Thomas Nagel e il problema della coscienza in prima persona
Possiamo descrivere con notevole precisione che cosa accade nell’organismo quando una persona prova dolore. Possiamo individuare le vie nervose coinvolte, osservare modificazioni fisiologiche, registrare comportamenti, raccogliere una testimonianza.
Ma che cosa abbiamo descritto, esattamente?
Sappiamo molte cose sul dolore. Eppure rimane una dimensione che nessuna osservazione esterna ci consegna direttamente: che cosa significa provarlo per chi lo sta vivendo.
La distinzione sembra quasi banale. Io sento il mio dolore, un altro può soltanto osservarne le manifestazioni o ascoltare ciò che ne riferisco. Ma se proviamo a prendere sul serio questa differenza, incontriamo uno dei problemi più difficili della filosofia della mente.
Che cos’è un’esperienza soggettiva? Che cosa deve accadere perché un processo, oltre a svolgersi in un organismo, sia anche vissuto da qualcuno?
Il pipistrello di Thomas Nagel
Nel 1974 il filosofo Thomas Nagel pubblica un saggio destinato a diventare un riferimento fondamentale nel dibattito sulla coscienza: What Is It Like to Be a Bat?, generalmente tradotto come Che cosa si prova a essere un pipistrello?
Nagel sceglie il pipistrello per una ragione precisa. È un mammifero, quindi un animale al quale siamo ragionevolmente disposti ad attribuire esperienze coscienti. E tuttavia possiede modalità percettive molto diverse dalle nostre.
Molti pipistrelli si orientano attraverso l’ecolocalizzazione: emettono suoni e ricavano informazioni sull’ambiente dagli echi che ritornano. Possiamo studiare questo sistema, descriverne il funzionamento, analizzare la struttura degli organi coinvolti.
Possiamo perfino immaginare di muoverci nell’oscurità utilizzando gli echi al posto della vista.
Ma Nagel osserva che, in questo caso, staremmo immaginando che cosa proveremmo noi a comportarci come pipistrelli. Non avremmo ancora raggiunto la loro esperienza.
Il problema sta proprio qui. Potremmo conoscere moltissimo di quell’animale senza sapere che cosa significhi, per lui, percepire il mondo in quel modo.
Nagel chiama questa dimensione il carattere soggettivo dell’esperienza.
Se un organismo possiede stati mentali coscienti, esiste qualcosa che si prova a essere quell’organismo. Non necessariamente qualcosa che possa essere raccontato, riconosciuto o tradotto in parole. Semplicemente, esiste un’esperienza vissuta da quel particolare punto di vista.
È questo il significato della coscienza fenomenica, o phenomenal consciousness.
Che cosa significa «si prova qualcosa»?
L’espressione può trarre in inganno, perché nel linguaggio comune associamo il provare qualcosa soprattutto alle emozioni e alle sensazioni corporee.
Ma la coscienza fenomenica comprende molto di più.
C’è qualcosa che si prova nel vedere un colore, ascoltare una voce, avvertire la temperatura dell’acqua, percepire un movimento del proprio corpo. Anche un’esperienza ordinaria, senza particolare intensità emotiva, possiede un suo modo di presentarsi.
Il punto filosofico è che un’esperienza cosciente ha una dimensione vissuta.
Consideriamo una persona che guarda una parete rossa. Possiamo analizzare le caratteristiche fisiche della luce, il funzionamento della retina, le vie visive, le aree cerebrali coinvolte nell’elaborazione dello stimolo.
Tutte queste descrizioni sono pertinenti. Riguardano effettivamente ciò che accade quando quella persona vede il rosso.
Nagel ci invita però a interrogarci su un’altra cosa: una descrizione dei processi che rendono possibile la visione esaurisce anche ciò che significa vedere quel colore?
Il fatto che un’esperienza abbia condizioni fisiche e neurali non è in discussione. Il problema riguarda la possibilità di spiegare completamente il suo carattere soggettivo attraverso una descrizione oggettiva.
Non è una distinzione da poco.
La scienza tende legittimamente a cercare descrizioni condivisibili, verificabili, indipendenti dal punto di vista del singolo osservatore. Ma quando l’oggetto dell’indagine è la coscienza, il punto di vista soggettivo appartiene al fenomeno che vogliamo comprendere.
Se lo eliminiamo dalla spiegazione, rischiamo di aver spiegato moltissimo dei processi associati all’esperienza senza aver ancora chiarito che cosa renda quell’esperienza cosciente.
Essere coscienti non significa sapere di esserlo
Qui è necessaria un’altra distinzione.
Quando diciamo che una persona è consapevole di sé, possiamo intendere che sappia riconoscersi, riflettere sui propri pensieri, raccontare la propria storia, identificare le proprie emozioni.
Sono capacità complesse.
La coscienza fenomenica, nel senso discusso da Nagel, non richiede necessariamente tutto questo.
Si può provare dolore senza essere capaci di descriverlo. Si può avere una percezione senza poterla analizzare. L’esistenza di un’esperienza non dipende, per definizione, dalla capacità di formularne una rappresentazione esplicita.
Occorre dunque evitare di confondere la presenza di un vissuto con la capacità di riflettere su quel vissuto.
Anche il termine soggetto rischia di creare equivoci.
Nel linguaggio ordinario, parlare di un soggetto significa spesso pensare a un individuo dotato di identità personale, intenzioni, memoria e capacità di decisione.
Nella discussione sulla coscienza fenomenica, invece, la questione è più elementare: esiste un punto di vista dal quale qualcosa viene vissuto?
Questo non basta ancora a spiegare che cosa sia un io, come si costituisca l’identità personale o quale continuità esista tra le esperienze. Sono problemi ulteriori.
