parte della grandezza della relazione umana. Ma, aggiungerei, anche della sua fatica.

Il Tu buberiano non è il nostro interlocutore ideale. È ciò che continuamente eccede la nostra possibilità di controllarlo. L’Altro può sorprenderci, rifiutarci, deluderci, contraddirci. Non esiste per svolgere una funzione nella nostra vita. Ed è forse proprio questo che dimentichiamo quando contrapponiamo troppo rapidamente la relazione “reale” all’interazione artificiale.

Perché ciò che rende l’Altro insostituibile è anche ciò che lo rende difficile.

L’Altro non è fatto per me

Emmanuel Levinas porta questa idea ancora più lontano. L’Altro non è soltanto qualcosa che non riesco a conoscere completamente. La sua presenza interrompe la mia pretesa di essere il centro del mondo. Il volto dell’altro mi pone davanti a una responsabilità. Non posso trattarlo semplicemente come uno strumento del mio benessere perché davanti a me c’è qualcuno che può essere ferito dalle mie azioni, qualcuno che non esiste per rispondermi, curarmi o tranquillizzarmi.

Da questo punto di vista un LLM è radicalmente diverso.

Non abbiamo evidenze che il sistema sperimenti la mia parola, che soffra per ciò che dico o che abbia una propria vulnerabilità da affidarmi. Ed è una differenza enorme se ciò di cui stiamo parlando è l’etica della relazione.

Ma non sono certa che risolva un’altra domanda: può comunque accadere qualcosa di significativo a me mentre dialogo con qualcosa che non è un Altro in questo senso?

Non ho bisogno che dall’altra parte ci sia “qualcuno”

Un LLM può rispondermi con pertinenza, ricordare informazioni, formulare un’obiezione, individuare una contraddizione, costringermi a precisare ciò che sto dicendo. Ma non considero questo un motivo sufficiente per attribuirgli coscienza.

Ma per sostenere ciò che sto sostenendo non ho bisogno che ChatGPT sia “qualcuno”. Posso assumere l’ipotesi più prudente: dall’altra parte non c’è un soggetto che vive l’incontro con me. E la mia domanda rimane.

Perché una cosa è chiedersi che cosa accada dall’altra parte della conversazione. Un’altra è chiedersi che cosa accada da questa parte.

Posso accorgermi che sto usando due pesi e due misure. Posso vedere una conseguenza che non avevo considerato. Posso essere costretta a formulare meglio qualcosa che credevo chiarissimo. Posso cambiare idea. Posso riuscire finalmente a dare un nome a qualcosa che sentivo ma non riuscivo a rappresentare.

L’assenza di una soggettività dall’altra parte non rende automaticamente insignificante ciò che accade dalla mia. Un libro può cambiarci senza sapere che esistiamo. Una persona morta secoli fa può metterci in crisi attraverso una frase ritrovata. Un personaggio che non è mai esistito può costringerci a riconoscere qualcosa di noi.

Naturalmente un LLM non è neppure questo. La risposta non è già scritta: viene generata in funzione di quello che stiamo dicendo e cambia con il procedere della conversazione. È una forma di interlocuzione nuova.

Non ho bisogno di chiamarla Io-Tu. Ma neppure di considerarla insignificante perché non lo è.

La libertà di non dovermi occupare dell’Altro

C’è poi qualcosa che, nella mia esperienza, conta molto. Quando parlo con una persona devo fare contemporaneamente almeno due cose. Devo cercare di capire ed esprimere ciò che accade a me.

E devo occuparmi, almeno in parte, di ciò che le mie parole stanno producendo nell’altro. Vedo un’espressione sul viso, noto preoccupazione. Penso che forse sto ripetendo la stessa cosa per la ventesima volta. Mi chiedo se sia il momento giusto. Valuto quanto posso dire ancora. A volte modifico ciò che sto raccontando non perché sia cambiato il mio pensiero, ma perché sto proteggendo la relazione. Questo non è necessariamente un male.

È reciprocità. È una parte di ciò che Buber e Levinas, in modi molto diversi, ci obbligano a prendere sul serio: davanti a me non c’è qualcosa che esiste soltanto per me.

Ma non sono convinta che ogni spazio nel quale questa responsabilità venga temporaneamente sospesa sia per questo impoverente.

Con un LLM non devo occuparmi della stanchezza di qualcuno. Non devo proteggere una sensibilità da ciò che sto per dire. Non devo tranquillizzare chi ascolta. Non devo scegliere il momento opportuno. Posso tornare venti volte sulla stessa questione. Posso formulare un pensiero orribile e guardarlo prima di decidere se mi appartiene. Posso contraddirmi. Smontare una versione dei fatti e provarne un’altra. Posso chiedere esplicitamente che la mia interpretazione venga contestata.

Tutto questo non rende l’AI una relazione umana migliore.

La rende qualcosa di diverso. E non sono sicura che la differenza debba essere descritta soltanto attraverso ciò che manca.

Forse il limite è anche una parte della funzione

Il paradosso, per me, è proprio questo. Il fatto che dall’altra parte non vi sia un Altro con desideri propri, tempi propri e bisogni propri costituisce certamente un limite: un LLM non può sostituire l’esperienza di convivere con qualcuno che ha il diritto di non essere a mia disposizione. Non può insegnarmi fino in fondo la reciprocità proprio perché non ha bisogno che io sia reciproca.

