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Il familiare vede troppo o vede qualcosa che il clinico perde?
Nei disturbi della coscienza il familiare viene spesso collocato in una posizione troppo semplice: da una parte il clinico lucido, dall’altra il parente accecato dal dolore, dalla speranza o dalla negazione. È una semplificazione comoda. E proprio per questo rischia di essere falsa. Il problema non è negare che i…
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La speranza non è sempre innocente
Appunti etici su una parola che consola molto e protegge poco Nel lavoro clinico con pazienti neurologici gravi la speranza gode di una reputazione impeccabile. È quasi sempre dalla parte del bene. Chi la invoca appare umano, partecipe, fedele al paziente. Chi la mette in discussione rischia invece di sembrare…
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Chi protegge il paziente dall’eccesso di cura?
Note etiche sui contesti in cui il “troppo” non è meglio del “poco” Nella clinica delle condizioni neurologiche gravi siamo abituati a pensare il male soprattutto in una forma: il difetto. Difetto di attenzione, di cura, di tempo, di riabilitazione. Difetto di speranza. Temiamo che il paziente venga lasciato indietro,…
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Quando l’occhio clinico non basta: osservazione, misdiagnosi e rigore nei disturbi della coscienza
Nei disturbi della coscienza esiste una tentazione clinica molto comprensibile e molto pericolosa: credere che l’esperienza, da sola, basti. Si guarda il paziente ogni giorno, si impara il suo ritmo, si colgono sfumature che altri non colgono, e poco alla volta si rischia di pensare che l’occhio allenato sia sufficiente.…
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Vedere, attendere, dubitare
Il lavoro logopedico viene spesso pensato come lavoro sulla parola, sulla comprensione, sullo scambio. Ma ci sono situazioni cliniche in cui questi riferimenti si incrinano. Di fronte a un paziente che non parla, che risponde in modo minimo, ambiguo o assente, non viene meno soltanto una funzione. Si altera una…
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Il terapeuta senza appigli
Ci sono contesti clinici in cui il terapeuta non può appoggiarsi a ciò che oggi rassicura tutti: performance leggibili, progressi lineari, evidenze ordinate, risultati che si lasciano raccontare bene. Non perché lavori male, ma perché lavora in campi in cui il fenomeno è intermittente, il dato è fragile e l’interpretazione…