Chi protegge il paziente dall’eccesso di cura?

Note etiche sui contesti in cui il “troppo” non è meglio del “poco”

Nella clinica delle condizioni neurologiche gravi siamo abituati a pensare il male soprattutto in una forma: il difetto. Difetto di attenzione, di cura, di tempo, di riabilitazione. Difetto di speranza.

Temiamo che il paziente venga lasciato indietro, trascurato, ridotto a un corpo da gestire. Ed è una paura fondata. Ma non è l’unica. Esiste anche un rischio opposto, meno nominato e per questo più insidioso: che il paziente non venga lasciato in pace mai. Che venga continuamente sollecitato, interpretato, mobilitato, testato, stimolato, esposto a richieste che superano le sue possibilità reali, o che ignorano il suo stato, il suo affaticamento, la sua soglia. In questi casi il problema non è la mancanza di cura. È l’eccesso. E l’eccesso, in clinica, non coincide affatto con l’amore.

Quando il troppo si traveste da bene

Ci sono situazioni in cui ogni minima reazione del paziente viene caricata di attese. Un cambiamento del volto, uno sguardo, una vocalizzazione, una tensione corporea, una risposta incostante: tutto rischia di essere preso come prova che bisogna fare di più. Più esercizi. Più prove. Più stimoli.
Più tentativi. Più richieste. Più insistenza. Come se il problema fosse sempre e solo non mollare abbastanza.

Ma non sempre insistere significa curare. A volte significa non tollerare il limite. A volte significa spostare sul paziente il nostro bisogno di vedere qualcosa accadere. A volte significa usare il corpo dell’altro come superficie su cui depositare la nostra difficoltà ad accettare ciò che non torna, ciò che non migliora, ciò che non si lascia redimere bene.

Il paziente grave, soprattutto quando non parla o non può opporsi in modo chiaro, è esposto anche a questo: diventare il luogo in cui gli altri combattono la propria impotenza.

Il punto cieco della buona intenzione

La clinica conosce bene i danni dell’indifferenza. Molto meno quelli della buona intenzione. Eppure una buona intenzione può essere clinicamente violenta.

Può esserlo quando non ascolta il corpo. Quando non riconosce la fatica.
Quando trasforma un segno fragile in un programma. Quando scambia il possibile con il doveroso. Quando pretende dal paziente una prestazione simbolica: dimostrare che c’è, che reagisce, che capisce, che vuole, che lotta.

Non tutto ciò che è teoricamente tentabile è eticamente giusto. Questa frase può sembrare rinunciataria. In realtà è il contrario. È una frase di responsabilità. Perché la responsabilità clinica non consiste nel fare sempre di più. Consiste nel capire quando il di più smette di essere a favore del paziente e comincia a servire soprattutto il bisogno altrui di non sentire il limite.

Il paziente non è il contenitore della speranza degli altri

Una delle cose più difficili da dire, e forse anche da pensare, è questa: la speranza non è sempre innocente. Può essere preziosa. Può sostenere. Può impedire che una persona venga ridotta troppo presto a un destino chiuso. Ma può anche occupare troppo spazio. Può diventare una forza che non ascolta più il paziente reale. Quando accade, il paziente non viene più incontrato per come è. Viene inseguito per ciò che dovrebbe ancora dimostrare. Allora ogni esitazione diventa un ostacolo da forzare.
Ogni prudenza clinica sembra freddezza. Ogni limite nominato sembra resa.
Ogni operatore che frena sembra colpevole. In questo clima il paziente rischia di perdere due volte: perde la voce, e perde anche il diritto a non essere sovraccaricato.

Proteggere non vuol dire sottrarre tutto

Naturalmente il punto non è costruire una clinica difensiva, pigra, depressa, che usa il limite come alibi. Sarebbe troppo comodo. E anche troppo brutto. Proteggere un paziente dall’eccesso di cura non vuol dire smettere di cercare. Vuol dire cercare in modo proporzionato. Vuol dire domandarsi, ogni volta:

  • questa proposta è per lui, o per noi?
  • ha un obiettivo clinico leggibile, o solo un valore simbolico?
  • rispetta la sua soglia, o la forza?
  • nasce da osservazione e continuità, o da ansia e pressione?
  • aumenta le possibilità del paziente, o aumenta solo l’agitazione intorno a lui?

La proporzionalità non è tiepidezza. È una forma alta di rispetto.

Anche il non forzare è cura

Nelle condizioni neurologiche estreme c’è un lavoro poco visibile, e proprio per questo poco celebrato: non eccedere. Non riempire ogni silenzio. Non spremere ogni reazione. Non trasformare ogni minimo segno in una promessa. Non imporre al paziente il compito di tranquillizzare chi gli sta intorno.

Anche il non forzare è cura. Anche il non interpretare troppo è cura. Anche il sospendere, l’aspettare, il contenere, il dire non adesso, non così, non oltre questa soglia, sono atti clinici ed etici. Forse meno spettacolari. Ma spesso più fedeli.

La domanda finale

Alla fine la questione etica non è soltanto: stiamo facendo abbastanza? In certi casi la domanda più onesta è un’altra:

chi protegge il paziente dal troppo?

Dal troppo trattamento. Dal troppo significato. Dalla troppa speranza. Dal troppo bisogno degli altri. Dal troppo movimento imposto a un corpo che non può contrattare. Se nessuno si assume questo compito, il rischio è che il paziente venga difeso dall’abbandono ma non dall’invasione.

E invece la cura, quando è degna di questo nome, dovrebbe saper fare entrambe le cose.

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