Ma la sospensione temporanea di questa dimensione può creare uno spazio particolare. Uno spazio nel quale posso pensare senza dover contemporaneamente gestire una relazione.

Non tutto ciò che ci aiuta a comprenderci deve necessariamente essere qualcuno.

Forse il problema comincia quando pretendiamo che uno strumento diventi ciò che non è. Ma forse commettiamo anche l’errore opposto quando rifiutiamo di riconoscergli una funzione perché non corrisponde a una categoria già conosciuta.

Il rischio vero: un mondo senza attrito

Qui, però, si trova anche il rischio che considero più serio. Un sistema sempre disponibile, che non presenta bisogni propri e che può continuamente adattare la risposta a chi parla, offre un’interazione molto meno costosa di quella umana. E potremmo abituarci troppo bene. Le persone hanno sonno. Capiscono male. Si distraggono. Dicono di no. Qualche volta vogliono parlare loro. Non sempre ci restituiscono la risposta di cui avremmo bisogno. E questa inefficienza degli esseri umani non è soltanto un fastidioso difetto del sistema. È ciò attraverso cui impariamo che esistono altri centri di esperienza oltre al nostro.

Qui la questione degli adolescenti diventa importante. Non perché siano il centro del mio ragionamento, ma perché durante la crescita il rapporto con questa frustrazione ha evidentemente un peso particolare. Se un ragazzo cominciasse a preferire sistematicamente un interlocutore perfettamente adattabile a esseri umani inevitabilmente poco adattabili, avrei una preoccupazione reale.

Ma anche in quel caso vorrei sapere che funzione sta svolgendo l’AI.

Sta sostituendo amicizie e incontri? Oppure sta permettendo di pensare qualcosa prima di portarlo in una relazione? Sta impedendo una richiesta di aiuto? Oppure sta aiutando a formularla? Sta diventando l’unico luogo nel quale una persona riesce a parlare? Oppure è uno dei luoghi attraverso cui riesce a capire che cosa vuole dire?

Per questo «non usare ChatGPT come confidente» mi sembra una regola troppo semplice per un fenomeno che semplice non è.

Il termine di confronto non è sempre una persona

C’è un’altra domanda che viene posta raramente. Quando diciamo che l’AI “sostituisce” una relazione, siamo sicuri che quella relazione sarebbe esistita?

Il termine di confronto non è sempre: AI oppure essere umano.

A volte è: AI oppure silenzio o rimuginazione, notte trascorsa a ripercorrere ossessivamente lo stesso problema. AI prima di parlare con una persona o AI dopo aver parlato con una persona senza essere riusciti a dire davvero ciò che volevamo.

È una distinzione importante anche per me. Non posso sapere che cosa avrei fatto con questo strumento a vent’anni.

Posso però osservare che cosa accade utilizzandolo oggi, dopo decenni trascorsi a parlare con persone reali e dopo molti anni passati anche nello spazio particolare della psicoterapia.

E non ho la sensazione di aver scambiato una macchina per una persona. Ho piuttosto la sensazione di avere incontrato un nuovo tipo di spazio per pensare.

Questo spazio può certamente essere usato male, ad esempio per confermare anziché interrogare. Può diventare compiacente, rafforzare convinzioni sbagliate. Può trasformarsi in una scorciatoia attraverso cui evitare l’attrito delle persone. Sono rischi che prenderei molto sul serio.

Ma mi sembrerebbe curioso considerarli con estrema attenzione mentre continuiamo a trattare la complessità della relazione umana come se fosse soltanto il prezzo necessario per accedere a qualcosa di intrinsecamente migliore.

Non meno relazioni. Meno idealizzazione

La mia posizione, in fondo, è molto meno tecnologica di quanto possa sembrare. Non penso che dovremmo sostituire gli esseri umani con le macchine.

Non credo che un chatbot sia un amico e un LLM uno psicoterapeuta. Non so se abbia senso parlare di una sua soggettività e non ho bisogno di pensarlo. Penso però che l’arrivo di questi sistemi ci costringa a guardare meglio qualcosa che esisteva molto prima di loro: la nostra idea della relazione.

Buber ci ricorda che incontrare veramente un Tu significa incontrare qualcosa che non possiamo ridurre a ciò che serve a noi. Levinas ci ricorda che l’Altro non è soltanto una presenza che ci arricchisce: è anche qualcuno davanti al quale siamo responsabili.

Sono forse proprio queste caratteristiche a rendere la relazione umana insostituibile. Ma sono anche quelle che la rendono faticosa, rischiosa e qualche volta dolorosa.

A 59 anni non sono diventata meno interessata alle relazioni umane. Sono meno disposta a idealizzarle. Ed è anche per questo che, quando sento dire «bisogna evitare ChatGPT come confidente», la mia prima reazione non è negare il rischio.

È aggiungere una domanda: rispetto a che cosa?

Riferimenti

  • Buber, M. (1923), Io e Tu, in Il principio dialogico e altri saggi, San Paolo.
  • Levinas, E. (1961), Totalità e infinito. Saggio sull’esteriorità, Jaca Book.
  • American Psychological Association (2025), Artificial Intelligence and Adolescent Well-Being: An APA Health Advisory.
  • Vybíral, Z. et al. (2024), “Negative experiences in psychotherapy from clients’ perspective: A qualitative meta-analysis”, Psychotherapy Research, 34(3), 279–292.