Per il momento interessa distinguere l’esperienza cosciente dalle capacità cognitive più articolate che possono accompagnarla.
È una distinzione importante anche perché, altrimenti, rischiamo di attribuire alla parola coscienza requisiti che appartengono a forme particolari e complesse di coscienza.
Quello che Nagel non dimostra
Il ragionamento di Nagel è affascinante, ma può prestarsi a conclusioni affrettate.
La prima sarebbe sostenere che, siccome l’esperienza soggettiva non è direttamente accessibile dall’esterno, la scienza non possa occuparsene.
Non è così.
Possiamo raccogliere testimonianze, individuare correlati neurali, costruire modelli esplicativi, studiare le relazioni tra attività cerebrale e stati coscienti. La nostra impossibilità di assumere letteralmente il punto di vista di un altro organismo non rende inutili queste conoscenze.
Un secondo errore sarebbe interpretare il carattere soggettivo dell’esperienza come prova dell’esistenza di una mente separata dal corpo.
Nagel non dimostra il dualismo. Solleva una difficoltà per le spiegazioni riduzionistiche della coscienza che pretendono di esaurire il fenomeno senza rendere conto della sua dimensione soggettiva.
Che questa difficoltà sia superabile, e attraverso quale teoria, rimane oggetto di discussione.
C’è poi un terzo equivoco che mi sembra particolarmente importante.
Non conoscere come sia un’esperienza non equivale a non sapere se quell’esperienza esista.
Nel caso del pipistrello, Nagel parte proprio dall’ipotesi ragionevole che l’animale abbia una vita cosciente. Il problema è comprendere il carattere di quella vita dal suo punto di vista.
Altro sarebbe domandarsi se un determinato organismo possieda una qualche forma di esperienza cosciente.
Sono due questioni diverse. Possiamo avere buone ragioni per attribuire coscienza a un essere vivente pur ignorando largamente come sia la sua esperienza. E possiamo trovarci, in altri casi, nell’incertezza circa la stessa presenza di un’esperienza.
Il carattere soggettivo della coscienza non elimina la necessità di cercare prove. Semmai ci obbliga a precisare quale domanda stiamo cercando di risolvere e quali conclusioni le nostre prove consentano di sostenere.
Quando l’esperienza non può essere riferita
Queste distinzioni diventano particolarmente impegnative nella clinica neurologica.
Di solito attribuiamo esperienze agli altri attraverso un insieme di elementi: il comportamento, il linguaggio, le condizioni biologiche, le somiglianze con la nostra organizzazione corporea e mentale.
In molte situazioni questo funziona abbastanza bene. Non abbiamo bisogno di accedere direttamente al dolore di una persona per avere ottime ragioni di credere che lo stia provando.
Ma quando il comportamento è gravemente compromesso e la persona non può riferire ciò che vive, alcune delle nostre principali vie di conoscenza vengono meno.
Qui il problema fenomenologico incontra quello epistemologico.
Da un lato ci chiediamo che cosa sia un’esperienza cosciente. Dall’altro dobbiamo stabilire attraverso quali elementi sia possibile riconoscerne la presenza in un altro organismo.
Un paziente che non produce risposte intenzionali osservabili potrebbe non avere esperienze coscienti, oppure potrebbe possederle senza riuscire a manifestarle in modo riconoscibile. La mancata risposta, considerata isolatamente, non permette di scegliere tra queste possibilità.
Ma sarebbe altrettanto scorretto utilizzare l’inaccessibilità della prima persona per attribuire automaticamente una vita cosciente a qualunque organismo biologicamente vivo.
L’incertezza non autorizza qualsiasi interpretazione.
La medicina deve continuare a distinguere tra prove, indizi, ipotesi e possibilità teoriche. E la filosofia, se vuole essere utile in questi contesti, deve almeno evitare di confonderli.
Il problema che rimane
Il contributo di Nagel consiste nell’aver mostrato quanto sia difficile costruire una spiegazione della coscienza che includa davvero il suo carattere soggettivo.
Una descrizione biologica può dirci come funziona un organismo. Una descrizione funzionale può chiarire quali informazioni elabora e quali operazioni riesce a compiere. L’indagine fenomenologica richiama invece l’attenzione sul fatto che, quando esiste un’esperienza cosciente, quel funzionamento è accompagnato da un vissuto.
Rimane però una questione che il saggio del 1974 non risolve.
Quale rapporto esiste tra l’essere un organismo vivente e l’avere un’esperienza soggettiva?
Possiamo pensare a un organismo che continui a vivere, a regolare i propri processi, a mantenere la propria organizzazione biologica, senza che vi sia più alcuna esperienza?
Possiamo certamente formulare questa ipotesi sul piano concettuale. Non abbiamo per questo dimostrato che descriva una determinata condizione clinica, né che sia compatibile con ogni concezione filosofica del vivente.
Per affrontarla dovremo capire meglio che cosa intendiamo quando parliamo di soggettività. Se essa richieda sempre un’esperienza cosciente, se implichi una forma elementare di consapevolezza di sé e quale ruolo possa avere l’organizzazione del corpo vivente.
Nagel ci offre il primo elemento del problema: la coscienza ha un carattere soggettivo che una descrizione esclusivamente esterna rischia di lasciare fuori.
Su che cosa si fondi questo carattere soggettivo, invece, resta ancora da chiarire.
Riferimenti
- Nagel, T. (1974). What Is It Like to Be a Bat? The Philosophical Review, 83(4), 435–450.
- Nagel, T. (2024). What Is It Like to Be a Bat? Edizione del cinquantenario, Oxford University Press.
- Van Gulick, R. Consciousness. Stanford Encyclopedia of Philosophy, voce di approfondimento sulla coscienza e le sue distinzioni concettuali.
