Il paziente, Merleau-Ponty e la difficoltà di trasformare una parola possibile in una parola pronunciata
Il mio paziente guarda l’immagine che gli mostro. Sembra riconoscere quello che vede. Ho l’impressione che sappia quale parola dovrebbe pronunciare. Eppure rimane in silenzio.
Non è il silenzio di chi sembra non aver capito la richiesta. La mia impressione è che la difficoltà si trovi altrove, in un passaggio che non riesco a osservare direttamente. Gli offro un articolo, l’inizio di una frase. La parola esce subito.
Non gli ho suggerito il nome dell’oggetto. Gli ho dato qualcosa che viene prima, un piccolo frammento di linguaggio che sembra rendere possibile ciò che fino a un istante prima non accadeva.
Ripensando a questa situazione, mi sono accorta di averla descritta a me stessa in un modo particolare: il pz ha la parola in testa, ma sembra non sapere dove metterla. È un’espressione intuitiva, forse anche un po’ imprecisa dal punto di vista clinico. Eppure dice qualcosa di ciò che osservo.
La parola sembra diventare accessibile soltanto quando trova un posto nella frase.
Sapere che cosa dire e riuscire a dirlo
Chi lavora con le persone afasiche conosce la distanza che può esistere tra riconoscere un oggetto e riuscire a denominarlo.
Nella produzione lessicale intervengono processi differenti. Dobbiamo accedere al significato, selezionare una rappresentazione lessicale, recuperare le informazioni fonologiche necessarie e organizzare la risposta verbale. Non sempre queste operazioni rimangono disponibili nella stessa misura.
Una persona può mostrare di conoscere perfettamente l’uso di un oggetto, saperlo indicare tra altri, comprenderne il nome quando viene pronunciato da qualcuno, ma non riuscire a produrlo autonomamente.
Nel caso di questo paziente, la particolarità sta nella risposta alla facilitazione. Un semplice articolo, o un frammento di frase, sembra sufficiente a rendere disponibile il nome. Dal punto di vista clinico, possiamo formulare diverse ipotesi.
Potrebbe esserci una difficoltà nell’avvio autonomo della produzione verbale. Il pz avrebbe bisogno di un’organizzazione linguistica esterna per iniziare una risposta che, da solo, fatica a produrre.
Oppure il contesto sintattico potrebbe facilitare un accesso lessicale o fonologico instabile. L’articolo anticipa alcune caratteristiche grammaticali della parola e la inserisce in una sequenza linguistica prevedibile, riducendo almeno in parte le possibilità tra cui selezionare.
Sono interpretazioni diverse, e non basta osservare la comparsa della parola per decidere quale sia corretta. Per distinguere queste possibilità sarebbe utile confrontare l’effetto di un semplice invito a parlare, dell’inizio di una frase, di un articolo e di un suggerimento fonologico.
Ma c’è una domanda ulteriore che la valutazione neuropsicologica, da sola, non esaurisce. Che rapporto esiste tra una parola che sembra disponibile e l’atto che permette di pronunciarla?
Il pensiero esiste già, prima di essere espresso?
Siamo portati a immaginare il pensiero e il linguaggio come due momenti successivi. Prima sappiamo che cosa vogliamo dire. Poi cerchiamo le parole per comunicarlo. È una rappresentazione molto comune. A volte sembra anche corrispondere alla nostra esperienza. Pensiamo a quando non riusciamo a trovare un termine pur avendo la sensazione di conoscerlo perfettamente.
Ma il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty mette in discussione l’idea che il pensiero sia sempre un contenuto già completamente formato, in attesa di essere rivestito di parole.
Nella Fenomenologia della percezione, del 1945, dedica un intero capitolo al rapporto tra il corpo e il linguaggio. Per Merleau-Ponty, parlare non consiste semplicemente nel trasferire all’esterno qualcosa che esiste già, nella stessa forma, all’interno della mente. La parola può partecipare alla formazione del significato.
A volte scopriamo quello che pensiamo proprio mentre cerchiamo di dirlo. Iniziamo una frase avendo una direzione, un’intenzione ancora poco definita. Attraverso le parole, il pensiero si precisa. Può prendere una forma che prima non aveva. La distinzione è importante.
Non significa che prima di parlare non pensiamo nulla. Significa che non sempre possiamo separare nettamente un pensiero compiuto dall’attività linguistica che lo esprime. Merleau-Ponty critica proprio la concezione della parola come involucro esterno del pensiero.
E, cosa particolarmente interessante per chi lavora nella riabilitazione neurologica, sviluppa parte di questa riflessione confrontandosi anche con gli studi sull’afasia disponibili nella sua epoca.
