La mia carriera non sta finendo come pensavo. Avevo aspettative piuttosto basse, quindi non era facilissimo deluderle. E invece.
Dopo molti anni conosco meglio il mio mestiere. Vedo prima certe cose, individuo più facilmente un obiettivo che non regge, una richiesta che non ha molto senso clinico, una procedura che serve soprattutto a poter dire che qualcosa è stato fatto. Questa dovrebbe essere esperienza.
Peccato che non dia automaticamente più voce. Una delle scoperte meno gradevoli infatti, è che si può diventare più competenti e, nello stesso tempo, contare pochissimo nelle decisioni che riguardano il proprio lavoro.
Quando ero giovane davo per scontato che sapere di più avrebbe prodotto qualche conseguenza. Non avevo in mente chissà quale carriera, ma almeno un po’ più di margine sì. La possibilità, arrivata a un certo punto, di dire: questa cosa la conosco, non funziona, facciamo diversamente.
Non è andata propriamente così.
Si può conoscere molto bene un pezzo di lavoro ed essere comunque chiamati a gestire decisioni prese altrove. A volte devo spiegare scelte che non ho fatto. Altre volte mi ritrovo a contenere aspettative che non ho creato, o a cercare di dare una forma clinicamente presentabile a richieste nate per tutt’altro motivo
Dopo anni la parte faticosa non è più capire che succede. Spesso lo capisco benissimo. È sapere che non cambierà molto.
Anche il modo in cui guardo il lavoro è peggiorato, o forse semplicemente si è fatto meno fiducioso.
Un tempo una scala mi sembrava più solida. Un obiettivo scritto bene aveva già una certa dignità. Una seduta in più era facilmente una cosa buona.
Adesso parto molto meno convinta.
Un punteggio mi serve, ma so quanta realtà può restare fuori. Una prestazione ottenuta davanti a me può non comparire mai più fuori da quella stanza. Una terapia può andare avanti per mesi anche quando nessuno saprebbe spiegare con precisione che cosa dovrebbe ancora cambiare.
Con i familiari succede qualcosa di simile. A volte vedono prima di noi. Altre volte guardano lo stesso movimento cento volte finché riescono a farci stare dentro una risposta. Il problema è capire quale delle due cose sta succedendo quel giorno.
Questo continua a interessarmi. Molto meno mi interessa tutto quello che viene costruito intorno.
Ho sviluppato una certa insofferenza per parole come “percorso”, soprattutto quando il percorso non porta da nessuna parte ma almeno ha un bel nome.
La formazione permanente mi suscita sentimenti ancora peggiori quando viene presentata come investimento. Investimento in cosa?
Studio filosofia. Leggo sui modelli linguistici, sulla coscienza, sui disturbi del linguaggio, su cose che probabilmente non cambieranno di un millimetro la posizione che occupo. Non riceverò un incarico migliore perché ho capito meglio una distinzione. Non mi pagheranno di più perché ho letto un articolo in più. Probabilmente non se ne accorgerà nessuno.
La cosa strana è che continuo. Non sempre con grande entusiasmo. E soprattutto non vorrei raccontarla come una specie di fedeltà eroica alla conoscenza.
Nel lavoro quotidiano, ormai, cerco spesso di fare il minimo che ritengo sensato. Questa frase non suona molto bene, ma è vera.
Se vedo una ragione per fare di più, lo faccio. Se non la vedo, faccio molta fatica a convincermi che aggiungere tempo, esercizi, sedute o presenza sia automaticamente meglio. L’esperienza serve anche a questo: a sapere quante volte “fare di più” cambia pochissimo.
E questo sapere pesa. Perché rende più difficile raccontarsi che basta impegnarsi di più.
E questo sapere pesa. Perché rende più difficile raccontarsi che basta impegnarsi di più. Ho visto interventi intensi produrre quasi niente. Pazienti cambiare poco nonostante tutti gli sforzi possibili. E anche ore di lavoro aggiunte soprattutto perché era difficile tollerare l’idea che non ci fosse molto altro da fare.
Quando hai visto abbastanza volte questa cosa, diventa difficile credere che la differenza stia sempre nella quantità di energia che investi.
Posso chiamare esperienza quello che in certi giorni è solo stanchezza. Posso decidere troppo presto che una cosa non serve o riconoscere un caso prima ancora di averlo guardato bene. Succede, io non credo di essere immune. Succede. Non credo affatto di esserne immune. Una parte del lavoro, ormai, è accorgermi quando sto facendo proprio questo.
“Questo non recupera.” “Questa famiglia è fatta così.” “Questo paziente lo conosco.” Sono frasi efficienti che consentono di lavorare velocemente. Ed è facile che a forza di esperienza diventino vere prima ancora di essere verificate.
Qui lo studio mi serve ancora. Soprattutto perché mi disturba.
Leggo qualcosa e una certezza diventa meno comoda. Una distinzione che usavo senza pensarci comincia a sembrarmi grossolana. Un comportamento che avrei archiviato rapidamente mi costringe a restare qualche minuto in più. Non succede sempre. Molte giornate faccio il mio lavoro e basta. Compilo quello che va compilato, vedo i pazienti che devo vedere, cerco di non inventarmi obiettivi dove non ce ne sono. Non torno a casa ogni sera trasformata da una domanda epistemologica, per fortuna.
Però alcune domande resistono. Quando posso dire che una risposta è davvero intenzionale? Quanto di quello che osserviamo dipende dal modo in cui abbiamo deciso di cercarlo? Quanto trattamento serve davvero a quel paziente e quanto serve a tranquillizzare noi?
Quanto del mio giudizio viene dall’esperienza e quanto dal fatto che non ho più voglia di investire energia dove penso che non cambierà niente?
Quest’ultima domanda mi piace poco. Ma è quella che cerco di non perdere di vista. Perché non sono affatto certa che il mio impegno sia sempre sufficiente.
La cosa sgradevole è che, quando provo a ragionarci senza moralismi, spesso arrivo comunque alla stessa conclusione: fare molto di più non cambierebbe quasi nulla. Non sempre, ma abbastanza spesso da saperlo.
Da giovane pensavo più facilmente che, davanti a un limite, mancasse ancora qualcosa: tempo, mezzi, competenza, magari la tecnica giusta. Adesso so che qualche volta abbiamo già fatto più o meno quello che c’era da fare.
Non c’è sempre una seduta che manca. E neppure una tecnica migliore che qualcuno più bravo di me saprebbe tirare fuori.
Questa cosa mi ha tolto parecchia voglia di sbattermi senza una ragione precisa. Ma quando una ragione la vedo, mi sbatto ancora.
C’è poi una cosa che con il lavoro c’entra solo in parte. Continuo ad aspettare che da tutta questa curiosità venga fuori qualcosa di mio. È già successo. Un progetto mi prende, comincio a tornarci sopra continuamente, penso a una scena mentre faccio altro, sposto pezzi, mi viene voglia di vedere cosa succede.
Adesso non c’è niente del genere. Ci sono libri, articoli, appunti, domande. Non c’è quella cosa lì. Ogni tanto penso che arriverà (non ho particolari motivi per crederlo). Potrebbe anche non arrivare e questa possibilità mi dispiace parecchio. Intanto studio. Non so se stia preparando qualcosa. Probabilmente no.
Per ora mi basta che ogni tanto quello che leggo mi faccia guardare un paziente e pensare: aspetta. Non è molto. In questo periodo, però, è quello che c’è.
