Note incarnate sulla guastafeste femminista
Ci sono momenti in cui basta un gesto minimo per sentirmi colpevole: non rispondere a un messaggio, non richiamare subito, interrompere una telefonata, lasciare che una richiesta resti sospesa.
Non ho fatto nulla di grave. Non ho insultato, non ho abbandonato, non ho deciso una rottura definitiva. Ho solo smesso, per un attimo, di occupare il posto che mi viene assegnato da sempre: quella che risponde, contiene, spiega, media, assorbe.
Eppure il corpo reagisce come se avessi commesso una colpa. Prima ancora di pensare, arriva una contrazione. La gola si chiude, lo stomaco si tende, la mano cerca il telefono anche quando so che non dovrei prenderlo. È una specie di allarme interno: non so ancora se segnali un pericolo reale o solo la vecchia paura di non essere più al mio posto.
Poi arriva la seconda voce.
Non dovresti essere così/Non dovresti arrabbiarti/Non dovresti sottrarti/Non dovresti lasciare chiunque abbia bisogno, davanti al vuoto che tu non riempi. Non dovresti essere tu quella che interrompe l’armonia.
Per molto tempo ho pensato che questa seconda voce fosse coscienza morale. Oggi sospetto che spesso sia il linguaggio stesso della funzione. La funzione parla dentro di me con parole rispettabili: cura, responsabilità, presenza, comprensione, empatia. Sono parole vere, e proprio per questo pericolose. Perché possono essere usate anche per impedire a chi cura di sentire il punto in cui la cura diventa cattura.
È qui che la figura della feminist killjoy, la guastafeste femminista di Sara Ahmed, mi è sembrata improvvisamente vicina.
Non perché ami l’idea di essere guastafeste. Non c’è nulla di eroico nel diventare quella che rovina il clima. È anzi una posizione sgradevole, faticosa, spesso ridicola: tutti sembrano chiederti solo un piccolo gesto, una piccola risposta, una piccola telefonata, una piccola disponibilità. E tu, che dici no, appari sproporzionata. Ma forse la sproporzione non è nel rifiuto. Forse era già nella richiesta. La guastafeste non distrugge una buona armonia. Mostra che quell’armonia chiedeva a qualcuno di tacere.
Sara Ahmed ha dato dignità teorica a una figura spesso usata contro le femministe: quella della donna che rovina l’atmosfera, che non sta allo scherzo, che vede problemi dove gli altri vedono normalità, che interrompe la scena felice. La feminist killjoy è colei che nomina ciò che il gruppo preferirebbe lasciare non detto. Non crea necessariamente il problema: spesso lo rende solo visibile. Ed è proprio per questo che viene percepita come il problema.
Chi segnala una violenza, una dissimmetria, un ricatto o una finzione rischia di essere trasformato nel disturbo che denuncia. Non si discute più ciò che ha nominato. Si discute il suo tono, la sua rigidità, il suo carattere, la sua presunta freddezza. La domanda si sposta: non più “che cosa sta accadendo qui?”, ma “perché sei così difficile?”.
Questo slittamento mi interessa moltissimo, perché riguarda il cuore della cura.
Nella cura familiare, nella cura professionale, nella cura istituzionale, l’armonia è spesso una scena fragile, mantenuta al prezzo del silenzio di qualcuno. C’è chi deve capire di più, reggere di più, adattarsi di più, rispondere meglio, non appesantire, non protestare, non interrompere il racconto edificante della dedizione
Nel mio caso, questo qualcuno è spesso la figlia, la sorella, la professionista, la persona che dovrebbe sapere come si fa, quella che dovrebbe avere più strumenti, più pazienza, più lucidità, più capacità di contenere. Non necessariamente per cattiveria degli altri. Più spesso per abitudine. Perché un sistema familiare o istituzionale, quando ha trovato qualcuno che regge, tende a trasformare quella tenuta in obbligo.
La rabbia arriva lì.
Arriva quando una richiesta si presenta come naturale ma produce soffocamento. Arriva quando il bisogno dell’altro cancella il mio limite. Arriva quando una frase apparentemente innocente contiene un ordine antico: non disturbare, non importunare, non pesare, ma se veniamo a cercarti devi esserci.
Questa rabbia non è automaticamente giusta. Sarebbe troppo facile. La rabbia può essere cieca, difensiva, narcisistica, ingiusta. Può bruciare tutto senza capire nulla. Chi lavora nella clinica lo sa bene: anche la rabbia dei familiari, degli operatori, dei pazienti, delle istituzioni può essere distorta, spostata, proiettiva, persecutoria. Può chiedere riparazioni impossibili. Può scambiare il limite per abbandono, il dato clinico per crudeltà, la realtà per mancanza di volontà.
