Il linguaggio è nel cervello o nel corpo? Goldstein e la falsa alternativa

Quando si chiede se il linguaggio sia nella testa o nel corpo, si rischia già di sbagliare bersaglio. La domanda sembra intelligente, ma in parte è una trappola: costringe a scegliere tra due contenitori, come se il linguaggio fosse o un software cerebrale o una faccenda di voce, gesti, fiato, postura. Goldstein serve proprio a smontare questa alternativa un po’ rozza. Nel suo orizzonte, l’essere umano non è la somma di pezzi separati, ma un organismo vivente, e anche il parlare non è un mattone isolabile senza residui dal resto della vita percettiva, motoria, affettiva e cognitiva. Non un cervello da una parte e un corpo-esecutore dall’altra, ma un soggetto vivente che percepisce, agisce e significa.

Detto questo, sarebbe scorretto trasformare Goldstein in un anti-neurologo da manifesto. Non lo era. La storiografia più attenta insiste proprio su questo punto: Goldstein criticò il localizzazionismo forte, ma non negò affatto che esistessero correlazioni tra lesioni e disturbi del linguaggio; anzi, accettò varie acquisizioni della tradizione classica, fino a essere descritto come una figura-ponte tra localizzazione e olismo, non come un puro demolitore del cervello. La sua mossa non è: il cervello non conta. La sua mossa è più sottile: contano le lesioni, ma il loro significato clinico non si lascia leggere adeguatamente se si spezzetta l’umano in funzioni discrete come in una scatola di utensili.

Il punto decisivo, per Goldstein, è il significato. Il linguaggio non si riduce all’emissione di parole né alla semplice disponibilità di immagini acustiche o schemi motori. In lavori successivi sulla semantica e nei testi maggiori sull’afasia, Goldstein lega la possibilità di usare le parole in senso categoriale a quella che chiama abstract attitude: la capacità di prendere distanza dall’immediato, cogliere il generale nel particolare, trattare il dato non solo come ciò che è qui e ora, ma come esemplare, concetto, relazione, possibilità. Quando questa attitudine si impoverisce, non si perde soltanto il nome della cosa: si restringe l’accesso a un certo modo di stare nel mondo. La parola non manca come etichetta; vacilla come forma di presa simbolica.

Per questo, in Goldstein, l’afasia non è mai soltanto un incidente “dentro la testa” nel senso trivialmente localizzante del termine. Certo, senza cervello non c’è linguaggio umano: negarlo sarebbe folclore, non filosofia. Ma per Goldstein una lesione cerebrale non va compresa solo come danno a un meccanismo linguistico. Va compresa come perturbazione dell’organizzazione complessiva dell’organismo. E allora il sintomo linguistico diventa la spia di qualcosa di più ampio: una modificazione del rapporto tra il soggetto e il campo del possibile, tra il soggetto e la situazione, tra il soggetto e il mondo. Qui il linguaggio non “sta” in un posto; accade in una forma di vita lesionata, compensata, riorganizzata.

È esattamente qui che il raccordo con Cassirer diventa filosoficamente importante. Il dialogo tra Cassirer e Goldstein ruota intorno alla patologia della coscienza simbolica: la malattia non come semplice difetto meccanico, ma come via d’accesso a ciò che rende possibile l’esperienza propriamente umana, cioè la capacità di andare oltre l’immediato. La simbolizzazione, in questo quadro, non è un ornamento culturale aggiunto dopo; è la struttura grazie a cui il mondo diventa articolabile, condivisibile, dicibile. Se questa struttura si incrina, il problema non è soltanto che il soggetto “non trova la parola”: può diventare difficile abitare la distanza tra il presente e l’assente, tra il concreto e il possibile, tra il letterale e il figurato.

Merleau-Ponty prende molto sul serio questo lascito. La Stanford Encyclopedia lo segnala esplicitamente tra le influenze decisive del suo pensiero, e non è un dettaglio biografico: è una pista teorica. In Merleau-Ponty il linguaggio non è un codice che traduce pensieri già fatti, ma una forma di espressione incarnata, quasi un gesto del corpo. La parola non viene dopo una coscienza già piena e pronta; la parola è uno dei modi in cui il senso prende figura. Per questo Merleau-Ponty può sostenere che il linguaggio resta legato alla sua incarnazione materiale e che la patologia mostra un soggetto non semplicemente meno efficiente, ma più chiuso nell’attuale, meno capace di aprire il mondo in direzioni virtuali, verbali, immaginarie.

