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Ultimamente torno spesso alle cartelle cliniche dei miei pazienti. Ho sempre avuto bisogno di sapere qualcosa delle persone che avevo davanti. Non solo diagnosi, dieta, disfagia, livello di coscienza, possibilità di comunicazione. Mi interessa sapere che cosa è successo. Come sono arrivati lì.

Mi chiedo se rimettere al centro le loro storie possa aiutarmi anche adesso a ridare un po’ di spessore a quelle giornate tutte uguali, a una serie di gesti di cui non sono più sicura, a uno sguardo su corpi che osservo ogni giorno. Facce che non assomigliano più alle fotografie di qualche anno prim,a allegate ai documenti in cartella. Persone che incontro quando una parte enorme della loro vita è già successa e io non ne so quasi niente. Le fotografie mi fanno sempre uno strano effetto. Le due persone, quella della fotografia e quella che ho davanti, per qualche secondo non coincidono, ma sono io ad aver conosciuto soltanto l’ultima versione ed è una constatazione abbastanza sgradevole, perché il lavoro sanitario ha questa capacità notevole: prende vite lunghissime e le riduce a quello che è rimasto da valutare.

A volte però entri in una stanza e trovi qualcosa che non avevi previsto. Accanto al letto qualcuno tiene un telefono vicino al viso di una persona, e dal telefono esce la voce di una donna che legge un racconto. La persona ascolta, con gli occhi chiusi e un respiro sottile. Rimango lì, appoggiata alla sponda del letto. La voce legge, chi tiene il telefono sorride, la persona ascolta. Poi il racconto finisce e nella stanza si sente una richiesta: «Leggi ancora, mamma» Non voglio raccontare altro, ma quella scena mi è rimasta addosso.

Non riesco a chiamarla bellezza. Ultimamente vedo che va molto questa storia della “bellezza” nelle situazioni difficili tipo malattia e fragilità. Io vedo persone che nella malattia hanno perso una quantità enorme di cose. Familiari che imparano mestieri che non avevano chiesto di imparare. Corpi che devono essere lavati, spostati, nutriti, medicati. La bellezza non la vedo.

Ma in quella stanza ho visto qualcosa che aveva a che fare con la dolcezza. Una persona legge lontana chilometri da lì, un’altra tiene un telefono, un’altra ancora ascolta. Nessuna grande teoria della cura. Nessun progetto riabilitativo. Nessun obiettivo a breve termine, nessun protocollo e nessuna scala di valutazione. Un racconto. Poi un altro. E a un certo punto qualcuno dice: ancora.

Poi sono arrivata io. E qui naturalmente la scena prende una piega più adatta alla realtà prosaica. Ero appoggiata alla sponda del letto e quando mi sono spostata, il letto si è mosso. La paziente ha fatto un salto e ha spalancato gli occhi. Era evidentemente sprofondata in una situazione di grande rilassamento e io, con una manovra maldestra, l’ho riportata fuori di colpo. Le ho chiesto scusa. Mi sono sentita in colpa, anche perché mi è sembrato improvvisamente chiarissimo quello che era appena successo.

Altri avevano costruito, con pochissimo, una situazione che funzionava. Io ero lì nella parte della professionista. Quella che entra nella stanza perché deve fare qualcosa. Valutare, stimolare, controllare, capire. E invece, in quel momento, la cosa migliore che avrei potuto fare era semplicemente non far muovere il letto.

Il fatto è che noi professionisti siamo molto allenati a fare. Entriamo in una stanza con uno scopo. Dobbiamo ottenere una risposta, verificare qualcosa, stimolare qualcosa, lasciare possibilmente dietro di noi la sensazione che il nostro passaggio abbia avuto una funzione. È comprensibile (è il nostro lavoro, no?). Però qualche volta qualcosa sta già funzionando senza di noi. Un telefono, una voce, qualcuno che ascolta. E si produce con naturalezza quello che noi proviamo a ottenere con materiali, tecniche, schede e programmi: rilassamento, attenzione, piacere, contatto.

Questo mi mette abbastanza in difficoltà, perché tocca proprio il punto in cui ultimamente faccio più fatica. Che cosa posso fare davvero io? Che cosa sto facendo perché serve alla persona e che cosa faccio perché è previsto che io faccia qualcosa?

Non ho una risposta. Mi resta quella scena e, insieme, una sensazione abbastanza scomoda: per qualche minuto lì dentro non c’era niente da aggiungere. Avrei potuto soltanto accorgermene. E magari tenere ferme le mani.

Riferimenti

  • Susan Sontag, Malattia come metafora
  • Atul Gawande, Essere mortale
  • Joan C. Tronto, Confini morali. Un argomento politico per l’etica della cura