Per questo non voglio fare della rabbia un altare. Voglio farne uno strumento diagnostico. La rabbia non conclude il pensiero. Lo apre.
La domanda non è: sono arrabbiata, quindi ho ragione. La domanda è: che cosa sta segnalando questa rabbia? Quale struttura rende visibile? Quale parola nobile sta forse coprendo una requisizione? Quale forma di adattamento mi viene chiesta in nome della cura?
Alison Jaggar, nell’ambito dell’epistemologia femminista, ha criticato l’idea secondo cui le emozioni sarebbero soltanto un ostacolo alla conoscenza. La tradizione filosofica occidentale ha spesso trattato il pensiero come più puro quanto più separato dal corpo, dall’affetto, dalla posizione concreta di chi conosce. Ma le emozioni non sono solo rumore. Possono essere indizi. Possono indicare che qualcosa, nella rappresentazione dominante della realtà, non funziona. Jaggar parla anche di emozioni “fuorilegge”: emozioni che non coincidono con ciò che un certo ordine sociale si aspetta da noi. Emozioni inadatte, sconvenienti, disturbanti.
Nella cura, l’emozione prevista è spesso la disponibilità. La pazienza. La comprensione. La tenerezza. La capacità di assorbire. Il sacrificio silenzioso.
La gratitudine, perfino.
Se invece arriva rabbia, fastidio, nausea, rifiuto, desiderio di fuga, quella emozione appare subito come un difetto morale. Non come un’informazione. E invece può essere un’informazione precisa.
Può dire: qui non mi stanno chiedendo una relazione, mi stanno assegnando una funzione. Può dire: qui la cura è diventata cattura. Può dire: qui il bisogno dell’altro è stato trasformato in diritto illimitato sul mio tempo, sul mio corpo, sulla mia disponibilità. Può dire: qui il linguaggio dell’affetto sta coprendo un rapporto di potere.
Audre Lorde ha scritto pagine fondamentali sull’uso della rabbia. Il suo contesto è quello del razzismo e della posizione delle donne nere dentro e fuori il femminismo bianco: un contesto che non può essere preso superficialmente e spostato altrove come se ogni rabbia fosse la stessa. Ma il nucleo teorico resta potente: la rabbia può essere una risposta a ciò che esclude, distorce, cancella, umilia. Può diventare energia trasformativa quando viene messa a fuoco.
Messa a fuoco: questa è la questione. Una rabbia non pensata brucia. Una rabbia pensata illumina.
Nel mio percorso, la rabbia si è spesso presentata insieme alla vergogna. Prima arriva il rifiuto. Poi arriva il giudice interno: non dovresti, sei dura, sei cattiva, stai esagerando, poverina lei, poverino lui, sei tu il problema.
Ma questa seconda voce, la voce che rimprovera la rabbia, è spesso la voce del dispositivo. È la voce che protegge la funzione.
La figlia funzione non deve sentire la rabbia, perché la rabbia le mostrerebbe che non è nata solo per rispondere. La sorella funzione non deve sentire la rabbia, perché la rabbia le mostrerebbe che non è obbligata a farsi usare come regolatore emotivo del sistema. La curante funzione non deve sentire la rabbia, perché la rabbia le mostrerebbe che anche la cura può diventare una forma di consumo dell’altro.
La figura della guastafeste mi interessa perché permette di nominare questo passaggio: quando una persona espone il problema, spesso viene trattata come se fosse lei il problema. Chi rompe il silenzio rompe anche l’atmosfera. E l’atmosfera, nelle famiglie come nelle istituzioni, è spesso più protetta della verità.
Ci sono contesti in cui tutti sanno, ma nessuno deve dire. Tutti vedono, ma nessuno deve interrompere il copione. Tutti percepiscono l’ingiustizia, ma chi la nomina viene accusato di essere eccessivo.
La guastafeste della cura è questa figura: non colei che odia la cura, ma colei che rifiuta di chiamare cura ciò che è cattura.
Non dice: non voglio prendermi cura.
Dice: non voglio essere ridotta alla funzione che rende possibile il benessere apparente degli altri.
Questa distinzione è essenziale, perché il ricatto più efficace nelle relazioni di cura è proprio la confusione tra limite e abbandono. Se metto un confine, abbandono. Se mi sottraggo, tradisco. Se non rispondo immediatamente, sono crudele. Se nomino la mia fatica, sto sottraendo qualcosa a chi soffre di più.
