Quando chi attua un intervento ha bisogno di discuterne il senso
Mi capita di ricevere indicazioni foniatriche e di non vedere la necessità di alcuni interventi che dovrei eseguire. La sensazione a volte è proprio questa: dover procedere «come fossi un automa». Quando l’indicazione riguarda l’alimentazione «a scopo edonistico» in una persona con un grave disturbo della coscienza, il dubbio diventa particolarmente difficile da formulare. Si sta parlando di offrirle un piacere. Chi vorrebbe negarglielo?
Eppure ho bisogno di capire che cosa stiamo proponendo a quella persona e su quali elementi ci basiamo. Posso non aver compreso una parte della valutazione medica. Posso sbagliare la mia lettura. Ma le osservazioni che raccolgo durante l’intervento devono poter entrare nella discussione, anche quando rendono meno convincente un’indicazione già formulata.
Ho cercato nella letteratura qualcosa che aiutasse a dare un nome a questa difficoltà. Non ho trovato studi che dimostrino un abuso sistematico della dicitura «a scopo edonistico» nelle valutazioni foniatriche italiane. Ho trovato, invece, lavori sul disagio morale del logopedista e sulle difficoltà di partecipare alle decisioni alimentari. Da qui parte questa riflessione, che riguarda soprattutto il lavoro con persone con gravi cerebrolesioni e disturbi della coscienza.
Il disagio di dover eseguire
Il termine moral distress, tradotto come disagio morale, descrive nella sua formulazione classica la sofferenza di chi ritiene di sapere quale condotta sarebbe giusta e incontra ostacoli che gli impediscono di seguirla. Il significato è discusso: alcune interpretazioni comprendono anche il disagio legato all’incertezza, quando una scelta sufficientemente convincente non si riesce proprio a trovare.
Nel 2019 Berkman, Ahronheim e Vitale hanno studiato le circostanze in cui i logopedisti raccomandano l’alimentazione orale a persone con demenza avanzata ad alto rischio di aspirazione. Nelle conclusioni richiamano esplicitamente il possibile disagio morale nel bilanciare rischio e alimentazione per piacere o conforto. È un riferimento pertinente, con un limite preciso: l’abstract non misura la frequenza del fenomeno e non dimostra che sia causato dalle indicazioni del medico. Inoltre, parla di demenza avanzata, che non può essere sovrapposta ai disturbi della coscienza conseguenti a una cerebrolesione.
Una revisione del 2026 di Naudé e Kanji mette a fuoco un altro aspetto. Il professionista può riconoscere un problema etico e ragionarci, ma avere poco sostegno o poco spazio nell’organizzazione per agire di conseguenza. Questa difficoltà mi interessa perché riguarda anche quello che succede dopo la valutazione: chi attua il piano continua a vedere il paziente, e può raccogliere elementi che richiedono di tornarci sopra.
La mia domanda riguarda questo passaggio. Se non condivido la ragione di un intervento, oppure non riesco a riconoscerne il beneficio durante l’attuazione, dove posso portare quel dubbio? E quale risposta ricevo, oltre al richiamo all’indicazione già scritta?
Che cosa stiamo chiamando piacere
La finalità edonistica richiama il piacere. Scriverlo, però, non chiarisce come pensiamo di riconoscerlo in quella persona. Un conto è proporre un’esperienza di gusto; un altro è osservare una risposta deglutitoria o cercare segnali di consapevolezza. Gli obiettivi possono coesistere, ma per valutare il risultato occorre sapere quale stiamo perseguendo.
Prum e colleghi hanno osservato un aumento delle deglutizioni spontanee dopo un breve programma di stimolazione gustativa e olfattiva in otto persone con sindrome di veglia non responsiva. Lo studio era piccolo e senza gruppo di controllo. Non misurava il piacere soggettivo e non dimostrava un miglioramento della qualità di vita. È un esempio concreto del problema: il risultato osservato riguarda la deglutizione. Attribuirgli anche un significato di gradimento richiede un passaggio ulteriore, che quello studio non consente di dare per acquisito.