Qui però bisogna evitare un secondo equivoco simmetrico al primo. Se diciamo che il linguaggio è nel corpo, ma per corpo intendiamo soltanto apparato fonatorio, respiro, gesto, motricità orale, allora abbiamo fatto un passo avanti e due indietro. Goldstein e Merleau-Ponty non parlano del corpo come di una periferia meccanica che esegue ordini centrali. Parlano del corpo vissuto, del corpo situato, del corpo come apertura intenzionale al mondo. In questo senso, sì: il linguaggio è corporeo. Ma corporeo non vuol dire ridotto alla biomeccanica del parlare. Vuol dire che il senso nasce in una dinamica incarnata di orientamento, selezione, presa, espressione. Un corpo non come tubo sonoro, ma come forma di esistenza.

Allora la risposta sensata alla domanda iniziale è un po’ scomoda, e proprio per questo utile. Il linguaggio è nella testa? , se con questo si intende che dipende dall’organizzazione cerebrale e che le lesioni possono alterarlo in modo drammatico. Ma no, se si intende che il linguaggio sia un oggetto intracranico già completo, a cui il corpo farebbe solo da altoparlante. Il linguaggio è nel corpo? , se con corpo si intende il soggetto incarnato, situato, espressivo, capace di abitare il possibile. Ma no, se per corpo si intende il puro apparato esecutivo. In termini goldsteiniani, la formula più corretta è un’altra: il linguaggio appartiene all’organismo nella sua relazione con il mondo. Non sta solo nella testa, non sta semplicemente nel corpo: sta in una vita che significa.

Ed è questo, in fondo, il guaio delle letture troppo tecniche e delle letture troppo poetiche: le prime scambiano il linguaggio per una funzione isolata, le seconde per un vago soffio incarnato. Goldstein taglia fuori entrambe. Ci ricorda che parlare non è né tirare fuori parole da un cassetto cerebrale né lasciar fluire una corporeità indistinta. Parlare è un’attività dell’organismo umano intero, feribile nel cervello ma leggibile solo nella totalità del suo modo di essere al mondo. E sì, detta così dà meno soddisfazione ai tifosi delle scorciatoie. Ma almeno evita di dire sciocchezze eleganti.

I riferimenti che reggono davvero questo impianto sono questi: Goldstein, The Organism e Language and Language Disturbances; il lavoro storiografico di David Ludwig sulla fondazione neurolinguistica dell’olismo goldsteiniano; il saggio di Noppeney e Wallesch sull’abstract attitude come ponte tra linguaggio e cognizione; il nesso Cassirer-Goldstein sulla patologia della coscienza simbolica; e la ripresa merleau-pontiana del tema del linguaggio come espressione incarnata e della patologia come chiusura nell’attuale.

Riferimenti

  • Goldstein, Kurt. The Organism: A Holistic Approach to Biology Derived from Pathological Data in Man. New York: Zone Books, 1995 [ed. orig. 1939]. (Zone Books)
  • Goldstein, Kurt. Language and Language Disturbances: Aphasic Symptom Complexes and Their Significance for Medicine and Theory of Language. New York: Grune & Stratton, 1948. (Google Libri)
  • Ludwig, David. “Language and Human Nature: Kurt Goldstein’s Neurolinguistic Foundation of a Holistic Philosophy.” Journal of the History of the Behavioral Sciences 48, no. 1 (2012): 40–54. (philarchive.org)
  • Noppeney, Uta, and Claus-Wallenoefer Wallesch. “Language and Cognition—Kurt Goldstein’s Theory of Semantics.” Brain and Cognition 44, no. 3 (2000): 367–386. (PubMed)
  • Mètraux, Alexandre. “Philosophy, Neurology, and the Pathology of Symbolic Consciousness: On Two Unpublished Letters from Ernst Cassirer to Kurt Goldstein.” Science in Context 12, no. 4 (1999): 645–660. (Cambridge University Press & Assessment)
  • Toadvine, Ted. “Maurice Merleau-Ponty.” The Stanford Encyclopedia of Philosophy. (Enciclopedia di Filosofia di Stanford)