La teoria degli atti linguistici ha avuto il merito di mostrare che parlare non significa soltanto descrivere il mondo. Con Austin, e poi con Searle, il linguaggio appare come azione: ogni enunciato non dice soltanto qualcosa, ma fa qualcosa. Austin distingueva tra atto locutorio (ciò che viene detto), illocutorio (ciò che si compie nel dirlo: chiedere, promettere, ordinare, rifiutare) e perlocutorio (l’effetto prodotto sull’altro). Searle ha poi sistematizzato gli atti illocutori in classi come assertivi, direttivi, commissivi, espressivi e dichiarativi.
In ambito clinico questa prospettiva è preziosa, perché costringe a spostare l’attenzione dalle sole forme verbali alla questione dell’atto. Quando un paziente emette una parola, un suono, un gesto o uno sguardo, che cosa sta accadendo? Siamo davanti a una risposta? A una richiesta? A una semplice scarica automatica? A un comportamento privo di intenzione comunicativa? Il problema non è solo linguistico, ma interpretativo.
Nelle condizioni neurologiche estreme il confine tra atto intenzionale e risposta automatica diventa opaco. Ed è proprio lì che la teoria degli atti linguistici smette di essere una classificazione scolastica e diventa una lente per interrogare, con cautela, ciò che l’altro sta davvero facendo.
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