Resta difficile anche escludere l’esperienza di piacere quando non riusciamo a rilevarla. Graham affronta questa possibilità nelle persone con dissociazione cognitivo-motoria, nelle quali possono esserci evidenze di consapevolezza senza risposte comportamentali riconoscibili al letto del paziente. Questo non dimostra che ogni persona scarsamente responsiva provi piacere durante una proposta orale. Ci obbliga però a essere prudenti anche quando siamo tentati di concludere che non senta nulla.
L’incertezza rimane. Vorrei che fosse dichiarata nel piano di cura e nel colloquio con la famiglia, insieme alle ragioni per cui si ritiene comunque sensato proporre quell’esperienza. La parola «edonistico», da sola, lascia ancora molto da discutere.
Che cosa comporta una finalità di conforto
Nel modello di comfort feeding only proposto da Palecek e colleghi per la demenza avanzata, il conforto orienta l’offerta alimentare e ne stabilisce anche il limite. Si continua finché l’alimentazione non provoca sofferenza. Quando questo non è più possibile, l’assistenza prosegue attraverso altre forme di cura, comprese l’igiene orale e la relazione. È una proposta clinico-etica per una popolazione specifica, non una prova di efficacia nei disturbi della coscienza.
Il punto che ne ricavo è pratico. Se dichiariamo una finalità di conforto, dobbiamo poter rivedere il modo in cui stiamo cercando di ottenerlo. Mi sembra contraddittorio definire un intervento attraverso il benessere che dovrebbe procurare e poi lasciare poco spazio alle osservazioni che potrebbero mettere in dubbio quel beneficio. L’assenza di una prospettiva di recupero, d’altra parte, non basta a escludere un possibile beneficio di conforto: anche il criterio con cui valuto l’intervento deve essere coerente con il suo scopo.
Le indicazioni britanniche per i logopedisti che lavorano con adulti con disturbi della coscienza chiedono di chiarire gli obiettivi delle prove orali. Per decidere se proseguire o ampliare l’offerta, invitano a considerare coinvolgimento e possibile gradimento, la presenza di soli movimenti riflessi e l’andamento della consapevolezza. Nell’esempio di assunzione di yogurt mediante movimenti riflessi, precisano che aumentare quantità o consistenza potrebbe non essere appropriato e che un intervento logopedico continuativo può non servire in assenza di cambiamenti.
Questo documento lascia spazio a una valutazione che continua nel tempo. Consente anche di porre un’altra domanda: per raggiungere quello scopo è necessaria una prestazione logopedica continuativa? La risposta richiede una valutazione individuale e una definizione di chi possa attuare il piano concordato.
Le aspettative dei familiari
Con i familiari la questione può diventare ancora più delicata. Se una proposta viene presentata in termini generici, può essere difficile capire se si stia cercando un momento di conforto o lavorando verso un recupero dell’alimentazione. Una successiva riduzione dell’intervento potrebbe allora essere vissuta come una rinuncia. È una possibilità che considero nella lettura di questi problemi, non una sequenza dimostrata dagli studi sul disagio morale.
La revisione di Anantapong e colleghi sulle decisioni alimentari nella demenza descrive situazioni in cui professionisti non medici e familiari rimangono esclusi dalla decisione finale. Riporta anche interventi attuati mentre chi li esegue conserva un conflitto non espresso. Il contesto non coincide con quello della mia domanda, ma mostra perché la semplice presenza di più persone intorno al paziente non garantisca che abbiano davvero discusso insieme.
La famiglia porta conoscenze importanti sulla persona, sulle sue abitudini e su ciò che le piaceva. Può aiutarci a osservare. Per me il problema nasce quando la rassicurazione dei familiari viene trattata come conferma sufficiente del beneficio per il paziente. Anche questo beneficio va interrogato. E chi chiede di rivalutare non dovrebbe trovarsi da solo a spiegare una decisione che riguarda l’intero gruppo curante.
