Tag: clinica del confine
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La filosofia dei gesti minimi
Pausa Attentiva e Ingaggio Narrativo contro l’automatismo clinico Nei pazienti con grave cerebrolesione, l’assenza di una risposta leggibile non coincide necessariamente con l’assenza di una mente. Questa frase, però, rischia di restare troppo facile finché la teniamo sul piano teorico. Il problema vero comincia dopo: quando non siamo davanti a…
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Il collo di bottiglia della coscienza
Quando una mente non riesce a diventare risposta Nei reparti in cui la grave cerebrolesione diventa durata, la cosa più pericolosa non è soltanto sbagliare valutazione. È abituarsi. Abituarsi a un corpo che non risponde. A una bocca che non parla. Uno sguardo che non aggancia. Abituarsi a pensare che…
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La pietas non basta: vulnerabilità e sopravvivenza morale nella clinica
Nella clinica la vulnerabilità è spesso nominata come una condizione del paziente (il fragile, il dipendente, il grave cerebroleso, l’anziano, il malato cronico, la persona che non parla più, non si muove più, non può più difendere la propria biografia con i mezzi consueti). Ma questa rappresentazione è insufficiente, ed…
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Guerriglia silenziosa
Restare nel luogo della cura senza farsi requisire Ho chiesto a un modello linguistico generativo di trasformare in immagine una postura professionale difficile da rappresentare: restare in un luogo di cura senza più offrirsi spontaneamente al sacrificio. Un corridoio clinico. Faldoni. Cartelle. Carte accumulate. Responsabilità che non vengono dette, ma…
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Dal deficit alla soglia
Come cambia lo sguardo logopedico quando la clinica incontra coscienza, linguaggio e identità La mia formazione iniziale è avvenuta dentro un Laboratorio di Neuropsicologia degli anni Novanta, presso l’ Università di Medicina di Genova. Lì il paziente veniva guardato soprattutto attraverso funzioni, deficit, moduli cognitivi, prestazioni, errori, dissociazioni, recupero o…
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Responsabilità senza riconoscimento
Quando il pensiero clinico diventa un disturbo per il sistema Ci sono ambienti in cui la competenza non pacifica. Al contrario, irrita. Non perché renda necessariamente arroganti, o più difficili da accontentare. La ragione è più scomoda: la competenza affina la percezione del disordine. Fa vedere ciò che prima restava…