Il cervello ferito basta a spiegare la mente?

Lesioni cerebrali, cognizione e limiti di ciò che il dato clinico può dimostrare

Se la mente dipende dal cervello, perché la questione filosofica non è già chiusa?

La filosofia della mente si è spesso interrogata sulla natura della mente in termini molto generali: è qualcosa di materiale oppure no? È riducibile al cervello oppure conserva un’eccedenza propria?

A prima vista, verrebbe da dire che una parte decisiva della risposta sia già davanti ai nostri occhi da molto tempo, e cioè nella clinica dei danni cerebrali. Se una lesione modifica il linguaggio, la memoria, l’attenzione, l’iniziativa, il riconoscimento, perfino alcuni aspetti della coscienza, perché continuare a trattare la questione come se fosse ancora sospesa in aria?

In questo senso, la neuropsicologia clinica non è affatto marginale per la filosofia della mente: è uno dei suoi banchi di prova più seri. Gli studi di lesione, rispetto a metodi soltanto correlazionali, hanno proprio questo peso: consentono di sostenere che una certa struttura o rete è necessaria per una certa funzione cognitiva.

Da questo punto di vista, il danno cerebrale colpisce duramente ogni immagine ingenua della mente come entità autonoma, che userebbe il cervello solo come veicolo contingente. Quando una lesione focale altera selettivamente il lessico, oppure la capacità di pianificare, o il riconoscimento dei volti, o la regolazione affettiva, la tesi secondo cui la mente umana sarebbe sostanzialmente indipendente dal substrato cerebrale diventa molto difficile da difendere.

La neuroscienza della coscienza, oggi, parte apertamente da un assunto che su questo punto è netto: nell’essere umano, l’esperienza cosciente dipende dall’attività cerebrale. Non è un dettaglio. È già una presa di posizione forte contro ogni dualismo grossolano che immagini una mente integra e separata, semplicemente “ospitata” nel cervello.

E tuttavia qui compare il primo punto filosofico serio, quello che impedisce di trasformare troppo in fretta un’evidenza clinica in una conclusione metafisica definitiva. Il fatto che una funzione mentale dipenda dal cervello non dimostra ancora, da solo, che il mentale sia identico senza residui al fisico. Dimostra una relazione di dipendenza, o almeno di covariazione necessaria nel caso umano; non dimostra ancora quale sia la natura esatta di quella dipendenza. In filosofia questo punto è stato spesso formulato attraverso il concetto di supervenienza: non può esserci differenza mentale senza una differenza fisica. Ma la supervenienza, da sola, non spiega perché questo accada, né equivale automaticamente a riduzione, identità o fondazione ontologica piena. Dice che certi fatti variano insieme; non dice ancora in che senso uno esaurisca l’altro.

Qui si vede bene perché i casi neurologici sono filosoficamente potentissimi e insieme non conclusivi. Potentissimi, perché rendono molto plausibile che la mente umana concreta non sia pensabile senza cervello. Non conclusivi, perché dal fatto che il cervello sia necessario non segue automaticamente che i predicati mentali possano essere eliminati o tradotti integralmente nel lessico neurobiologico. Dire che un soggetto ha perso l’accesso lessicale, oppure la capacità di attribuire stati mentali, oppure la continuità pratica del sé, non equivale ancora a dire che quelle realtà siano nient’altro che un certo stato neurale descritto a livello microscopico. Tra il livello della dipendenza causale e quello dell’identità ontologica c’è uno scarto, e quel passaggio non si può colmare con un semplice gesto di impazienza materialista.

C’è poi un secondo motivo per cui il danno cerebrale non chiude tutta la partita: la questione della realizzazione. Una delle obiezioni classiche alle vecchie teorie dell’identità mente-cervello è che almeno alcuni tipi mentali potrebbero essere realizzati da supporti fisici diversi. È la tesi della multiple realizability: lo stesso stato psicologico, almeno in linea di principio, potrebbe non coincidere con un solo e identico tipo fisico. Il punto non è fantastico nel senso banale del termine; è teorico. Serve a mostrare che dall’osservazione del cervello umano lesionato possiamo inferire con forza come funziona, e si rompe, la mente umana incarnata in quel tipo di organismo. Ma non possiamo dedurne in modo immediato che il mentale, in quanto tale, sia riducibile a un unico tipo neurofisico. Per questo molte forme contemporanee di fisicalismo non coincidono più con il vecchio identitarismo rigido, ma assumono forme funzionaliste o non riduzioniste.

Il punto diventa ancora più delicato quando si passa dalla cognizione alla coscienza fenomenica. Le lesioni cerebrali ci mostrano in modo impressionante che l’accesso, il report, l’integrazione, la memoria di lavoro, il comportamento intenzionale e molte altre funzioni dipendono da strutture cerebrali determinate. Ma molti filosofi sostengono che resti ancora aperta la domanda sul perché e sul come questi processi siano accompagnati da esperienza soggettiva, da un “che cosa si prova”. La voce della Stanford Encyclopedia dedicata alla neuroscienza della coscienza lo dice in modo molto chiaro: per colmare il divario tra cervello e coscienza non bastano i dati neurali; servono anche modelli computazionali, psicologici e analisi filosofica. Ed è proprio qui che ricompare il cosiddetto explanatory gap: non come licenza per il misticismo, ma come segnale del fatto che la dipendenza empirica non coincide ancora con una spiegazione completa dell’esperienza.

La conclusione, allora, va tenuta stretta ma formulata bene. I danni cerebrali non sono un argomento marginale: sono uno degli argomenti migliori contro l’idea che la mente umana sia una sostanza separata che potrebbe continuare a operare indisturbata nonostante la compromissione del cervello. Su questo piano, la clinica neurologica è una smentita poderosa di molte versioni ingenue del dualismo. Ma sarebbe filosoficamente sbrigativo trasformare questa forza in una dimostrazione definitiva del riduzionismo. Le lesioni mostrano che senza un certo assetto fisico molte capacità mentali vengono meno o si trasformano radicalmente. Non mostrano ancora, da sole, che il mentale si lasci descrivere senza perdita nel solo linguaggio della fisica o della neurobiologia.

Perciò la risposta più rigorosa è doppia.: se vogliamo capire seriamente la mente, i casi di danno cerebrale devono stare molto più al centro della riflessione filosofica di quanto talvolta accada nei dibattiti troppo astratti. Ma no: il loro peso, per quanto enorme, non basta da solo a risolvere tutta la questione ontologica. Essi restringono il campo delle teorie plausibili, eliminano molte fantasie e costringono la filosofia a sporcarsi le mani con il dato clinico. Non però al punto da renderla superflua. Anzi: proprio dove il cervello lesionato mostra con più forza la dipendenza della mente, riemerge la domanda filosofica su che cosa significhi davvero dipendere, realizzare, spiegare, essere coscienti. Ed è lì che la filosofia della mente, se vuole restare seria, deve smettere di parlare del mentale in generale e misurarsi con le forme concrete in cui esso si incrina.