Naturalmente la neuropsicologia del linguaggio ha compiuto enormi progressi da allora. Le categorie cliniche utilizzate da Merleau-Ponty non possono essere trasferite direttamente alla valutazione contemporanea. La sua domanda filosofica, però, conserva un certo interesse. Che cosa succede al nostro modo di comprendere il linguaggio se smettiamo di considerarlo soltanto il prodotto finale di un pensiero?
Parlare è anche un gesto
Merleau-Ponty attribuisce un ruolo fondamentale al corpo. Nella sua prospettiva, il corpo non è soltanto lo strumento materiale attraverso cui una mente esegue le proprie intenzioni. È il nostro modo concreto di essere nel mondo, di orientarci, agire e attribuire significato a ciò che incontriamo.
Il linguaggio appartiene a questa dimensione espressiva. La parola è un gesto, anche se possiede un’organizzazione simbolica molto più complessa di quella dei comuni movimenti corporei. Quando tendiamo una mano verso qualcuno, il significato del gesto non viene necessariamente formulato prima in una rappresentazione mentale completa e poi tradotto in movimento. Il gesto stesso realizza un’intenzione.
Merleau-Ponty propone di considerare il linguaggio anche in questa prospettiva. La parola pronunciata è un’azione attraverso cui il soggetto prende posizione nel mondo e si rivolge agli altri. Mi sembra un punto particolarmente interessante quando osservo una persona con difficoltà di produzione verbale.
La domanda non riguarda soltanto la presenza o l’assenza di una rappresentazione lessicale. Riguarda anche la possibilità di realizzare un atto espressivo.
Attenzione, però: nel caso di questo paziente non abbiamo elementi per sostenere che sia compromessa specificamente questa dimensione dell’iniziativa espressiva.
La descrizione fenomenologica non identifica il processo neurocognitivo alterato. Permette piuttosto di interrogarci su che cosa stiamo osservando quando una persona sembra avere qualcosa da dire, ma non riesce a farlo.
Quel piccolo articolo
Torno alla scena con il paziente. È proprio la natura del mio aiuto a incuriosirmi.
Se gli suggerissi la prima sillaba del nome, potrei pensare a una facilitazione fonologica. Se gli descrivessi la funzione dell’oggetto, potrei ragionare su un aiuto semantico. Invece, in questo caso, gli offro soprattutto una struttura.
L’articolo non contiene il nome dell’oggetto. Non gli dice direttamente quale parola pronunciare. Ma crea una posizione linguistica. Da solo, il nome richiesto non arriva. All’interno di quella sequenza, invece, compare.
Non so se il pzi stia utilizzando una rappresentazione lessicale già parzialmente attivata, se il contesto lo aiuti a recuperare la forma fonologica o se intervengano anche meccanismi di avvio della risposta. So che la differenza tra le due condizioni è osservabile. E questa differenza mi costringe a considerare il linguaggio come qualcosa di più articolato di un semplice repertorio di parole conservate o perdute.
Il pz non produce il nome in una situazione, ma riesce a produrlo in un’altra. Il suo comportamento cambia quando cambia l’organizzazione linguistica del compito. Per una logopedista è un’informazione da analizzare, perché può orientare la scelta delle facilitazioni e degli obiettivi riabilitativi. Ma è anche un’occasione per riflettere su quanto il linguaggio dipenda dalle relazioni che le parole stabiliscono tra loro.
Il linguaggio che abbiamo imparato ad abitare
Merleau-Ponty distingue tra parola parlata e parola parlante. La prima riguarda il linguaggio già acquisito, sedimentato nelle nostre abitudini espressive. È il patrimonio linguistico che utilizziamo quotidianamente, spesso senza dover riflettere su ogni singola costruzione. La seconda riguarda il linguaggio nel suo farsi, quando un’intenzione espressiva trova una nuova realizzazione e il significato prende forma nell’atto stesso di parlare.
Non sono due categorie cliniche. Non corrispondono, per esempio, alla differenza tra linguaggio automatico e volontario, né a due diversi sistemi di recupero lessicale. La distinzione riguarda il modo in cui il linguaggio può essere contemporaneamente qualcosa che abbiamo acquisito e qualcosa che realizziamo ogni volta che parliamo.
La trovo utile per riflettere su una caratteristica che, nella pratica clinica, è facile dare per scontata. Noi non parliamo recuperando continuamente parole isolate da un archivio. Parliamo attraverso costruzioni che conosciamo, anticipazioni, legami grammaticali, successioni di parole che diventano familiari con l’uso. Una parte del nostro linguaggio si appoggia a queste abitudini.