Ma una cura che richiede la cancellazione del soggetto che cura non è cura. È estrazione. Estrae tempo. Estrae attenzione. Estrae vigilanza. Estrae colpa. Estrae disponibilità. Estrae corpo. E, soprattutto, estrae linguaggio: perché chi è preso dentro questa funzione fatica persino a dire cosa gli sta accadendo. Ha solo sintomi, irritazione, stanchezza, rabbia, nausea, insonnia, senso di colpa. Prima che ci sia una teoria, c’è un corpo che non ne può più.
È qui che l’affetto diventa epistemologico.
Non perché il corpo abbia sempre ragione. Ma perché il corpo spesso registra prima della coscienza il punto in cui una situazione è diventata invivibile.
Nel mio lavoro clinico, questa dimensione non riguarda solo la vita privata. Riguarda anche il rapporto con i pazienti, con i familiari, con le istituzioni sanitarie e assistenziali. Le emozioni degli operatori non sono sempre nobili, e non vanno idealizzate. Ci sono stanchezze, difese, cinismi, evitamenti, disinvestimenti. Ma proprio per questo vanno pensate, non negate.
Una clinica che espelle le emozioni si racconta come più razionale, ma spesso diventa semplicemente più cieca.
La rabbia di un familiare, la stanchezza di un operatore, il fastidio verso una richiesta, la sensazione di essere manipolati, il desiderio di sottrarsi: tutto questo non va preso come verità immediata, ma nemmeno liquidato come rumore. Sono materiali clinici, etici, relazionali. Indicano punti di pressione.
Il problema non è provare rabbia. Il problema è non sapere che farne.
Per me, oggi, la questione è trasformare la rabbia da scarica a strumento diagnostico. Non per diventare più dura. Semmai per diventare più precisa.
La precisione è decisiva: distinguere la fragilità dal ricatto, il bisogno dalla pretesa, la cura dalla cattura, la responsabilità dalla requisizione, la relazione dalla funzione.
La figura della feminist killjoy mi interessa perché dà dignità a un’esperienza spesso svalutata: quella di chi non riesce più a partecipare alla scena come se nulla fosse. Di chi sente che l’armonia richiesta è una forma di silenziamento. Di chi viene accusata di rovinare il clima, mentre sta semplicemente rifiutando di contribuire alla menzogna.
Non sono diventata guastafeste quando ho smesso di curare. Lo sono diventata quando ho smesso di fingere che ogni richiesta fatta in nome della cura fosse innocente.
La guastafeste non distrugge la cura. Distrugge la finzione che ogni richiesta formulata nel linguaggio della cura sia automaticamente giusta.
Chiede: chi paga il prezzo di questa armonia?
Chi deve tacere perché gli altri possano sentirsi buoni?
Chi viene chiamato egoista quando smette di funzionare?
Chi viene definito freddo quando prova a salvarsi?
Chi decide dove finisce la cura e dove comincia la cattura?
Non sono domande comode. Infatti rovinano l’atmosfera. Ma forse essere guastafeste, nella cura, significa questo: non accettare più che la pace degli altri dipenda dalla mia cancellazione.
Non significa smettere di rispondere al bisogno. Significa chiedere quale forma prende quel bisogno quando incontra sempre lo stesso corpo disponibile.
Non significa negare la fragilità dell’altro. Significa non permettere che la fragilità diventi sovranità.
Non significa rifiutare la cura. Significa rifiutare la sua caricatura morale: quella in cui chi cura deve sparire perché la scena resti ordinata, buona, commovente, presentabile.
La rabbia, allora, non è la soluzione. È il primo rumore contro la menzogna.
Poi viene il lavoro vero: distinguere, nominare, non bruciare tutto, non farsi riassorbire, non trasformare il proprio limite in crudeltà solo perché qualcuno ha bisogno che lo sia. Forse alcune atmosfere meritano di essere rovinate. Soprattutto quelle in cui tutti respirano bene perché una sola persona trattiene il fiato.
Riferimenti
- Ahmed, Sara, The Promise of Happiness, Duke University Press, Durham-London, 2010.
- Ahmed, Sara, The Cultural Politics of Emotion, Edinburgh University Press, Edinburgh, 2004; II ed. 2014.
- Ahmed, Sara, Living a Feminist Life, Duke University Press, Durham-London, 2017.
- Jaggar, Alison M., “Love and Knowledge: Emotion in Feminist Epistemology”, Inquiry, vol. 32, n. 2, 1989, pp. 151-176.
- Lorde, Audre, “The Uses of Anger: Women Responding to Racism”, Women’s Studies Quarterly, vol. 9, n. 3, 1981.
