Si parla spesso della vulnerabilità del paziente. È giusto. Ma non basta. Ci sono contesti clinici in cui la vulnerabilità non riguarda solo chi è malato, ferito, dipendente, esposto. Riguarda anche chi guarda, interpreta, decide. Non nello stesso modo, certo. Non con la stessa gravità. Ma abbastanza da cambiare la qualità del lavoro clinico.
L’idea di vulnerabilità, letta in chiave filosofica, non indica semplicemente una fragilità occasionale. Indica qualcosa di più radicale: il fatto che gli esseri umani sono corpi finiti, esposti alla sofferenza, alla dipendenza, alla possibilità di essere feriti. E insieme indica un’altra cosa, meno ovvia: che esistono vulnerabilità create o aggravate dai contesti sociali, economici, istituzionali e relazionali. Anche l’autonomia, in questa prospettiva, non coincide con l’autosufficienza. Non è il mito dell’individuo isolato. È qualcosa che si costruisce, si sostiene o si indebolisce dentro relazioni concrete.
Se si porta questa lente dentro la neuroriabilitazione, il primo pensiero va naturalmente al paziente. A chi non può parlare. A chi risponde in modo minimo. A chi non conferma né smentisce. A chi dipende dagli altri non solo per essere assistito, ma perfino per essere letto. In questi casi la vulnerabilità non è soltanto organica. È anche interpretativa. Il soggetto non perde solo funzioni: perde, almeno in parte, la possibilità di correggere l’immagine che gli altri costruiscono di lui.
Ma proprio qui comincia un secondo problema, meno nominato e per questo più insidioso: che cosa accade al clinico?
Accade che lavora in una zona in cui il vedere non basta. Un movimento può essere un segno, o no. Uno sguardo può agganciare, o sembrare che agganci. Una vocalizzazione può essere espressione, o scarica. Una reazione può aprire una pista, o essere solo ciò che il nostro bisogno di senso vi deposita sopra. In questi territori il clinico non applica semplicemente un sapere. Deve continuamente regolare il proprio sguardo. Ed è qui che il lavoro si fa rischioso.
Perché si può vedere troppo. Si può attribuire intenzionalità dove non ci sono elementi sufficienti. Si può riempire il silenzio del paziente con la nostra fame di conferme. Si può trasformare un’ipotesi in una quasi-verità solo perché ci è emotivamente necessaria. Ma si può anche vedere troppo poco. Si può diventare così prudenti, così difensivi, così irrigiditi nel timore di sbagliare, da non lasciare più spazio a nulla che ecceda il dato già classificato.
Tra queste due derive, l’iperinterpretazione e il congelamento, si gioca una parte decisiva dell’etica clinica. Non quella delle dichiarazioni di principio. Quella minuta, quotidiana, scomoda. Quella che riguarda il modo in cui si guarda un paziente che non può spiegarsi. Il punto allora non è opporre un clinico “freddo” a un clinico “umano”. Questa è una scorciatoia sentimentale. Il punto è capire che, in certe situazioni, anche il terapeuta diventa vulnerabile: vulnerabile all’incertezza, alle attese dei familiari, alle pressioni dell’istituzione, al bisogno di sentirsi efficace, alla tentazione di occupare con troppo senso uno spazio che resta in parte opaco.
Nessun clinico lavora in un vuoto neutro. Lavora dentro équipe, tempi, gerarchie, linguaggi professionali, protocolli, speranze altrui, richieste di prognosi, bisogni di rassicurazione. Tutto questo entra nell’atto clinico. Lo orienta, lo piega, talvolta lo distorce. Anche il giudizio professionale ha i suoi punti di fatica. Anche lo sguardo tecnico, se non viene sorvegliato, può diventare una difesa.
Per questo la questione non è solo come proteggere il paziente vulnerabile. È anche come impedire che la vulnerabilità del contesto deformi il clinico. A volte la deformazione prende la forma del tecnicismo: ci si rifugia nel misurabile, nel prudente, nel verificabile, non solo per rigore, ma per proteggersi dall’angoscia di ciò che non si lascia leggere bene. Altre volte prende la forma opposta: il clinico si sente colui che coglie il segno autentico, che sa vedere oltre, che salva il paziente dall’invisibilità interpretandolo più di quanto i dati consentano. Né l’una né l’altra postura sono innocenti.
Per questo, nei contesti neurologici complessi, la competenza non consiste solo nel sapere di più. Consiste anche nel delimitare il proprio sguardo. Nel chiedersi, ogni volta: questo che sto leggendo viene davvero dal paziente? dal contesto? dalla storia raccontata dai familiari? oppure dal mio bisogno di trovare rapidamente una forma, una direzione, un significato?
Forse è qui che il concetto di vulnerabilità diventa davvero utile. Non per rendere il discorso più commosso. Non per decorare la clinica con parole nobili. Ma per ricordare che la dipendenza non cancella automaticamente la soggettività, che l’autonomia non coincide con l’indipendenza, e che il lavoro del terapeuta, soprattutto quando il paziente non può parlare o può farlo solo in modo minimo, non è mai un semplice atto tecnico. È sempre anche un esercizio di misura. Non misura nel senso della freddezza. Misura nel senso del limite.
Sapere che non tutto ciò che si vede autorizza un’interpretazione. Sapere anche che non tutto ciò che non si riesce a dimostrare deve essere cancellato troppo in fretta. Restare in quella tensione senza farsi nobili, senza farsi onnipotenti, senza farsi ciechi: forse è una delle forme più difficili del lavoro clinico.riferiem
Riferimenti
Carla Bagnoli, L’etica della vulnerabilità, Il Sole 24 Ore, 6 novembre 2016.
Luisella Battaglia, La cognizione del dolore. Per un’etica della vulnerabilità, La Rassegna Mensile di Israel, vol. LXXVIII, nn. 1-2, 2012, pp. 47-67

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