Quando il paziente riesce a produrre un nome all’interno di una struttura che io ho cominciato, mi domando quale ruolo possano avere proprio le relazioni tra le parole e le sequenze linguistiche già apprese.
La fenomenologia non mi fornisce la risposta clinica. Mi aiuta a non dimenticare che una parola appartiene sempre anche a un sistema di possibilità espressive, e che queste possibilità non coincidono con la semplice conoscenza del suo significato.
Dove finisce il mio intervento e comincia il suo?
C’è un altro aspetto di questa situazione sul quale mi sono soffermata. La parola viene pronunciata dal paziente, ma la sequenza linguistica è cominciata da me. Io offro un articolo. Lui completa. Il risultato nasce da due interventi distinti, collegati tra loro.
In una situazione clinica questo è del tutto normale. La facilitazione fa parte delle tecniche che utilizziamo per rendere accessibile una risposta. Eppure, osservando queste interazioni, mi viene da pensare a quanto sia riduttivo immaginare il linguaggio come un’attività che si svolge interamente all’interno di un individuo, per poi essere comunicata all’esterno.
Nella vita quotidiana parliamo continuamente appoggiandoci agli altri. Qualcuno ci pone una domanda e ci offre già un contesto. Qualcuno inizia un discorso e noi lo proseguiamo. Una parola pronunciata dall’interlocutore ne richiama un’altra. Il nostro parlare si sviluppa spesso all’interno di una situazione condivisa.
Nella prospettiva di Merleau-Ponty, il linguaggio è profondamente legato alla relazione con gli altri e al mondo comune nel quale i significati vengono appresi e utilizzati. Nel caso di questo paziente, però, questa considerazione assume una rilevanza particolare. Un elemento introdotto dall’interlocutore modifica la possibilità di produrre una risposta.
Non significa che io gli presti il mio linguaggio, né che pensi al suo posto. La parola rimane sua. Ma, in quel momento, una parte dell’organizzazione necessaria a produrla sembra dipendere da ciò che io faccio.
È una relazione che vale la pena osservare con attenzione. Perché il rischio, soprattutto davanti a persone con gravi difficoltà comunicative, è confondere ciò che non riescono a fare autonomamente con ciò che non sono più in grado di fare in nessuna condizione.
Lo stupore di aver parlato
C’è però un particolare che finora ho lasciato fuori dal racconto. E forse è quello che mi colpisce maggiormente. Quando finalmente pronuncia la parola, il paziente rimane visibilmente stupito.
È una reazione quasi immediata. La parola esce, è corretta, ma lui mi guarda con un’espressione di enorme sorpresa. Mi chiede di ripeterla, come se non sapesse da dove gli sia arrivata. E non si tratta di un episodio isolato. Questa reazione si ripete.
Ho l’impressione che non sia sorpreso tanto dal significato della parola, quanto dal fatto stesso di averla pronunciata. È una distinzione che mi sembra importante.
Noi siamo abituati a riconoscere le nostre parole come il risultato di un’azione che abbiamo compiuto. Anche quando parliamo spontaneamente, senza pianificare consapevolmente ogni elemento della frase, generalmente non ci stupiamo di sentirci parlare. Con questo paziente sembra accadere qualcosa di diverso. La produzione verbale riesce, ma l’esperienza che sembra accompagnarla non è quella che mi aspetterei. È come se la parola fosse comparsa senza che lui riuscisse a ricostruire il percorso che l’ha portata fino alla sua bocca.
Naturalmente questa è una mia interpretazione. Potrebbe essere sorpreso della propria riuscita, potrebbe non riconoscere immediatamente ciò che ha pronunciato oppure avere difficoltà a collegare la produzione verbale all’intenzione che l’ha preceduta.
In filosofia della mente esiste un problema che si avvicina a questa osservazione: quello del senso di agency, cioè dell’esperienza di essere gli autori delle proprie azioni. Normalmente non dobbiamo riflettere su ogni movimento volontario per sapere che siamo noi a compierlo. Questa familiarità con la nostra attività può accompagnare anche il parlare.
Ma il rapporto tra esecuzione di un’azione e consapevolezza di averla prodotta è complesso. Non possiamo presumere che coincidano sempre, né che l’eventuale sorpresa di questo paziente dimostri una compromissione del senso di agency. Rimane il fatto che il pz sembra vivere la propria risposta come qualcosa di inatteso.