Dare seguito al dubbio clinico
La critica deve valere anche per le restrizioni. Murray, Mulkerrin e O’Keeffe hanno contestato l’espressione risk feeding e le procedure che possono irrigidire le scelte, ostacolando un’alimentazione orale ragionevole. Questo richiamo mi riguarda: il disagio di chi esegue non può diventare, a sua volta, una ragione sufficiente per impedire una proposta potenzialmente utile al paziente.
Chiedere di discutere un’indicazione comporta quindi un lavoro anche da parte mia. Devo riuscire a dire che cosa non mi convince: quale obiettivo mi sembra poco chiaro, quali risposte sto osservando, che cosa è cambiato rispetto alla valutazione iniziale. Il mio giudizio può essere corretto, incompleto o sbagliato. Deve poter essere esaminato.
Per rendere possibile questo confronto, vorrei trovare nel piano una spiegazione del beneficio atteso e delle ragioni per ipotizzarlo. Vorrei sapere quali osservazioni devono farci tornare sulla decisione e con chi discuterle. Alla famiglia andrebbe spiegato fin dall’inizio che il programma può cambiare in base alle risposte della persona, chiarendo quale assistenza continuerà anche se una determinata proposta verrà modificata.
Sono richieste di lavoro, non un protocollo di cui sia già dimostrata l’efficacia. Nel mio caso, il punto da affrontare resta la sensazione di dover eseguire anche quando non vedo sufficientemente il senso di ciò che sto facendo. Vorrei poter portare questa difficoltà in un confronto clinico, senza doverla lasciare fuori dalla stanza per riuscire a lavorare.
Nota sulle fonti
Questo articolo è una riflessione professionale sostenuta da una selezione ragionata della letteratura, non una revisione sistematica. I risultati sulla demenza avanzata sono tenuti distinti da quelli sui disturbi della coscienza. Per Berkman e colleghi sono state utilizzate le informazioni verificabili nell’abstract. La ricerca bibliografica di base risale al 29 ottobre 2026; i riferimenti centrali sono stati ricontrollati il 2 novembre 2026.
Riferimenti
- Morley G, Ives J, Bradbury-Jones C, Irvine F. What is ‘moral distress’? A narrative synthesis of the literature. Nursing Ethics. 2019;26(3):646–662.
- Berkman C, Ahronheim JC, Vitale CA. Speech-Language Pathologists’ Views About Aspiration Risk and Comfort Feeding in Advanced Dementia. American Journal of Hospice and Palliative Medicine. 2019;36(11):993–998.
- Naudé A, Kanji A. Ethical Challenges and Considerations in Dysphagia Management: A Scoping Review. International Journal of Language & Communication Disorders. 2026;61(2):e70214.
- Prum G, Mallart R, Beatrix M, Verin E. Swallowing Activation Using Sensory Stimulation in Patients with Severe Disorders of Consciousness. Journal of Rehabilitation Medicine Clinical Communications. 2022;5:2448.
- Graham M. Can they Feel? The Capacity for Pain and Pleasure in Patients with Cognitive Motor Dissociation. Neuroethics. 2019;12:153–169.
- Palecek EJ, Teno JM, Casarett DJ, Hanson LC, Rhodes RL, Mitchell SL. Comfort Feeding Only: A Proposal to Bring Clarity to Decision-Making Regarding Difficulty with Eating for Persons with Advanced Dementia. Journal of the American Geriatrics Society. 2010;58(3):580–584.
- UK working party of speech and language therapists, coordinato da Amy Pundole. Guidelines for Speech and Language Therapists working with adults in a Disorder of Consciousness (DOC). 2020. Sezione Oral intake, pp. 20–22.
- Anantapong K, Davies N, Chan J, McInnerney D, Sampson EL. Mapping and understanding the decision-making process for providing nutrition and hydration to people living with dementia: a systematic review. BMC Geriatrics. 2020;20:520.
- Murray A, Mulkerrin S, O’Keeffe ST. The perils of ‘risk feeding’. Age and Ageing. 2019;48(4):478–481.