E qui la riflessione di Merleau-Ponty assume per me un significato ulteriore. Se il linguaggio è anche un gesto espressivo, possiamo interrogarci non soltanto su come una parola diventi pronunciabile, ma anche su come il soggetto viva il proprio atto di parlare.
Nel caso di questo paziente, questi due aspetti sembrano non procedere insieme con la consueta naturalezza. La parola arriva. Lui la pronuncia. Poi mi guarda, stupefatto, e mi chiede di ripeterla.
È questo ultimo passaggio a lasciarmi più perplessa. Perché la riuscita del compito, che per me rappresenta un risultato positivo, sembra costituire per lui un evento difficile da comprendere.
Il limite delle nostre interpretazioni
Mi accorgo che, parlando di questo pz, continuo a utilizzare espressioni come «ha la parola in testa», «sa che cosa vuole dire», «aspetta che gli dia uno spazio». Sono espressioni che cercano di descrivere un comportamento, ma contengono già un’interpretazione.
Non posso sapere con certezza quale sia la sua esperienza soggettiva durante il tentativo di denominazione. Forse avverte distintamente la parola che non riesce a recuperare. Forse percepisce soltanto la difficoltà di rispondere. Forse il frammento di frase che gli offro modifica il processo di ricerca lessicale in un modo di cui non ha una consapevolezza esplicita. Per capirlo dovrei poter raccogliere anche il suo punto di vista, nei limiti consentiti dalle sue possibilità comunicative.
Questa incertezza è importante. Nel lavoro riabilitativo siamo continuamente chiamati a formulare ipotesi su processi che non possiamo osservare direttamente. Lo facciamo attraverso le risposte, gli errori, i tempi di esecuzione e gli effetti delle facilitazioni.
La filosofia non elimina questa necessità e non sostituisce le spiegazioni scientifiche. Può però rendere più evidente il passaggio, a volte quasi automatico, dall’osservazione di un comportamento a ciò che immaginiamo stia accadendo nella mente della persona.
Nel caso del pz, so che la risposta non arriva in autonomia e che compare quando introduco determinati elementi linguistici. Quello che succede esattamente tra questi due momenti rimane da indagare.
Una parola che riesce a uscire
È una scena piccola, se la considero nell’insieme del lavoro quotidiano. Un’immagine, un tentativo di denominazione, qualche secondo di silenzio. Un articolo pronunciato ad alta voce. E una parola che finalmente arriva.
Potrei limitarmi a registrare l’efficacia della facilitazione e utilizzarla nel trattamento successivo. Sarebbe già un risultato clinicamente significativo. Ma quell’episodio mi ha lasciato anche un dubbio sul modo in cui penso abitualmente al linguaggio.
Quando diciamo che una persona conosce una parola ma non riesce a pronunciarla, stiamo descrivendo una distinzione reale tra processi cognitivi differenti. Tuttavia, la nostra esperienza quotidiana tende a trasformare questa distinzione nell’immagine di un pensiero già pronto che non riesce a uscire.
Merleau-Ponty invita a mettere in discussione proprio questa immagine. Il linguaggio può partecipare all’organizzazione stessa di ciò che esprimiamo. Le parole non sono sempre semplici contenitori di significati già completi.
Non so quanto questa prospettiva possa spiegare la specifica difficoltà di questo paziente. Probabilmente molto meno di quanto potrebbe suggerire una lettura affrettata del suo comportamento. Ma mi fa guardare con maggiore attenzione quel momento in cui qualcosa cambia.
Perché io non gli ho dato la parola che cercava. Gli offro l’inizio di una frase. Lui pronuncia la parola corretta, ma la scena non finisce lì. Mi guarda sorpreso e mi chiede di ripeterla. Sembra non sapere come abbia fatto a pronunciarla. Mi rendo conto che, mentre io cerco di capire quale facilitazione abbia reso possibile quella risposta, lui potrebbe trovarsi davanti a un problema completamente diverso: comprendere ciò che gli è appena accaduto.
Non so se sia davvero così. Ed è proprio questo che vorrei riuscire a indagare meglio.
Riferimenti
- Merleau-Ponty, M. (1945). Phénoménologie de la perception. Gallimard. Trad. it. Fenomenologia della percezione, Bompiani. Parte I, capitolo VI: «Il corpo come espressione e la parola».
- Merleau-Ponty, M. (1969, postumo). La prose du monde. Gallimard. Trad. it. La prosa del mondo.
- Mooney, T. D. (2022). Merleau-Ponty’s Phenomenology of Perception: On the Body Informed. Cambridge University Press. Capitolo 8, «Language, Speech and Affectivity».
